The Cult – Love

Beggars Banquet – Maggio 1985

Per una rubrica che si chiama ‘Cult Records’, quale disco più ‘cult’ di questo?… Come una fenice che risorge dalle proprie ceneri (e “Phoenix” è proprio il titolo di uno dei brani), anche i Cult risorgono dalle ceneri del proprio passato (prima i Southern Death Cult, poi i Death Cult), gettando alle ortiche il proprio passato post-punk (non così brillante per la verità) ‘…perché volevo suonare “Purple Haze” o “Badge” o “Helter Skelter”…’ (parola di Ian Astbury). E così, insieme a Billy Duffy (chitarre) e Jamie Stewart (basso), i nuovi Cult fanno le prove generali con l’album “Dreamtime”, e successivamente con il fortunato singolo “She Sells Sanctuary” ed il successivo album “Love”. “Amore” è davvero la parola chiave: amore per una musica che viene dal passato, per lo spirito e l’energia di un’epoca di cui Hendrix, Doors e Led Zep erano i portabandiera, e dai quali Astbury si fa possedere letteralmente, anche dal punto di vista del look (venendo spesso deriso per questo).

Ma piume e ornamenti Navajo a parte, sono le canzoni a parlare da sole: se la produzione ed il suono sono pulite ed impeccabili in pieno eighties-style, lo spirito che pervade l’album è assolutamente Seventies. Le chitarre di Duffy la fanno ovviamente da padrone, la sezione ritmica è potente, precisa ed essenziale (la batteria è a cura di Mark Brzezicki – ricordate i Big Country?…), ma è Ian Astbury a vincere la scommessa contro tutto e tutti, a soli 24 anni, con la sua voce inimitabile eppure reminiscente di altri e più alti numi tutelari (divertitevi a scoprire quali).

Parlando in termini di vinile, la facciata A è una tra le più belle mai ascoltate, senza un solo segno di cedimento; “Nirvana” è una pioggia acida fin dalla prima battuta, “Big Neon Glitter” è quasi un manifesto di tutto il disco: nervi scoperti e stilettate psichedeliche; “Love” è tanto naif da colpire al cuore prima che alla testa, “Brother Wolf, Sister Moon” è francescana nel titolo, ma è la ballata che Plant e Page vorrebbero poter scrivere oggi, un distillato di rara e disarmante bellezza; “Rain” è IL Singolo, quattro minuti da Grande Scuola Del Riff: anche qui il testo sono non sono altro che quattro-versi-quattro, ma ragazzi! davvero non si sente il bisogno di nient’altro…

“Phoenix” e “Hollow Men” sono forse l’appendice più acida e dark dell’album, “Revolution” è una grande ballad, in memoria di ciò che è stato e non tornerà; “She Sells Sanctuary” è l’Altro Singolo, ma è comunque da qui che è incominciato tutto; “Black Angel” è triste ed epica come un western, un po’ Sergio Leone un po’ Peckinpah (“It’s a long way to go / a black angel at your side”: non è forse così per tutti noi?…). La Fenice è risorta, ma niente di ciò che farà in seguito gli riuscirà più così bene.

thecult.us

The Cult - Band 1985

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