Testament – Tempo Rock, Gualtieri (RE) – 16.03.2013

Dopo essermi sciroppato allegramente quasi 330 km giungo sul luogo dove potrò finalmente rivedere i compagni della mia adolescenza musicale (ed anche quella reale…), i cari e vecchi Testament. La location, che vedo per la prima volta in vita mia, è decisamente azzeccata, sia per l’ubicazione facilmente raggiungibile, anche per un forestiero come il sottoscritto, sia per il decentramento dal centro della cittadina di Gualtieri (dotata peraltro di una piazza che definire magnifica è poco) che per l’area parking sterminata ed in grado di accogliere migliaia di vetture senza grossi patemi.

Una raggelante attesa (solo pochi gradi al di sopra dello zero ma accompagnati dalla temperatura reale percepita che era brividosa assai) è causata dall’italianissimo mancato rispetto dell’orario dichiarato dal locale per l’apertura cancelli. Nessun problema perchè, aperto finalmente il tanto agognato varco, avevo già voltato pagina mutando la mia momentanea incazzatura in allegria per l’evento cui, di lì a poco, avrei avuto la fortuna di assistere. Come di rito do la solita sbirciata al merchandising delle band con l’altrettanto solito pensiero rivolto alle orride copertine e relative orride e carucce t-shirt/felpe dei Testament. Lo avranno per farmi risparmiare e, visto il mio personale disastro economico, non è poco. Questa volta niente cimelio.

Si spengono le luci e, finalmente, è arrivata l’ora di sentire qualcuno che suona su quel palco assurdamente congeniato. E’ piccolo e stretto, alto un metro (molto scarso) dal piano terra, con varie scalette e livelli che imporranno ai vari musicisti, durante tutta la serata, un continuo sali/scendi con evidenti rischi d’impresa annessi.

L’onore di scaldare l’ambiente spetta ai Bleed From Within, band originaria di Glasgow dedita ad una specie di deathcore moderno. Questa è la definizione “tecnica” più vicina possibile alla realtà, atta a descrivere la loro musica. Se invece debbo descrivere ciò cui ho assistito posso dirvi che i loro trenta minuti sono stati uno smarronamento intensissimo e, sentiti i commenti dei miei occasionali vicini, condiviso da molti. I pezzi mi sono sembrati tutti uguali, la loro ricetta musicale consta di ritmi iperfratturati ed un cantato urlato tanto monotono e ripetitivo quanto poco efficace ed emozionante. Sono giovani, d’accordo, ma neppure alle prime armi dato che la loro prima release è datata 2006. Rimarchevole invece la presenza scenica del rossocrinito chitarrista e del bassista che ci hanno ventilato a gratis, grazie ad un parruccamento da record, in un ambiente che, minuto dopo minuto, andava a riempirsi sempre più in ogni ordine di posti.

A fine serata, data l’affluenza spropositata rispetto alla capacità si potevano scorgere persone abbarbicate ovunque, pilastri e colonne, tavolini e divanetti, incollati alle vetrate e chi più ne ha più ne inventi…

A questo proposito segnalo, come fatto extramusicale, la coda continua al bar, sin dal mio ingresso nel locale, che ha costretto i proprietari ad aprirne un secondo su un altro livello, anch’esso perennemente indaffarato a soddisfare il desiderio alcolico (e non) dei presenti.

In una quindicina di minuti è stato effettuato il cambio palco ed i veterani Dew-Scented hano dato una botta di adrenalina inaspettata, almeno dal sottoscritto. In quasi venti anni di attività hanno spostato il loro stile un po’ a seconda delle mode musicali del momento, sempre imperniando la loro immaginaria bussola musicale su un death thrash che, ultimamente, è, ‘stranamente’, molto più thrash old school che non death. E’ stato infatti impossibile non distinguere, durante il loro live act, i pezzi più recenti dai più datati. Uno show perfetto e senza alcuna pecca degna di nota. Forse, solo la timbrica del leader della band, Leif Jensen, manca di quel qualcosa che riesca a proiettarli in prima fila e non a band di contorno nel sempre affollatissimo panorama tedesco. Hanno dato tutto quello che avevano in termini di energia ed i brani, con un paio di eccezioni, sono risultati, al mio personal palato, decisamente grandiosi. La sezione ritmica ha martellato in modo eccelso ed illuminato. Ghiotto antipasto che ho divorato a fauci spalancate. Bravi, molto molto bravi davvero.

Si riaccendono le luci e l’ansia incomincia a farsi sentire. Il cambio palco, questa volta, è eterno, praticamente un’ora di attesa, poco meno, ci si inizia ad innervosire quando, finalmente, ecco spuntare sua maestà Gene Hoglan a cui viene fatta strada per raggiungere la sua postazione di battaglia con più di una torcia data la sua vista non propriamente perfetta. Suona seduto molto in alto quindi il suo busto, non certo famoso per essere considerato anoressico, ed i suoi tentacoli saranno ben visibili per tutto il concerto. Un nanosecondo ed il boato che accoglie l’ingresso in campo di Chuck Billy e soci è assordante. Sempre con il microfono con la mezz’asta (con il manico verde fluo!) il mio amato indianone fa paura. Sembra che il corpo gli stia inghiottendo la testa, è un bestione che, a stima visiva, sfiora i duecento chili. Di contro Greg Christian peserà come mio figlio di cinque anni, un autentico fascio di nervi. Inizia lo spettacolo ed il pubblico viene totalmente risucchiato da questi cinque loschi figuri che da quasi trent’anni non hanno mai mollato la presa e, superati i ben noti (e gravi) problemi di salute del singer sono sempre stati in circolazione producendo la loro musica senza badare troppo a quello che tirava, commercialmente parlando, con l’unica eccezione di “Demonic” dal quale, infatti, non ci sarà traccia stasera.

Parecchio materiale del nuovo disco (“Rise Up“, “Native Blood“, “True American Hate” ed anche la pallosissima “Dark Roots of Earth“), qualche estratto dal precedente lavoro, la titletrack “The Principle of Damnation” e “More than Meets the Eye” e ben quattro brani dal disco che, a tutti gli effetti li ha rilanciati vale a dire “The Gathering“. Il set è abbastanza ben calibrato con alcune sorprese in negativo (mancavano all’appello “Trial By Fire“, “Disciples of the Watch“, “Souls of Black” ed “Electric Crown“, come anche le loro ballad che sono state tagliate in toto) ed in positivo e cioè un sostanzioso revival dei pezzi che li hanno resi immortali tra gli headbanger fan del globo: “Burnt Offerings“, “Into the Pit“, “The New Order“, “Practice what You Preach“, “The Haunting“. Hanno suonato bene, ma, alzando il volume rispetto ai gruppi spalla, e, date le caratteristiche strutturali del Tempo Rock (con un soffitto non altissimo ed i muri perimetrali che vanno a formare una specie di cerchio), la resa sonora, eccezion fatta per la batteria, era un po’ impastata. Detto questo posso lasciarmi andare e confessare che mi hanno fatto venire i brividi in più d’una occasione riportandomi alla mente quando li vidi nel remoto 1987 al fu Palatrussardi (tournè di “The Legacy“, di supporto agli Anthrax di “Among the Living” e non aggiungo altro…), sono cambiate molte cose ma non l’attitudine di questi ex ragazzi, ora quasi vecchietti ma non ancora pronti per la pensione. Hanno letteralmente ammutolito il pubblico presente, e sempre partecipe, con una prestazione sontuosa ed una voglia di suonare invidiabile. Lo faranno anche per il vil denaro ma, vi assicuro, sulle assi non si sono risparmiati. Alex Skolnick, come sempre ha fatto la differenza innestando i suoi assoli di stampo classico in un thrash a volte ponderato ed altre furibondo. Il duo “Over the Wall” e soprattutto la paurosa versione live di “D.N.R.” in finir di set hanno lasciato il segno su tutti i presenti. Un gran concerto che valeva la pena di essere visto.

Chuck, il bisonte californiano, mi ha dato l’impressione, in fase di ringraziamenti finali, di essere alquanto stupito e felice per il numerosissimo pubblico (qualcuno dice 5000 io, personalmente, dico 3000) accorso. Era la prima data di questa ennesima loro tournèe. Mi auguro vivamente che possano avere la stessa quantità di pubblico in tutte le altre dodici date (di cui sette in Germania), se lo meritano, davvero.

Testament? Immortali.

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