Il concerto al Monk di Roma dei A Place to Bury Strangers pura adreanila: fumo denso, luci stroboscopiche frenetiche, volume assordante e una Fender Jaguarche incontra subito il palco andando in frantumi, non c’è tempo di capire cosa succede. La folla si agita come in rivolta, spinta da un feedback selvaggio e da un basso che ti martella il petto.
Tensione costante, caos tagliente come un rasoio, luce frammentata, sudore ovunque. Non un concerto: un’esplosione elettrica da cui ti allontani stordito e vivo.
Negli ultimi anni questa furia non si è affatto attenuata, anzi: con l’uscita di Synthesizer la band ha spinto ancora più a fondo nella manipolazione del suono, intrecciando elettronica analogica, rumore e melodie sommerse in un flusso ipnotico e abrasivo.
I brani nuovi, dal vivo, diventano terreno di sperimentazione estrema: dilatati, distorti, spesso irriconoscibili rispetto alle versioni in studio, come se ogni esecuzione fosse un atto di distruzione e rinascita.
E poi c’è il rito del live, che resta uno dei più intensi e imprevedibili in circolazione. Oliver Ackermann non si limita a suonare: invade lo spazio, scende tra il pubblico, sparisce e riappare.
In un momento il palco resta senza di lui, la chitarra abbandonata continua a emettere suoni, un organismo autonomo in feedback, mentre lui è già altrove, fuori dal locale, a estendere il concerto oltre i suoi confini fisici. È una dissoluzione dei ruoli e dello spazio scenico: la musica non ha più un centro, si propaga.
In apertura Kontravoid.
Fotografie di Tommaso Notarangelo
KONTRAVOID
A PLACE TO BURY STRANGERS

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