Bad Omen Records – 2020

Mi sono avvicinato ai Wytch Hazel incuriosito dalla bella copertina, dalle tinte marroni chiaro, raffigurante una spada conficcata nel terreno, vicino ad un masso, circondato dalla vegetazione.
I Wytch Hazel arrivano dall’Inghilterra, e ‘III: Pentecost‘ è il loro terzo album in studio, che rispetto ai due dischi precedenti, ‘Prelude’ del 2016 e ‘II: Sojourn’ del 2018 non fa segnalare novità significative per quanto riguarda il sound, ma di sicuro alla voce convinzione l’asticella si alza notevolmente, portando la band a fare un salto di qualità notevole e a esprimersi ad altissimi livelli con una semplicità disarmante, in sostanza nulla di nuovo ma un qualcosa di estremamente ben fatto e ben suonato.

L’opener ‘He Is The Fight’ apre le danze, e da subito si viene rapiti da quel sound che tanto richiama la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, con le chitarre che si rincorrono a vicenda con le loro melodie dal vago sapore malinconico, come sapevano fare egregiamente i Thin Lizzy.
Apparentemente questo disco potrebbe stonare in questa epoca di super produzioni, un’epoca dove conta di più apparire per accaparrarsi qualche like in più, ma fortunatamente per i Wytch Hazel quello che conta di più è la musica, una musica che pesca da un passato storico e immortale, come può essere quello appunto dei Thin Lizzy, di una certa NWOBHM, echi dei primi Wishbone Ash, e aggiungiamo una spruzzata di Deep Purple.
I brani sono permeati da quell’atmosfera quasi epica e battagliera (non si intende ovviamente alla Manowar), e si viene catapultati indietro nel tempo, una sensazione piacevole senza dubbio.
Continuiamo l’ascolto con ‘Spirit And Fire’ con un riff iniziale che mi ha ricordato i Dire Straits in versione più hard e la stupenda ‘I Am Redeemed’ una sorta di cavalcata solenne dominata dalle doppie chitarre.
Archangel’ così come altri brani del disco, ci porta in un mondo fatto di cavalieri, di crociate, un medioevo poetico e dall’atmosfera sognante grazie alle melodie create da questa insolita band.
Uno dei punti più alti dell’album si ha con ‘Dry Bones’ fiera e intensa, ricca di cambi di tempo e d’atmosfera.
La strumentale ‘Sonata’ sa un po’ d’Irlanda, il dolce violino iniziale accompagnato da un tappeto delicato di hammond, lascia il posto alle chitarre che rimangono sempre delicate e arpeggiate, un momento di riflessione che dovrebbe essere fatto quotidianamente.
Si riprende a masticare rock con la seguente ‘I Will Not’ dove troviamo una entusiasmante parte di chitarra nel break centrale, e poi ‘Reap The Harvest’ altro piccolo capolavoro che alterna una strofa più morbida a momenti più elettrici.
Ancora due brani in scaletta, l’acustica e folkeggiante ‘The Crown’ che potrebbe ricordare i Jethro Tull di ‘Songs From The Wood’, e anche in questa veste i Wytch Hazel dimostrano di essere padroni della situazione e di riuscire a creare atmosfere e melodie come da tempo non sentivamo.
Un passaggio della Bibbia introduce l’ultima traccia, ‘Ancient Of Days’ sorretta da una ritmica quadrata sostenuta come sempre dalle doppie chitarre e da melodie pienamente riuscite.

I Wytch Hazel sono riusciti a rompere quella monotonia quotidiana con la quale ci misuriamo troppo spesso ultimamente, hanno riportato alla luce delle sonorità che forse avevamo se non dimenticato, messo in soffitta, sopraffatti dal troppo delle produzioni odierne.
Una band diversa che è riuscita ad essere personale e sorprendente rielaborando il passato senza stravolgerlo, ma donandogli nuova vita.

www.facebook.com/wytchhazel

Tracklist:

1.He Is The Fight
2.Spirit And Fire
3.I Am Redeemed
4.Archangel
5.Dry Bones
6.Sonata
7. I Will Not
8.Reap The Harvest
9.The Crown
10.Ancient Of Days

Band:

Colin Hendra – voce, chitarra, batteria (traccia 9)
Alex Haslam – chitarra
Andy Shackleton – basso
Jack Spencer – batteria

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