In una chiacchierata con Jordi Pinyol, il leggendario shredder Yngwie Malmsteen ha sparato una bomba che fa tremare le fondamenta dell’industria musicale:
“Con YouTube e così via, oggi chiunque può produrre un disco, fare un video … così si è perso tutto, non c’è impatto, niente lascia il segno.”
E non è l’unica bordata che spara lo svedese.
“Quando ero ragazzino, andavi in edicola, compravi un disco, lo portavi a casa, lo ascoltavi, guardavi le foto… era un evento.”
Cosa è successo? Le major discografiche hanno dislocato gli uffici e non ci sono più sedi locali, sono sparite, le catene di dischi pure, il formato fisico quasi un miraggio. Le etichette non sono più competitive coi numeri reali ma con like e streaming e in questo nuovo ecosistema “il vero prodotto non esiste più” a suo avviso.
Secondo Malmsteen, tanto per dire, quando i Beatles arrivarono in America nel ‘64 fecero uno show televisivo (c’erano solo due canali} che li consacrò come i n. 1 al mondo, se oggi su YouTube facessero lo stesso “non ci sarebbe lo stesso clamore”.
Un’altra frecciatine riguarda la stereotipazione:
“C’era sempre chi dava origine a un genere e poi tanti cloni … i NIRVANA hanno lanciato il grunge, poi arrivarono un milione di band grunge di cui non so nemmeno i nomi.”
E non lo dice solo per il grunge: dal glam con band come i Poison, fino ai cicli pop/rock che si ripetono. Etichette, radio, MTV: tutto era un “filone”. E quando un filone finiva, se ne cercava un altro da sfruttare.
Ora quel meccanismo è imploso. Se tutto è “open source” e tutto è possibile, cosa rimane che valga davvero?

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