Ci sono concerti e poi ci sono esperienze difficili da tradurre in parole. La serata di oggi alla Santeria Toscana 31 di Milano rientra decisamente nella seconda categoria.
Sul palco stanno per salire gli Eihwar, formazione atipica e affascinante che, più che appartenere a un genere, sembra averne creato uno proprio. Definirli folk-pagan metal è riduttivo: il loro suono affonda le radici nei canti nordici di tradizione norrena, ma si spinge ben oltre, contaminandosi con strutture ritmiche moderne e pulsazioni quasi elettroniche. Il risultato è un equilibrio sorprendente tra antico e contemporaneo. Un “suono antico moderno”, per usare una definizione imperfetta ma efficace: evocativo, ipnotico, e al tempo stesso fisico, capace di trascinare il pubblico in una dimensione sospesa tra rituale e danza. Un’idea artistica chiara, coraggiosa e soprattutto realizzata con una coerenza che merita solo rispetto. Il progetto prende vita attraverso il duo composto da Asrunn e Mark. voce e presenza scenica da un lato, costruzione sonora dall’altro. Mark si occupa infatti di tutta l’architettura musicale, tra percussioni, chitarra e synth, creando quelle fondamenta ritmiche e atmosferiche su cui si sviluppa l’intero universo sonoro della band. Asrunn dona invece una voce profonda e spettacolare al progetto, rendendolo ancora più completo danzando quasi costantemente su coreografie tribali affascinanti.
Quello degli Eihwar è molto più di un progetto musicale: è un’esperienza a 360 gradi. I brani, già di per sé coinvolgenti su disco, trovano dal vivo la loro dimensione ideale. Tra costumi, coreografie, impatto visivo e interazione continua, ogni elemento contribuisce a costruire qualcosa di unico nel panorama attuale. Un’idea originale, sviluppata con coerenza e portata sul palco con personalità e coraggio. Un equilibrio riuscito tra passato e presente, tra ritualità e intrattenimento.
A completare il quadro di stasera, la presenza di Mira Ceti, storica corista del progetto Heilung, che arricchisce ulteriormente la dimensione di questa serata e promette di rendere l’esperienza ancora più intensa e stratificata. Tutti gli elementi sono pronti: una location perfetta, un’identità artistica fortissima e un concept sonoro che sfida ogni classificazione. Le aspettative sono alte e la sensazione è che questa non sarà semplicemente una serata live, ma un vero e proprio rituale sonoro.
Ad aprire la serata è quindi proprio Mira Ceti, nome ben noto agli appassionati del genere per il suo ruolo all’interno degli Heilung. Un progetto che negli anni ha ridefinito il concetto stesso di performance live, portando sul palco quella che loro stessi definiscono “Amplified History”: una rievocazione sonora e visiva delle tradizioni nordiche, tra ritualità, spiritualità e immersione totale. L’esibizione solista di Mira si inserisce perfettamente in questo solco. Il palco si presenta spoglio ma estremamente evocativo: colonne sceniche che richiamano un tempio pagano norreno, un luogo sospeso nel tempo dove il concerto assume i contorni di un vero e proprio rito. Quando Mira entra in scena, scalza, il silenzio cala immediatamente sulla sala, come se il pubblico percepisse di stare per assistere a qualcosa di più di un semplice opening act. I primi canti sono lenti, malinconici, profondamente spirituali. La sua voce, pura, intensa, quasi ancestrale, sembra attraversare lo spazio e colpire direttamente chi ascolta. Non c’è bisogno di sovrastrutture: basta la presenza, il respiro, l’interpretazione. Il set si sviluppa come un viaggio interiore. Momenti più statici, in cui Mira resta ancorata all’asta del microfono lasciando che sia la voce a dominare la scena, si alternano a passaggi più dinamici, dove emergono ritmi tribali e richiami a danze antiche, evocando immagini di fuochi rituali e comunità raccolte attorno al sacro. È una performance che parla alla pancia prima ancora che alla testa. Per chi ha avuto modo di apprezzarla dal vivo con gli Heilung, il talento di Mira non è certo una sorpresa. Tuttavia, vederla qui in una dimensione più centrale permette di coglierne appieno la profondità artistica: non più solo parte di un collettivo, ma voce guida di un’esperienza intima e potentissima. Un’apertura intensa, immersiva, capace di trasportare il pubblico lontano nel tempo e nello spazio.
Dopo un’apertura così intensa, l’attesa nella sala è palpabile. Le luci si abbassano, il brusio si spegne lentamente e cala un’oscurità carica di aspettativa. Poi, i primi segnali. LED freddi iniziano a illuminare il palco, delineando la postazione centrale di Mark: una struttura che è al tempo stesso altare e centrale operativa, tra percussioni, synth e una stazione elettronica che promette di essere il cuore pulsante dell’intero set. È chiaro fin da subito che non si tratterà di un concerto “tradizionale”, ma di un’esperienza costruita con precisione quasi rituale. Gli Eihwar hanno infatti sviluppato un linguaggio sonoro unico, dove la matrice nordica, fatta di richiami alla spiritualità norrena e ai canti ancestrali, viene amplificata da un approccio moderno, profondamente ritmico, vicino a una vera e propria trance elettronica. Ed è proprio questa fusione a renderli così distintivi: non una semplice rievocazione del passato, ma una sua reinterpretazione contemporanea, capace di trasformare elementi arcaici in qualcosa ipnotico, quasi “addictive”. Un suono che non si limita ad essere ascoltato, ma che si vive.
L’impatto visivo gioca un ruolo fondamentale in questa band. Mark appare come una figura austera e misteriosa: tonaca nera, elmo a coprire il volto, solo lo sguardo visibile. Un’estetica che richiama tanto un cavaliere templare quanto un officiatore di rituali oscuri, rafforzando quella dimensione sospesa tra storia e mito. Pochi istanti dopo, l’ingresso di Asrunn completa il quadro. La sua presenza è magnetica: cuoio, pellicce, ossa ornamentali, collane e un imponente copricapo sormontato da un teschio di lupo. Una vera shieldmaiden, una figura che sembra uscita direttamente da una saga nordica. Non è solo un costume, ma una dichiarazione d’intenti: ogni dettaglio contribuisce a costruire un universo coerente, credibile, immersivo. Quando Asrunn fa il suo ingresso sul palco, la trasformazione è immediata. La sua presenza è ipnotica e basta un attimo perché l’intera sala venga catturata. La sua voce, profonda, spirituale, carica di pathos, trasporta indietro nel tempo, evocando scenari che sembrano usciti da una saga nordica o da produzioni come Vikings. Non è solo canto: è narrazione, è evocazione, è un ponte tra epoche.
Ma è nella fusione tra musica e corpo che la performance raggiunge il suo apice. Gli Eihwar costruiscono uno spettacolo fortemente visivo, in cui la danza diventa parte integrante del linguaggio artistico. Asrunn si muove sul palco con una fluidità quasi irreale: movenze spezzate, tribali, ancestrali, che ricordano rituali attorno al fuoco, celebrazioni collettive di un tempo lontano. Il suo corpo sembra svincolato da qualsiasi rigidità, dando vita a una gestualità ipnotica e profondamente espressiva. La componente ritmica, costruita con precisione da Mark, spinge il pubblico a lasciarsi andare. La sala risponde compatta: si balla, si salta, si battono le mani. L’energia è quella di una vera e propria celebrazione pagana, collettiva, totalizzante. La scaletta attinge principalmente dagli ultimi lavori della band, in particolare dall’ultimo album “Hugrheim”, che ha rappresentato un vero salto evolutivo nel loro percorso artistico. È qui che il loro “viking trance” raggiunge la piena maturità: una formula capace di fondere ritualità e modernità in modo credibile e coinvolgente.
Non mancano momenti più intimi. In alcuni passaggi, il ritmo si spezza e lascia spazio a una dimensione raccolta: i due musicisti si siedono sul bordo del palco, e la musica si riduce all’essenziale. Chitarra e voce, pochi elementi, ma un’intensità emotiva altissima. Sono istanti di connessione pura, quasi sospesi, in cui la voce di Asrunn emerge in tutta la sua forza espressiva, diventando il vero fulcro dell’esperienza. Ed è proprio qui che si percepisce uno dei punti più interessanti del progetto: se da un lato le lunghe sezioni ritmiche ed elettroniche funzionano perfettamente nel creare trance e coinvolgimento, dall’altro la componente vocale rappresenta un potenziale ancora più grande. Una presenza così potente meriterebbe, forse, ancora più spazio. Ma è un dettaglio in un quadro già straordinariamente riuscito. Quello degli Eihwar non è semplicemente un concerto, ma un’esperienza immersiva, un viaggio tra passato e presente che riesce a essere allo stesso tempo evocativo e incredibilmente attuale. Un concept unico, difficilmente replicabile, che dimostra come sia ancora possibile innovare anche partendo da radici antichissime. Se questo è solo l’inizio del loro percorso, la sensazione è che ci sia ancora moltissimo da scoprire.
Nel corso dello show, Asrunn dimostra anche una straordinaria capacità di connessione umana. Non si limita a interpretare i brani: li vive insieme al pubblico. Si avvicina al pit, tende le mani, canta a pochi centimetri dai fan, creando un legame diretto, fisico, autentico. E la risposta è totale. Molti dei presenti partecipano attivamente anche a livello visivo: abiti ispirati all’epoca vichinga, pellicce, accessori rituali. Non è semplice estetica, ma parte integrante dell’esperienza. Quello che si crea all’interno della Santeria Toscana è qualcosa che va oltre il concerto: una vera comunità, una celebrazione collettiva.
Il coinvolgimento emotivo raggiunge il suo apice nel finale. La band lascia il palco tra gli applausi, ma è solo una pausa. Il pubblico esplode, invocando a gran voce il ritorno degli Eihwar. Il richiamo viene accolto con entusiasmo: non uno, ma ben due brani in encore, che trasformano gli ultimi minuti in una vera e propria catarsi sonora. Sul volto di Asrunn si legge chiaramente l’emozione. La gratitudine è sincera, palpabile. La band ringrazia più volte, visibilmente colpita dalla risposta del pubblico milanese. E non finisce qui. A dimostrazione di un rapporto genuino con i fan, poco dopo la fine del concerto i musicisti si spostano direttamente all’area merch, trattenendosi a lungo, quasi un’ora, tra foto, chiacchiere e ringraziamenti. Un gesto semplice, ma sempre più raro, che rafforza ulteriormente il senso di connessione costruito durante lo show.
Un’idea originale, sviluppata con coerenza e portata sul palco con personalità e coraggio. Un equilibrio riuscito tra passato e presente, tra ritualità e intrattenimento. E soprattutto, un live che non si limita a essere visto o ascoltato, ma vissuto. Gli Eihwar si confermano una realtà da non perdere assolutamente dal vivo. E noi non vediamo l’ora di rivederli in Italia.
Live report a cura di Daniele Fanizza
Fotografie a cura di Erika Gagliardi
Si ringrazia MC2 Live

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