Ci sono concerti che si ascoltano, concerti che si guardano e poi ci sono esperienze come quella offerta dai Wardruna ieri sera all’Auditorium del Lingotto di Torino: momenti che non si limitano a intrattenere, ma che scavano dentro, che risvegliano qualcosa di profondo e antico, come un richiamo proveniente da epoche che crediamo dimenticate e che invece non ci hanno mai davvero lasciati.

Fin dall’ingresso in sala si respirava un’attesa silenziosa, quasi devota. Il pubblico si è raccolto in un rispetto raro, come se ognuno sapesse che ciò che stava per vivere non fosse un semplice concerto ma un rito collettivo, un’apertura verso un tempo sospeso. E infatti, quando le luci si sono abbassate e i primi suoni hanno iniziato a vibrare, tutto è cambiato: la modernità è scivolata via, le pareti dell’auditorium si sono dissolte e attorno a noi è ricomparsa la natura primordiale.

La scenografia, fatta di luci sapientemente dosate, ombre che si allungavano e si contraevano, e colori che evocavano gli elementi — il verde dei boschi, il blu profondo delle acque, il rosso caldo del fuoco — ha costruito un paesaggio emotivo in cui era impossibile non lasciarsi trasportare. Era come trovarsi allo stesso tempo nel cuore di una foresta millenaria e in un luogo fuori dal tempo, un punto sospeso tra passato e presente.

In questo ambiente così carico di simbolismo, la band ha intrecciato sapientemente i brani del nuovo album Birna con alcuni capisaldi della loro carriera. Birna, dedicato a un immaginario antico, animale, primordiale, è stato presentato come una continuazione del lavoro di custodia culturale che da sempre caratterizza i Wardruna: non solo musica, ma divulgazione, memoria, radici. Ogni nuova composizione ne porta il sigillo:  quello di una tradizione che non viene ripetuta, ma rianimata.

Accanto alle novità, l’esecuzione dei brani storici ha rappresentato l’apice emotivo della serata. Grá è esplosa con una potenza quasi tellurica, un canto che sembra provenire dalle viscere della terra, capace di scuotere anche gli animi più trattenuti. E poi Helvegen, l’immensa, la conclusiva, quella che più di tutte incarna il senso stesso di un viaggio interiore: un addio, un passaggio, un ponte tra mondi. La sala, in quel momento, non respirava: ognuno sembrava custodire dentro di sé un frammento di significato, un’immagine personale, un ricordo. Nessuno parlava. Nessuno si muoveva. L’intero pubblico ha vissuto quel canto come una preghiera.

Questa è la forza dei Wardruna: unire arte, storia e spiritualità in un’unica cosa indivisibile. Non si limitano a eseguire musica; proteggono tradizioni antichissime, le traducono in un linguaggio contemporaneo senza snaturarle, permettono a culture millenarie di continuare a vivere.

Ascoltarli significa riconnettersi con un passato che non è solo del Nord, ma dell’umanità intera; con forze primordiali che da sempre ci circondano e che, troppo spesso, dimentichiamo di avere anche dentro di noi. Per questo un loro concerto non è mai solo un concerto: è un’esperienza mistica, un rito di risveglio.

A chiudere la serata, come sempre, le parole di Einar Selvik sono state un invito a guardare oltre la superficie delle cose. Il leader del gruppo ha ricordato come il loro lavoro consista nel prendere qualcosa di antico e trasformarlo in qualcosa di nuovo, senza tradirne l’essenza. Ha parlato della nostra origine comune: del fatto che, a prescindere da dove veniamo, siamo tutti figli della natura. Le culture, ha detto, nascono da stupori identici — lo stupore davanti alla terra, al cielo, ai fulmini — e questo ci rende uguali nella meraviglia. Non esistono culture di serie A o di serie B: esistono storie intrecciate, specchi che si riflettono, eredità che vale la pena proteggere.

Uscendo dall’Auditorium, con ancora nelle orecchie gli echi dei tamburi e delle voci, la sensazione era una sola: quella di aver camminato, almeno per un paio d’ore, dentro un tempo che non ha età. Un tempo che parla attraverso la musica dei Wardruna, e che continua a parlarci finché qualcuno avrà il coraggio di ascoltare.  Isabella Memmo

Di seguito le foto di Maurizio Cavaglià

WARDRUNA

 

 

 

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