Milano abbraccia ancora una volta Elijah Fox, e lui risponde come sa fare meglio: sedendosi al pianoforte — arricchito, naturalmente — e lasciando che sia la musica a parlare. Il concerto all’Arci Bellezza, lunedì 19 gennaio 2026, ha il sapore di un rito che si rinnova: Fox è ormai di casa in Italia, dove torna quasi ogni anno, e il pubblico lo sente, lo riconosce, lo aspetta.

Rispetto all’ultima apparizione nella Palestra Visconti, questa volta il salto è evidente: sala grande, piano superiore, posti rigorosamente a sedere e un sold out che racconta meglio di qualsiasi parola il legame costruito nel tempo. L’atmosfera è raccolta ma carica di aspettativa, quella tensione silenziosa che precede solo i concerti in cui sai che ogni nota conta. Il rispettoso silenzio che avvolge la sala ne è la prova più chiara.

Classe 1994, originario della North Carolina, Fox entra in punta di piedi, senza grandi presentazioni: l’intenzione è chiara, a parlare deve essere la musica. Si accomoda al pianoforte e dà subito il via a una lunga improvvisazione intensa, fluida, mai prevedibile. Le sue mani scorrono come se stessero cercando qualcosa — o qualcuno — tra jazz impressionista, soul psichedelico e frammenti di musica classica, lasciando spazio al respiro della sala e all’ascolto attento del pubblico.

Ogni brano è un piccolo viaggio nella fantasia, riportando all’immagine di un aeroplanino di carta che si divincola nel vento: sospeso, consapevole che, nella sua opera di resistenza, anche solo una goccia d’acqua può spezzarlo, ma che fino all’ultimo istante cerca stabilità nel suo equilibrio precario. Fox non forza mai la mano, costruisce lentamente, si concede il tempo di sbagliare, ripetere, deviare. Ed è proprio in questi momenti che la magia prende forma, anche quando affronta jazz standards legati ai ricordi della nonna, sua prima insegnante di pianoforte, o rende omaggio a Billy Joel e a New York City.

Il Bellezza, con la sua acustica calda e la dimensione intima anche nella sala più grande, diventa lo spazio ideale per questo dialogo continuo tra artista e ascoltatori. Non è un concerto formale, ma piuttosto un incontro tra amici intimi: artista e audience si fondono, uniti da un’aura di profondo rispetto. Nella sua essenzialità, senza fronzoli né ornamenti superflui, Fox porta a casa un’esibizione diretta ed efficace.

 

Milano lo saluta con un lungo applauso, consapevole di aver assistito a qualcosa di delicato, colorato, mai stantio. Elijah Fox se ne va come è arrivato: senza clamore, lasciando però la sensazione netta che sì, ormai, questa è anche casa sua.

 

Fotografie di Giulia Di Nunno
Testo di Silvia Rodano

Comments are closed.