Amore Post-Hardcore con A Day To Remember e Bring Me The Horizon
È possibile uscire da un concerto metalcore e sentirsi invasi d’amore? Perché a noi è successo.
Parliamo della data italiana della combo A Day To Remember + Bring Me The Horizon nel loro “Survival European: Horror Tour”, tenutasi sabato sera 11 febbraio 2023 presso il Mediolanum Forum di Assago. Concerto rimandato di un anno per pandemiche ragioni, era concepito fin dall’inizio come una sorta di rassegna di più band dallo stampo post-hardcore che avrebbero intrattenuto il pubblico fin dal tardo pomeriggio.

Inizialmente l’evento doveva tenersi presso il Lorenzini District, ma in seguito, per le numerose richieste di adesione, si è optato per un luogo ben più capiente come il Mediolanum Forum (andato comunque sold-out). Le band di apertura selezionate erano da principio Lorna Shore e PoorStacy, di cui è stata confermata solo quest’ultima e la prima è stata sostituita dagli Static Dress.
STATIC DRESS

Sta a quest’ultimo giovane gruppo inglese aprire le danze (o meglio il pit) del Mediolanum: la chioma rosso fiammante del frontman Olli Appleyard inizia a correre sul palco alternando assoli melodici propri dello stile emo dei primi 2000 e intensi breakdown screammati, un po’ come dei My Chemical Romance più incazzati e maledetti (vedi il chitarrista anonimo mascherato detto Contrast) e noi ci crediamo. Riescono nel compito di preparare orecchie, piedi e cuore a un mood infuocato che convince particolarmente nell’esecuzione di canzoni come “Fleahouse”, “Sweet” e “Push Rope” presenti nel loro ultimo album uscito a maggio 2022 “Rouge Carpet Disaster”. Prende avvio una notte che ha come filo conduttore la nostalgia e il ritrovamento di una musica che io e miei coetanei quasi trentenni attribuiamo alla tarda adolescenza – ma che non ha mai abbandonato le nostre playlist – e sì, alla fine eravamo lì anche per capire cosa ci potesse ancora dare nel 2023 e perché ne avessimo ancora bisogno.
POORSTACY
In pochi minuti la band di POORSTACY si sistema sul palco, alcuni miei amici che loascoltano da un po’ mi avevano detto di prepararmi, che avrebbe riservato sorprese. Il cantante di Palm Beach esordisce – non a caso – con Knife Party che nella versione registrata vede il featuring di un certo Oli Sykes. Il pezzo, che è uno scream continuo, porta subito alla formazione dell’ennesimo circle pit, ma non riesce a convincermi riguardo a ciò che sento. POORSTACY è uno strano prodotto musicale: contamina l’heavy metal, l’hip hop e il punk rock in uno strano guazzabuglio ancor più offuscato da una voce grossolana, volutamente sbiascicata e poco nitida. Nei primi pezzi riscontra per giunta qualche difficoltà ad azzeccare l’intonazione. Riesco però ad apprezzarlo e capirlo finalmente nell’esecuzione di brani come “Jump”, in cui funziona la melodia, il cantato e l’attitudine. Resta forse la band rimasta più in sordina live, ma trova comunque il suo senso in una lineup post-hardcore, proprio per via di un sound così contaminato.
A DAY TO REMEMBER

Arriva poi chi invece ci dice forte e chiaro che nel 2023 il Forum può ancora venire giù con del sano e vecchio punk rock. Gli A Day To Remember raddrizzano doverosamente il tiro, capiamo già dai cori pieni del pubblico nel brano di esordio “The Downfall Of Us All” che devono essersi riempite anche le ultime tribune libere e nel parterre si sta più stretti di prima. Si inseriscono come validi co-headliner, danno tutto quello che hanno come se non fossero passati quattordici anni da “Homesick”, terzo album della band. Mi giro verso i miei amici e concordiamo “Si vede che ne hanno mangiati di palchi!”. Dispongono di un impianto luci decisamente importante, cannoni di fumo e palloni, sparati in aria o lanciati sul pubblico che li fa rimbalzare. Jeremy McKinnon è una certezza: corre per tutto il palco per un’ora, una carica costante, vocalmente ineccepibile, un comunicatore carismatico e tenero, sembra più preoccupato di guardare negli occhi e salutare da lontano più persone possibili che concentrarsi sulla performance (che nel frattempo viene da dio e lo sa bene).

La scaletta disegna la storia di una carriera ventennale: ho risentito la rabbia della prima volta in cui ho ascoltato “All I Want” o “Right Back At It Again” e ho potuto finalmente apprezzare – in acustico con il Forum acceso dai flash dei cellulari – la loro ballad più celebre “If It Means A Lot To You”, che in cuffia ho sempre snobbato abbastanza, mentre le mie amiche che ci piangevano sopra. Dopo ben tredici pezzi in cui mi si sono riaperte tutte le ferite adolescenziali concludono con la classica “All Signs Point To Lauderdale” e io avrei solo voluto non finisse.
BRING ME THE HORIZON

Inizia una pausa infinita e straziante per l’hype che si era creato, attutita dalla playlist fatta partire per colmare il silenzio dell’attesa e in cui troviamo sfogo solo facendo partire dal parterre un canto appassionato sulle note di “Chop Suey” dei System Of A Down, dopo il quale ci applaudiamo calorosamente guardandoci fra sconosciuti e dicendoci con gli occhi “Ben fatto!”
Onestamente non so ben spiegare ciò che è avvenuto in seguito. I Bring Me The Horizon fanno il loro ingresso sul palco introdotti da una creatura virtuale dai tratti femminili e robotici di nome Eve che compare sull’enorme wall led alle spalle della strumentazione. Eve si cura di rilevare sostanze stupefacenti, aprire il pit quando richiesto e, soprattutto, ci invita a goderci l’esperienza prima di scomparire per la simulazione del system crash. I cinque ragazzi di Sheffield creano qualcosa di totalizzante, partono con una “Can You Feel My Heart” in cui Oli Sykes mostra tutta la sua prestanza vocale e fisica. Governa il palco e tutte le nostre emozioni dal momento in cui ha iniziato a cantare. Non sta mai fermo e con lui il pubblico che è insieme esploso ed ipnotizzato. Passa abilmente da scream della durata infinita a fraseggi limpidi in voce piena senza mostrare sforzo.

Lo schermo è un mezzo fondamentale per riportarci i primi piani, leggere le lyrics più iconiche, ma soprattutto trasportarci nella dimensione distopica in cui ci hanno accolto fin dall’inizio, alimentata dalle grafiche di ispirazione anime/video gaming. Ogni volta che finiva un pezzo mi sembrava qualcosa di decuplicato rispetto a quanto ricordavo dalla versione registrata. I miei amici avevano espressioni di giubilo e io con loro. Dei sedici pezzi in scaletta non ce n’è uno che abbia abbassato il livello.

La carrellata di brani descrive a fondo anche l’evoluzione stilistica della band inglese da un metalcore più pesante ad un alternative rock molto contaminato con l’elettronica dell’ultima produzione. Fra le mine presenti dell’ultimo “Post Human:Survival Horror”, “Teardrops” e “Parasite Eve” hanno fatto vibrare il pit, una con una carica da far saltare il parterre urlando “the emptiness is heavier than you think”, l’altra con la rabbia di chi si ricorda gli incubi della quarantena “when we forget the infection, will we remember the lesson?”. Ciò che però mi sono portata davvero a casa è questa fortissima e dolcissima intesa emotiva che Oli, e per esteso la band, ha instaurato con il pubblico per tutto il tempo e che non ha mai ceduto, neanche nei momenti più frizzanti come in “Kingslayer” o “Happy Song”. Oli si prende cura di noi per tutto il concerto: vuole sapere se è la prima volta che li vediamo, se stiamo bene, chiede costanti feedback e sembra sempre più vicino mano mano che prosegue la serata. Questa magia raggiunge il punto più alto nell’abbraccio che Oli riserva ad una prima fila in lacrime durante “Drown”, momento in cui ho gestito il magone con difficoltà, e nella versione acustica e romanticissima di “Follow You”, che per come è stata eseguita sembrava dedicata davvero a ognuno di noi. Dopo l’esplosione della chiusa con “Throne” veniamo salutati dalla band che in quel momento sentiamo come qualcosa di più di semplici musicisti, ma persone che ci hanno amato per una sera e che è doloroso lasciare.
Si ringrazia Vertigo Hard Sounds.
Live Report a cura di Lucia Rosso
Fotografie di Ilaria Maiorino

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