Mi ricordo, anni fa, di una ragazzina che voleva fare la cantante da grande. In realtà non voleva fare semplicemente la cantante, desiderava essere una vera e propria rockstar e quando sognava si immaginava su un palco circondata da una band, dritta dietro l’asta del microfono e con in spalla una scintillante chitarra acustica blu. In testa le risuonava la musica con cui era cresciuta che passava dal rock, al blues, fino al country e al folk. Ricordo che aveva anche provato a strimpellare una vecchia chitarra classica pur di arrivare a vivere quella vita meravigliosa fatta di luci e suoni.

Cosa le è successo? Col passare del tempo ha trovato un posto che le si addice di più: non sopra al palco ma sotto o a lato, a lavorare per promuovere chi sul palco ha avuto il coraggio di salirci.

Avete indovinato, quella ragazzina ero io. Frenata dalla paura di mostrarmi, ho preferito il buio del backstage e il suono dei tasti di una tastiera per raccontare la musica che mi piace.

Più o meno nello stesso periodo in cui fantasticavo su una vita che non mi era destinata, giusto a qualche chilometro di distanza, a Glasgow (Google Maps suggerisce 1833 KM), una mia coetanea (abbiamo solo 2 anni di differenza) imbracciava una chitarra e, con una determinazione e una lungimiranza maggiore della mia, iniziava il suo percorso per diventare una vera rockstar. Questa mia coetanea risponde al nome di Amy MacDonald e ieri sera, al Fabrique di Milano, i nostri sogni si sono incrociati per un paio d’ore.

Il live di ieri sera si è aperto con una piacevole scoperta: Better Joy.

Il progetto, capitanato da Bria Keely, lo trovate inserito nel calderone indie-pop. Dopo aver assistito allo show di Bria e della sua band mi sentirei di non limitare questi ragazzi a questa categoria. Better Joy è un’ulteriore conferma dell’eleganza e della poliedricità del pop rock proveniente dalla terra d’Albione. Si tratta sicuramente di un rock influenzato dal pop cosicché possa avvicinarsi al gusto di molti, ma in questo i britannici sono da sempre dei maestri. Nel timbro vocale di Bria però e nel suo modo di interagire col pubblico c’è tanta tradizione. C’è dolcezza, femminilità ma anche quell’energia sferzante e ruggente tipica della tradizione inglese.

La speranza espressa da Better Joy al termine del loro set è stata quella di tornare presto in Italia, speranza con cui sia io che il resto del pubblico ci siamo trovati assolutamente d’accordo. Abbiamo bisogno di più musica come quella di Bria nelle sale concerti italiane, non solo perché è musica che merita di essere condivisa, ma perché può diventare fonte d’ispirazione per tutti quei musicisti che sognano un sound che indossi i colori della Union Jack.

Dopo un cambio palco durato poco meno di 30 minuti è stato finalmente il turno di Amy MacDonald.

Sono bastate le note della prima canzone in scaletta, Is This What You’ve Been Waiting For?, per trasformare il Fabrique in un pub scozzese, per spalancare il soffitto del locale sul cielo di Scozia così veloce, irrequieto e magico. Un piccolo aiuto a quest’evasione mentale è arrivato da un gruppo di scozzesi che, presenti a Milano in qualità di tifosi degli atleti impegnati con le Olimpiadi, ne hanno approfittato per respirare un po’ di aria di casa in compagnia dell’artista ben conosciuta e apprezzata in terra natia.

La voce di Amy è particolare e riconoscibile e da sempre è espressione indiscutibile della sua identità. Amy MacDonald ci racconta sentimenti, personaggi, spaccati di vita impregnati dei colori della Scozia, battezzati in un folklore che non ha bisogno per forza di kilt e cornamuse per arrivare al cuore delle persone.

Il ritmo sul palco è stato intenso e avvolgente, il pubblico ha seguito tutto il live senza perdersi una nota, intento com’era a battere il tempo su ogni brano diventando a volte parte dello spettacolo.

La scaletta scelta da Amy ieri sera ha spaziato dai brani che l’hanno fatta conoscere a livello globale tra cui This Is The Life, Poison Prince e Mr. Rock & Roll fino ad arrivare ai brani contenuti nell’ultimo album quali Can You Hear Me? e We Survive.

Forse molti di voi hanno lasciato Amy MacDonald in un lontano ricordo dei primi anni 2000, quando i suoi video giravano spesso in rotazione su MTV. Ebbene dal suo esordio nel 2007 a oggi ho trovato tanta coerenza musicale: una coerenza che si basa sul suo talento e sul suo cantautorato sempre onesto e concreto.

Ieri sera su quel palco a pochi metri da me c’era l’incarnazione del mio sogno di ragazzina: una cantante unica, una donna dalla personalità decisa e diretta, una performer capace, una musicista precisa, un’artista comunicativa. In una parola? Una rockstar.

Scaletta di Amy MacDonald:

  • Is This What You’ve Been Waiting For?
  • Dream On
  • The Hudson
  • Spark
  • Mr. Rock & Roll
  • Fire
  • Pride
  • Don’t Tell Me That It’s Over
  • Run
  • I’m Done (Games That You Play)
  • Slow It Down
  • Poison Prince
  • Can You Hear Me?
  • Statues
  • Barrowland Ballroom
  • This Is The Life
  • We Survive
  • The Glen
  • Let’s Start A Band

 

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