E’ da poco uscito  il nuovo album dei Superhorror dal titolo ‘Italians Die Better’, un album vero, malvagio, duro e divertente. Ho la possibilità di cambiare un po’ di mortali battute con il frontman del gruppo, il cantante EDWARD J. FREAK…

 

Prima di iniziare un ringraziamento a te, EDWARD J. FREAK, per il tuo contributo al nostro progetto le voci del rock’n’roll unite… è stato un bel lavoro di gruppo e per questo ti ringrazio…

Come noi Superhorror, anche il Rock’n Roll è morto e risorto svariate volte, è solo grazie ai musicisti e agli amanti del genere se sopravvive attraverso i decenni, quindi è nostro piacere e dovere fare di tutto perché sopravviva anche in questi tempi difficili…

E’ importante essere uniti in questo periodo. Avete visto quante iniziative ci sono in questo momento da parte di band e organizzazioni musicali… voi avete pensato a qualcosa di particolare?

Stiamo ancora cercando di capire come muoverci, a dire il vero… Come artisti il nostro scopo principale è quello di tenere viva la fiamma attraverso la creatività, e come dicevi tu ci sono moltissime iniziative più che lodevoli messe in atto da agenzie ed organizzazioni alle quale prendiamo parte volentieri…

Ovvia la domanda, ci vuole. Come state vivendo questo momento? Adesso più che mai la forza di internet può mantenere in vita la musica e le band. Che ne pensate sul futuro della musica e soprattutto anche sul vostro futuro. Avete dovuto annullare il release party… magari potrete organizzare qualcosa on line 😉

Il punto di forza dei Superhorror è sempre stata l’attività live… In questo momento ci troviamo costretti a pubblicare un album “a metà”, solo in versione digitale. Per dei cadaveri old school come noi potrebbe sembrare un ostacolo, ma cercando di trasformare questo limite in un’occasione per dare una doppia vita a questo disco, la prima, appunto, digitale, mentre la seconda più concreta, con l’uscita del vinile in futuro. Anche se temiamo che la ripresa dei concerti avverrà molto a rilento, la possibilità di poter uscire dalle nostre cripte e magari di incontrarci nella “decomposition room”, porterà sicuramente nuova linfa alla band, con la concreta intenzione di iniziare ad infestare i vostri schermi con del materiale live che possa compensare almeno in parte queste limitazioni…

E a proposito dell’album ‘Italians Die Better’… è uscito da pochi giorni. L’album è ancora caldo, il sangue ancora circola. Quali sono le vostre impressioni e quale il grado di soddisfazione?

“Soddisfazione” è il termine più appropriato da usare in questo caso: il 99% delle recensioni uscite finora sono positive, anche i nostri fan di vecchia data sembrano apprezzarlo, quindi per ora possiamo dire che il disco è stato recepito da tutti nella maniera in cui desideravamo, una genuina espressione del nostro spirito!

Bella l’idea della trasformazione della citazione, abusata, sulla t-shirt di Madonna di anni fa ‘Italians do it better’ (ce ne sono altre e di cui poi ne parleremo) che porta al titolo dell’album… e poi nel testo i clichè che ci riguardano da vicino…

Durante gli anni i Superhorror sono stati scambiati per una band tedesca o, addirittura, americana, il che potrebbe essere preso come un complimento, vista la triste fama di cui le band italiane purtroppo godono all’estero… Con questo disco abbiamo deciso di voler fare outing, dichiarare apertamente la nostra italianità. Il retaggio horrorifico del nostro paese è dei migliori, negli anni ’70 e ’80 abbiamo dominato il settore, ed è giusto che anche nell’ambito musicale “alternativo” il “made in Italy” torni ad essere sinonimo di qualità… Peccato di superbia? Forse, ma che importa, soltanto un altro peccato da aggiungere alla nostra lista (ride)… Giudicate voi!

Energia, potenza, belle sonorità, aspetto malvagio che non guasta mai nel rock’n’roll… e poi tanto divertimento. Mi sembra che gli elementi possano essere così riassunti… che ne pensi, ne avrei dovuto aggiungere altri vero… l’elemento furbesco e accattivante di alcuni ritornelli ruffiani qua e là… basta non devo dire tutto io…

Effettivamente sei stato molto perspicace nell’elencare praticamente tutte le caratteristiche che ci connotano. Pare che non ci sia nulla da aggiungere, ma mi sento di rivelare che questi elementi vanno a comporre soltanto il primo livello, quello più immediato, della nostra musica… Certamente è vero che non ci prendiamo troppo sul serio, il divertimento e l’ironia sono importantissimi, ma scavando più a fondo nei testi, più o meno due metri sotto terra, potreste scoprire che si celano dei messaggi un po’ più profondi… Dopotutto noi siamo dei morti vivi che vivono in un mondo di vivi morti…

Parlateci dell’album… da dove sono nate le idee, com’è avvenuta la composizione e la registrazione. L’etichetta etc…

Dopo che la produzione di “Hit Mania Death” (il lavoro precedente ad “Italians Die Better”) ci ha fatto letteralmente impazzire, avevamo deciso che mai più ci saremmo lasciati condizionare da opinioni fuorvianti o dalle richieste del mercato. Il nostro genere (anche se non abbiamo ancora capito quale sia), non è certo mainstream, perciò nell’approccio alla fase compositiva ci siamo ripromessi di seguire semplicemente l’istinto. I primi cinque pezzi sono venuti da sé, quasi senza sforzo, dopodiché una piccola pausa ci ha aiutato a schiarirci le idee per rimaneggiare alcune vecchie canzoni accantonate, tentando di dar loro la scintilla mancante.

Crediamo di esserci riusciti, sicuramente siamo molto soddisfatti del risultato, tanto più che la registrazione del disco è stata fatta da due membri della band, Didi (chitarra) e Mr.4 (basso). Una scelta che ha semplicemente chiuso il cerchio della creazione di un prodotto al 100% genuino, che esprime pienamente lo spirito della band, con tutti i pro ed i contro del caso, ovviamente. Abbiamo deciso di fare questo salto nel buio e, ripeto, le prime recensioni pressoché unanimi sembrano confermare che la scelta sia stata giusta.

A dire il vero, inizialmente questo cerchio si sarebbe dovuto chiudere con il self-release del disco, senza l’ausilio di etichetta discografica, ma per fortuna ci siamo imbattuti nel progetto nascente del produttore/editore Fabio “Silver” Perissinotto, che, con la sua Krach Records, era in cerca di band da produrre. L’amore reciproco è scattato sul palco (e nel backstage) del suo Krach Club, e dopo qualche scambio d’impressioni sul disco e sul mercato discografico, la decisione di pubblicare con lui è stata automatica.

Ho espresso il mio favore di qualche brano in particolare ‘Sultans of Sin’,  ‘Die as you Are‘, ‘Graveyard Dolce Vita’, tanto per citarne alcuni. E i vostri quali sono e perché?

Sicuramente i primi due che hai citato, “Sultans of Sin” e “Graveyard Dolce Vita”, poiché sono l’alfa e l’omega dello spirito della band. Aggressività e malvagità pura nella prima, ritmo scanzonato e divertimento assoluto nella seconda, questi sono i due pilastri del disco e dei Superhorror, per questo li abbiamo scelti come singoli di lancio.

Leggevo che siete ritornati alle vostre origini più legate all’horror punk, trascurando il metal del precedente album e il glam del secondo lavoro… Nulla di strano secondo me… ma c’è un perché o del tutto casuale?

Il “Punk” di questo album è sicuramente più legato all’attitudine, che alle sonorità, le quali, in fin dei conti, credo siano talmente varie dal racchiudere anche Metal e Rock’n Roll… Mi spiego: come dicevo, durante la composizione abbiamo seguito l’istinto, uno spirito anarchico e menefreghista, anche nella scelta dei suoni e degli arrangiamenti abbiamo tenuto soltanto il necessario, ossa e nervi delle canzoni, in maniera da dare un impatto molto… Punk!

Rispetto al precedente lavoro c’è un chitarrista in più… perché questa scelta?

In realtà i Superhorror hanno sempre avuto bisogno di due chitarre: agli albori ero io stesso la chitarra ritmica, poi vari cadaveri si sono succeduti alle sei corde, Sgt. Anubis, Izzy Wyldehell, oltre ad alcuni turnisti che ci hanno accompagnato prima che approdassimo al nostro Jimi, attuale seconda chitarra della band. Le due chitarre sono fondamentali per creare un muro di suono che vada a completare il ritmo serrato dei nostri pezzi; inoltre con Jimi siamo riusciti finalmente ad abbattere il muro tra la chitarra ritmica e quella solista, poiché le sue doti con lo strumento gli permettono di alternarsi con Didi nelle parti soliste, dando al nostro show una varietà nuova!

Ma a proposito di componenti, poiché questa è la vostra ‘prima volta’ sulle pagine di longliverocknroll.it per fare una chiacchierata è d’obbligo una presentazione light come una goccia di sangue che scorre lasciando una striscia di colore, una coda di cometa sulla pelle… (… no comment…)

Assolutamente: io sono Edward J. Freak, frontman e co-fondatore della band insieme a Mr.4, mio socio al basso sin dalla notte dei tempi. Didi Bukz, chitarrista e Franky Voltage alla batteria ci accompagnano dal 2012, mentre Jimi, secondo chitarrista, e con noi sin dall’uscita di “Hit Mania Death” nel 2017.

Avrei un’altra domanda… ma i titoli dei brani… tralasciando la title track di cui abbiamo già parlato. ‘Sultans of Sin’ mi sembra venir fuori da ‘Sultans of Swing’ dei Dire Straits…  ‘Die as you Are‘, mi fa venire in mente ‘Come as you Are’ dei Nirvana, ‘Happy Dead’ dalla nota colonna sonora di ‘Happy Days’, aspetta ‘Haitian Rhapsody’ dal brano dei Queen Bohemian Rhapsody’ e poi ‘Pensiero Violento’ ovviamente Patty Pravo con ‘Pensiero Stupendo’… ce ne sono altri… siete dei semplici giocherelloni oppure…?

Hai azzeccato alla perfezione tutte le citazioni, i miei complimenti! Diciamo che questi giochi di parole, che abbiamo ereditato dal nostro mentore Wednesday 13, oltre ad essere degli scherzi più o meno riusciti servono a far entrare l’ascoltatore in un determinato contesto, aiutare il suo immaginario e guidarlo verso la comprensione del pezzo. Nel caso di “Italians Die Better”, ad esempio, la connotazione erotica della frase originale si sposa con quella funebre, rimandando immediatamente ad un immaginario necrofilo nel quale noi sguazziamo come nello stagno putrido di un cimitero… In “Haitian Rhapsody”, invece, volevamo che l’ascoltatore immaginasse le sventure del protagonista e provasse compassione per lui proprio come fanno con quello del celeberrimo capolavoro dei Queen… Le spiegazioni sarebbero molte, ma lasciamo agli ascoltatori il compito di scovarle tutte!

Adesso? Quale sarà il vostro futuro? Ripropongo la stessa domanda dell’inizio più o meno… cosa avete in cantiere?

I progetti sono tanti, sicuramente. Come dicevo, la priorità è promuovere e spingere il più possibile questo album che amiamo visceralmente. Avevamo già in programma una serie di show, in Italia e anche in Svezia, Olanda e Germania, ma tornare su un palco sarà molto dura nel breve tempo… Quindi, volendo essere realisti, l’uscita di “Italians Die Better” in vinile sarà la prima cosa a cui ci dedicheremo non appena le misure restrittive si allenteranno.

EDWARD J. FREAK, grazie per il tempo che ci hai dedicato. E’ stato un piacere chiacchierare con te. ti lascio ancora un po’ di spazio per concludere questa intervista, oltre ai saluti dei lettori di longliverocknroll.it è ovvio…

Grazie mille ragazzacci… in bocca al lupo

Grazie a te per le tue domande, molto perspicaci! Ai lettori non posso che raccomandare di tenere duro, aggrapparsi alla musica e all’Arte in generale per sopravvivere a questa situazione, con l’augurio di poterci incontrare di nuovo al più presto, attraverso lo schermo di un pc oppure dal vivo… per quanto possiamo definirci vivi!

 

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Born to Lose, Live to Win | Rock'n'Roll is my life, so... long live rock'n'roll !!!

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