Dopo due edizioni saltate a causa della pandemia mondiale, si torna finalmente allo Sweden Rock Festival: gli organizzatori hanno tenuto duro per due lunghissimi anni e sono riusciti a riconfermare quasi in toto il bill già previsto per il 2020, trasformando peraltro il mercoledì, che solitamente fungeva da warm-up a vera e propria giornata full con le prime band a salire sul palco già all’ora del digestivo.

Sbrigate velocemente le pratiche per l’accreditamento (ah, l’efficienza dei paesi nordici!) ci catapultiamo dentro l’area concerti felici come bambini al Luna Park, giusto in tempo per l’inizio dell’esibizione dei rinnovati Art Nation: la melodic rock band svedese capitanata dal cantante Alexander Strandell sembra aver trovato finalmente stabilità e nuova linfa dal ritorno in formazione del chitarrista originale Christoffer Borg e ci delizia con una setlist che va a pescare i brani migliori dei tre album pubblicati finora. Il ritrovato entusiasmo di Strandell è coinvolgente, ma non è sicuramente da meno quello degli Overdrive, una delle primissime heavy metal band svedesi, che si stanno esibendo in contemporanea nel tendone del RockKlassiker. Il gruppo, guidato dal chitarrista nonché esimio critico musicale Janne Stark, è in tour per una serie di date celebrative del quarantennale e ci dà dentro con convinzione: i capelli non ci sono più (a parte quelli del cantante Per Lengstedt), ma la grinta e la voglia di suonare sono ancora quelle di un tempo. Chiudono con un’energica versione del pezzo che dà loro il nome tra gli applausi convinti dei presenti. Inossidabili.

Dopo un’esibizione tutto sommato ordinaria dei power metallers tedeschi Freedom Call, è tempo di assieparsi allo Sweden Stage per una delle esibizione più attese della giornata, quella di Jean Beauvoir che si presenta con una formazione di tutto rispetto, tra le cui fila spicca alla batteria la presenza di Stet Howland, ex W.A.S.P. e Metal Church. Il buon Jean con il suo mohawk biondo platino e il suo sorriso a 32 denti ci mette davvero pochissimo a conquistare i favori di tutti, grazie a una presenza scenica da consumato entertainer e ad una manciata di ottimi brani provenienti dal suo repertorio solista (“Feel The Heat”, theme song del classic movie “Cobra”), nonché da quello dei suoi indimenticati Crown Of Thorns (“Dying For Love”, “Standing On The Corner”) e dei Voodoo X (“Shocker”). Quando poi si cimenta in “Pet Sematary” dei Ramones e in “Uh! All Night!” dei KISS (pezzi nei quali ha lasciato il suo marchio in qualità rispettivamente di produttore e di compositore) il pubblico va in visibilio, dimostrando che gli anni ‘80 non vanno mai in pensione. Trascinatore.

Gli svedesi Bonafide (qui sempre di casa) ci intrattengono piacevolmente col loro sound rock n’ roll d’impatto e senza troppi fronzoli; non è un caso che la loro “Fill Your Head With Rock”, posta in chiusura di set, sia oramai diventata una sorta di inno dello Sweden Rock Festival e dello spirito di fratellanza che lo contraddistingue. Salutati Pontus Snibb e compari, è la volta dei Witchcraft a salire sul palco e purtroppo dobbiamo dire che la loro esibizione sarà una mezza delusione: Magnus Pelander ha da tempo fatto piazza pulita della band che lo accompagnava e oggi è coadiuvato da due musicisti alquanto anonimi che, nell’ora a loro dedicata, non riescono a far presa su un pubblico che pian piano rischia di prendere sonno di fronte a una setlist incentrata sui primi due lavori della band e che non decolla davvero mai. Catatonici.

Fortunatamente ci pensano i veterani Victory dell’ex Accept Herman Frank a riportare un po’ di vivacità, grazie soprattutto all’ottima prova del nuovo vocalist, l’italianissimo Gianni Pontillo, decisamente a suo agio col roccioso hard rock proposto dalla band. Lo show scorre via con piacere grazie a un’egregia capacità di tenere il palco da parte di tutti i membri del gruppo e ad una scaletta incentrata sui primi album del gruppo e cioè quelli di maggior successo: si fanno apprezzare in particolare “On The Loose” e “Check’s In The Mail” in chiusura di un concerto che li vedrà acclamati a lungo sotto la tenda del RockKlassiker. Rinvigorenti.

Headliner di questa prima giornata sono i Megadeth di un Dave Mustaine che sembra fortunatamente aver superato i problemi fisici che lo avevano attanagliato negli ultimi anni. La band attacca subito con “Hangar 18” e sembra decisamente in buona forma, soprattutto grazie all’apporto di uno scatenato Kiko Loureiro alla chitarra. Dave, solito ghigno e camicia bianca d’ordinanza, sa come tenere in pugno i suoi fans (nonché gli spettatori occasionali) e canzoni come “Wake Up Dead”, “Peace Sells” o la più recente “Dystopia” fanno il resto. Da evidenziare la posizione della batteria riportata in piccionaia come ai bei tempi, nonché le incursioni della mascotte Vic Rattlehead in un paio di canzoni. Chiudono con “Holy Wars”, presentata col tono sarcastico di chi sa che, purtroppo, quelle liriche sono sempre di attualità anche oggi. Belligeranti.

Il giovedì ci tocca una bella levataccia perché già alle 12, 15 sono in programma un paio di concerti davvero interessanti. Sul Rock Stage si esibiscono infatti gli Eclipse e fa davvero impressione vedere il mare di persone accorso già di prima mattina per assistere alla loro esibizione (saremo intorno alle 8-10.000 presenze a occhio): fa decisamente piacere vedere come Erik Mårtensson e soci comincino finalmente a raggiungere i meritati frutti di una carriera caparbia e in costante ascesa. Nella setlist oramai assestata su brani che possono essere considerati dei piccoli classici del genere, come “The Storm”, “I Don’t Wanna Say I’m Sorry” e “Viva La Victoria”, trovano spazio senza sfigurare anche i brani tratti dall’ultimo album “Wired”, tra le quali si segnala una convincente versione di “Twilight”. Salutano tra gli applausi convinti di un pubblico appagato. Trionfanti.

Contemporaneamente agli Eclipse, sul più piccolo Sweden Stage, sta suonando un band storica come gli inglesi Ten Years After: pur privi del funambolico chitarrista (nonché leader) Alvin Lee scomparso quasi dieci anni fa e sostituito da Marcus Bonfanti, questi veterani della scena rock (al basso, per la cronaca c’è Mr. Colin Hodgkinson) sono ancora oggi in grado di conquistare sia chi li segue dalla fine dagli anni 60, sia ragazzi che potrebbero tranquillamente esserne i nipotini: abbiamo visto coi nostri occhi ventenni esaltarsi sulle note meravigliose di “I’d Love to Change the World” e “Good Morning Little Schoolgirl”. Eterni.

Ad inaugurare quest’anno il Festival Stage i pirati scozzesi degli Alestorm, capaci di esibirsi ad un festival metal in bermuda colorati e con una papera gialla gigante sul palco insieme a loro. Pezzi dalle liriche demenziali come “Mexico”, “Drink”, “Fucked With An Anchor” e la consueta trascinante cover di Taio Cruz “Hangover” hanno la capacità di strappare un sorriso davvero a tutti, mentre le prime birre della giornata cominciano già a scorrere. Beoni.

Di tutt’altro tenore la performance dei tedeschi Kadavar, con il loro sound psichedelico di matrice 70s che fa buona presa sul (non numerosissimo per la verità) pubblico presente davanti al Silja Stage, pubblico che a fine set viene definitivamente conquistato da una tellurica versione della beatlesiana “Helter Skelter”. ma non c’è tempo da perdere, bisogna correre in fretta allo Sweden Stage dove sta per iniziare il concerto di Lee Aaron: eccola lì, splendida (quasi) sessantenne, ancora capace di infilarsi quegli attillatissimi spandex rossi che tante emozioni avevano regalato a noi adolescenti negli anni 80 (avendo però oggi il pudore di coprirsi il basso ventre con una fascia di tessuto). La Metal Queen per eccellenza, sia pur con qualche piccolo problema tecnico che rischia di smorzare l’atmosfera, ci conduce attraverso uno show elegante e sensuale, accompagnata da una band nella quale alla batteria è presente John Cody, marito e padre dei suoi due figli. Nel finale assolutamente da sottolineare un’emozionante “Barely Holdin’ On” e a chiudere ovviamente “Metal Queen” (rocks your soul!). Intrigante.

Dopo una meritata pausa refrigerante (quest’anno il caldo, almeno durante il giorno, si fa sentire anche qui in Svezia), sul Festival Stage è il turno di una delle band oramai di casa qui allo Sweden Rock: i tedeschi Accept che, sia pur in una formazione che dei membri originari presenta oramai il solo Wolf Hoffmann, sanno bene cosa sia l’heavy metal, genere del quale hanno contribuito a dettare le coordinate negli ultimi 40 anni. Oltre a “Mastro Lindo” Hoffmann la vera anima del combo germanico è ormai da anni il vocalist americano Mark Tornillo, in grado di non far rimpiangere il leggendario Udo e di interpretare al meglio brani del calibro di “Princess Of The Dawn”, “Metal Heart”, “Teutonic Terror” e “Fast As A Shark”. Sulla tellurica “Balls To The Wall”, complice anche un Wolf Hoffmann con pelata luccicante, mascella volitiva e mani sui fianchi, per un momento abbiamo temuto l’annuncio di un imminente invasione della Scandinavia da parte di tutti i metalhead presenti, ma la scanzonata “I’m A Rebel” ha riportato tutti alla tranquillità. Marziali.

E’ la seconda volta che ci imbattiamo nei Saga aIlo Sweden Rock e dobbiamo purtroppo confermare che il loro rock progressivo necessiterebbe di atmosfere più intime e raccolte per poter essere apprezzato appieno: nell’ambito di un festival la loro proposta musicale rischia di scivolare via senza lasciare traccia, anche a causa di un look non esattamente memorabile (sembrano vestiti più per uscire a portare a spasso il cane che per esibirsi davanti al pubblico di una kermesse musicale). Certo, “Humble Stance”, “Scratching The Surface” e “Don’t Be Late” rimangono sempre grandi pezzi, ma l’esibizione di oggi non rende loro giustizia. Anonimi.

Facciamo in tempo a dare un rapido sguardo all’emergente melodic power metal band svedese dei Metalite, nella quale spicca più che altro la presenza dell’avvenente Erica Ohlsson al microfono, prima che comincino gli headliner di questa sera, ossia i Volbeat: personalmente facciamo fatica a capire il successo che questa band ha ottenuto in anni recenti, ma probabilmente è un problema nostro perché a queste latitudini sembrano davvero molto apprezzati a giudicare dalla gente che si assembra di fronte al Festival Stage. Non riusciamo comunque a resistere a più di una manciata di brani proposti dal combo danese e andiamo a cercare rifugio sotto alla tenda del RockKlassiker dove si sta esibendo la punk band locale dei Death By Horse, la cui scatenata cantante Jahna sta letteralmente trascinando tutti in un pogo davvero raro da vedersi da queste parti, tanto che la security per un momento rimane interdetta senza sapere come comportarsi. Ma tutto fila per il verso giusto e il divertimento la fa da padrone: niente di trascendentale sia chiaro, ma di sicuro ci siamo divertiti più qui che con il metal rockabilly degli headliner.

In chiusura di giornata (sì, allo Sweden non sempre l’headliner è l’ultimo show del giorno) troviamo i Dirty Honey, emergente band americana, pompatissima anche dalle frequenze nostrane di Virgin Radio, che sale sul palco del Silja Stage a mezzanotte in punto per intrattenerci col loro hard rock di ottima fattura, reminiscente di band come Rival Sons e Black Crowes. Penalizzati da un’illuminazione a nostro parere non proprio azzeccata, nell’ora a loro disposizione sciorinano una dozzina di brani tratti dai due lavori sinora pubblicati, chiudendo con le loro due canzoni forse più note al grande pubblico “When I’m Gone” e “Rollin’ 7s”. Promettenti.

Contemporaneamente ai Dirty Honey, sul Rock Stage stanno suonando i re del symphonic metal Nightwish e, se per i Dirty Honey la componente visiva è stata forse quella di minor impatto, qui siamo agli antipodi: scenografia imponente con il tastierista leader Tuomas Holopainen piazzato strategicamente al centro e alle spalle della cantante Floor Jansen ed elargizione esagerata di botti e fiamme (queste ultime particolarmente apprezzate visto il repentino calo delle temperature nella notte svedese). La scaletta verte principalmente sulla seconda parte della carriera della band, con il ripescaggio della sola “Sleeping Sun” dagli album antecedenti “Once”, dal quale vengono estratte tra le altre “Nemo” e “Ghost Love Score” con Floor sugli scudi, capace di non far rimpiangere completamente una certa Tarja Turunen. Incendiari.

Il terzo giorno per noi si apre così come si era chiuso il secondo e in questo caso fuoco e fiamme vengono gentilmente offerti dagli Amaranthe, guidati come sempre dalle voci di Nils Molin e della sempre bellissima Elize Ryd, capace di correre e saltare su e giù per il palco per tutta la prima metà dello show inerpicata sui tacchi a spillo, senza mai perdere l’equilibrio (per lo show di oggi il trio di cantanti è poi completato dal leader dei Lost Society Samy Elbanna, impegnato nelle growl vocals). Detto che il genere pop-synth-metal proposto dalla band non è esattamente nelle nostre corde, dobbiamo sottolineare come negli anni la fan base della band si sia, almeno qui in Svezia, ampliata a dismisura, tanto che oggi nel primo pomeriggio si fa fatica a fendere tutta la folla per raggiungere le prime file del Rock Stage. “Amaranthine” e “The Nexus” sono accolte da veri boati e “Drop Dead Cynical” chiude quello che probabilmente ad oggi rappresenta il miglior concerto loro cui abbiamo assistito. Futuristici.

Sul Festival Stage intanto è stata montata una vera e propria giostra con al centro la batteria di Laust Sonne dei D-A-D. La formazione danese guidata dai fratelli Binzer riesce, come al solito, a divertire e ad intrattenere con uno show adrenalinico e ricco di trovate: dai bassi a due corde dalle forme più strampalate di Stig Pedersen alle espressioni stralunate del cantante-chitarrista Jesper, dalla giostra che in alcuni momenti dello show comincia a girare insieme a tutti i componenti della band alla gag che vede sempre Jesper scendere tra le prime file e inscenare una telefonata col cellulare per mettersi in contatto col batterista Laust che sta suonando sulla giostra. Se poi aggiungiamo brani immortali come “Grow Or Pay”, “Rim Of Hell”, “Laugh ‘n’ a ½” e l’inno “Sleeping My Day Away”, allora lo spettacolo è sicuramente assicurato. Divertentissimi.

E’ il momento dei Kingdom Come e purtroppo il loro concerto si tramuterà presto in uno dei punti più bassi dell’intera storia dello Sweden Rock Festival: un irriconoscibile James Kottak alla batteria è oramai diventato l’ombra di se stesso e non riesce a tenere qualsiasi ritmo per più di dieci secondi, la band dal canto suo fa fatica a seguirlo e non basta tutta la buona volontà del nuovo singer Keith St. John (unico a salvarsi dal disastro) a cercare di tirare le fila per portare avanti l’esibizione almeno in maniera dignitosa. L’imbarazzo sia sul palco che tra il pubblico è palpabile, i momenti di silenzio non si contano, nonostante la band cerchi di coprirli improvvisando inutili assoli di chitarre e basso. A questo punto non si capisce proprio il senso di una reunion che non può che rovinare il nome della band (e forse per questo saggiamente Lenny Wolf ha preferito rimanerne fuori). Disastrosi.

Fortunatamente dopo questo vero e proprio scempio, arrivano in nostro soccorso i Saxon, oramai una vera e propria istituzione qui allo Sweden Rock (dove sono ospiti praticamente quasi ogni anno). Per queste date estive la band ha deciso di non promuovere l’ultimo album “Carpe Diem” rimandando il tutto al prossimo tour autunnale, per dedicarsi invece a una sorta di Greatest Hits live: poche band posso contare nel proprio carniere pezzi come “Wheels Of Steel”, “Heavy Metal Thunder”, “Denim And Leather”, “Crusader” e “Broken Heroes”; i cinque leoni inglesi (guidati da un Biff ancora in gran forma) saranno forse un po’ spelacchiati, ma ruggiscono ancora alla grande e possono dare lezioni di heavy metal un po’ a tutti. E la cosa è ancora più evidente quando possono permettersi di chiudere il proprio set con “747 (Strangers In The Night)” e “Princess Of The Night” con sulle labbra il sorriso soddisfatto di chi sa di essere stato anche quest’anno tra i migliori in assoluto. Leggendari.

Ma le gioie della giornata non finiscono qui: sul Rock Stage sta infatti per iniziare il concerto de The Hellacopters, appena tornati con un nuovo album dopo una decina di anni di hiatus. Non neghiamo che la loro esibizione rappresenti per noi uno dei momenti clou dell’intero festival e fortunatamente il quintetto svedese non tradisce le attese, con una setlist ad altissimo numero di ottani, nella quale gli estratti dal nuovo bellissimo album “Eyes Of Oblivion” si sposano perfettamente con classici quali “Hopeless Case of A Kid in Denial”, “Toys and Flavors” e “By The Grace of God”. La band fila senza soste come un treno ad alta velocità e le chitarre di Nicke Andersson e Dregen (per nulla frenato dal tutore che gli blocca la gamba destra fratturata di recente) incendiano la serata, coadiuvate dal drumming furioso di Robert Eriksson che a metà set sarà pure costretto a cambiare in corsa il rullante sfondato. Terremotanti.

Sul Festival Stage è intanto tutto pronto per l’esibizione degli headliner In Flames, gruppo che a queste latitudini gode di un seguito piuttosto sostenuto, anche se probabilmente dei quattro headliner sarà alla fine quello che avrà saputo portare sotto il palco il minor numero di persone. Questo perché sul Rock Stage alla fine del loro show è prevista l’esibizione dei redivivi Mercyful Fate e in molti (noi compresi) preferiscono cercare di conquistarsi in anticipo una buona posizione per assistere al ritorno di King Diamond & Co., piuttosto che seguire la fiammeggiante esibizione dei melodic death metallers di Göteborg, che si chiuderà pure in ritardo di mezzora, tra un trionfo di fuochi d’artificio. E’ infatti ormai passata la mezzanotte quando il telo nero col logo del malefico combo danese, che ci oscura la visuale del palco, si abbassa mostrando ai nostri occhi l’imponente stage set nel quale, tra bianche scalinate marmoree e croci rovesciate, fa bella mostra di sé un altare ornato da pentacolo e testa di capro. Il silenzioso ingresso in scena di King Diamond in lungo soprabito rosso e maschera satanica evoca brividi ancestrali e quando la band attacca con “The Oath” veniamo tutti trascinati in un vortice mefistofelico, accompagnati dalle note di tutti i pezzi più famosi del gruppo danese, con in aggiunta la presentazione in anteprima di un nuovo pezzo intitolato “The Jackal of Salzburg”. Anche se della formazione originale, oltre ovviamente a King, è presente il solo chitarrista Hank Shermann (ma segnaliamo che al basso c’è l’eccellente Joey Vera, già con Armored Saint e Fates Warning), la prestazione della band è assolutamente di altissimo livello e l’unico neo dell’esibizione può essere riscontrato nella freddezza di un pubblico forse intirizzito dal freddo della notte o stremato dalla lunga giornata (un paio di settimane dopo, in quel del Rock The Castle, il pubblico italiano reagirà decisamente con maggior entusiasmo tanto da sorprendere la stessa band per il calore ricevuto). Diabolici.

Siamo ormai arrivati all’ultimo giorno di Festival e i primi due concerti in programma per noi sono quelli di due band emergenti della scena scandinava, sia pure appartenenti a due generi completamente diversi. I primi a calcare le assi del palco sullo Sweden Stage sono i Nestor, ultima new sensation della florida scena AOR svedese. Dobbiamo ammettere che, a fronte di un pizzico di prevenuto scetticismo, il gruppo ha saputo conquistarci sin dalle prime note: suoni pulitissimi, scenografia curata, tenuta del palco da veterani e una serie di brani (tutti tratti dal loro esordio “Kids in A Ghost Town”) che funzionano davvero e ti si piantano in testa immediatamente. La tripletta inserita a metà set con “Stone Cold Eyes”, “Tomorrow” (col singer Tobias Gustavsson a duettare con Lollo Gardtman in luogo di Samantha Fox, ospite sul disco) e “Perfect 10” manda tutti gli amanti delle sonorità melodiche in brodo di giuggiole. Niente male per una band nata nel 1989, riformatasi di recente e che solo oggi riesce a raccogliere i meritati frutti del loro lavoro. Entusiasmanti.

Subito dopo nel tendone del RockKlassiker, comincia il concerto dei Bomber: qui rientriamo nell’ambito dell’heavy metal più canonico. L’esordio su disco della band, “Nocturnal Creatures” uscito qualche mese fa, ci aveva colpito e siamo quindi molto curiosi di vedere la loro esibizione, che ci conferma l’impressione di un quartetto solido e quadrato dal look 70s vagamente glam ma dal sound che, soprattutto nel lavoro delle due chitarre, offre più di un richiamo al metal tradizionale degli anni 80. Brani potenti come “Zarathustra” e “Fever Eyes” hanno facile presa su un pubblico abbastanza folto che li accoglie positivamente e li acclama per tutta la durata dello show, che si chiude sulle note di una robusta cover di “Dirty Deeds Done Dirt Cheap” e dell’inedita “Come Tomorrow”. Adrenalinici.

Che dire dei Night Ranger? Siamo semplicemente di fronte a una fenomenale live band che da anni orami non perde un colpo; il quintetto californiano guidato da Jack Blades e Brad Gillis anche oggi dà vita a uno show perfetto sotto ogni punto di vista: le loro canzoni dettano da anni la linea del melodic hard rock made in USA e loro sul palco, dopo quarant’anni di carriera, sembrano ancora divertirsi come ragazzini. In scaletta trovano spazio come sempre anche i due classici dei Damn Yankees “Coming Of Age” e “High Enough”, nonché la nuova “Breakout”, con Brad Gillis e Kery Kelly a sfidarsi all’ultimo assolo. E quando in chiusura Kelly Keagy intona l’immortale “Sister Christian”, per poi lasciare spazio alla splendida “Don’t Tell Me You Love Me” anche lo spettatore più lontano dal palco non può che ammirare la grandezza assoluta di questo gruppo. Magistrali.

Gli Hardcore Superstar tornano allo Sweden Rock e questa volta di nuovo sul Festival Stage: Jocke Berg e compagni non sono affatto intimoriti dal fatto di esibirsi su un palco così grande e lo padroneggiano con naturalezza davanti ad una folla oceanica e in adorazione (al punto che lo stesso Jocke decide in più occasioni di lasciare il palco per andare a cantare direttamente in mezzo alla gente). Per l’occasione vengono presentati ben cinque brani dall’apprezzato nuovissimo album “Abrakadabra” ed anche dal vivo i nuovi brani fanno decisamente un’ottima figura, accanto alle consuete “Last Call For Alcohol”, “Above The Law” e “We Don’t Celebrate Sundays”: i quattro svedesi confermano ancora una volta di essere una live band di livello assoluto e quando chiudono con “You Can’t Kill My Rock n’ Roll”, le liriche del pezzo ci colpiscono particolarmente, al pensiero che dopo due anni schifosi siamo ancora qui tutti uniti a celebrare la musica più bella che ci sia. Vincenti.

Cambiamo palco portandoci di nuovo allo Sweden Stage, ma senza modificare più di tanto le coordinate sonore e rimanendo sempre nell’ambito dello sleaze rock più stradaiolo: Signore e Signori, the Last of the Living Rockstars, Mr. Michael Monroe. L’ex cantante degli Hanoi Rocks (probabile figlio illegittimo di una one night love affair altamente alcolica tra Mick Jagger e Marilyn Monroe) è alla vigilia del suo sessantesimo compleanno, ma si muove ancora come se avesse vent’anni: corre su e giù per il palco, si butta tra le prime file, si arrampica sulla struttura del palco, il tutto continuando ininterrottamente a cantare senza perdere mai il fiato (mentre noi lo perdiamo solo a guardarlo). La sua esibizione è una vera goduria per ogni rocker degno di questo nome, in particolare quando attacca due classici della sua vecchia band quali “Motorvatin’” e “Malibu Beach Nightmare”, e quando sulla conclusiva “Dead, Jail or Rock n’ Roll”, lui e il suo vecchio sodale Sami Yaffa vengono raggiunti dalla chitarra di Dregen, ogni freno inibitore va a farsi benedire ed è il delirio collettivo. Impressionante.

Dopo un’esibizione di questo calibro, diventa difficile attendersi qualcosa di pari livello da parte dell’headliner incaricato di chiudere questa edizione del Festival e cioè i Guns n’ Roses. Ed in effetti non sarà così: già un ritardo di mezz’ora accompagnato dal divieto assoluto di qualsiasi foto/video (sarà vietato l’accesso al pit anche ai fotografi accreditati) comincia subito a innervosire un pubblico stremato da quattro giorni di concerti live; e quando finalmente la band attacca con “It’s So Easy” la sensazione è quella della solita reunion messa su per raccattare un (bel) po’ di soldi: Axl (per la prima ora vocalmente sottotono, per usare un eufemismo), Duff e Slash suonano immobili senza quasi guardarsi in faccia ed evitando ogni minima interconnessione. La prima ora è veramente quasi una tortura per le orecchie, poi, dopo la cover (l’ennesima: a fine serata saranno ben sette!) di “Back In Black” le cose migliorano leggermente, anche se il pubblico comincia a sfoltirsi tanto che, dopo tre (estenuanti) ore di concerto, quando il gruppo attaccherà la conclusiva “Paradise City” due terzi della gente avranno già lasciato l’area concerti. Deludenti.

Fino qui vi abbiamo parlato delle singole esibizioni delle band che siamo riusciti a vedere, anche se a causa di alcune sovrapposizioni di orario abbiamo purtroppo dovuto rinunciare a malincuore ad altri gruppi ai cui concerti avremmo sicuramente voluto assistere, come Ross The Boss, Within Temptation, Hällas, Siena Root e Nashville Pussy. Ma lo Sweden Rock Festival è ovviamente molto di più di una serie di concerti: è il ritrovare amici che non vedi da molto tempo provenienti da ogni angolo della terra (dalla Svezia – ovviamente – al Brasile, dalla Germania agli Stati Uniti), è la possibilità di conoscere persone e stringere nuove amicizie, è il piacere di farsi una birra insieme a degli sconosciuti, di apprezzare la compagnia di una bella ragazza e di vivere quattro giorni in pieno rock n’ roll style. Appuntamento pertanto alla prossima edizione che si terrà sempre a Sölvesborg dal 7 al 10 giugno 2023

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All you need to know about me is that I was born and raised on Rock 'n' Roll. We'd better let the music do the talking, as Joe Perry used to say...

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