Fast Animals and Slow Kids infiammano Testaccio Village: sudore, anima e chitarre al massimo

C’è qualcosa di profondamente catartico in un concerto dei Fast Animals and Slow Kids. Qualcosa che ti lascia addosso la sensazione di aver vissuto – non solo assistito – a un rito collettivo, viscerale e rumoroso. Ieri sera al Testaccio Village di Roma, il quartetto perugino ha portato sul palco la propria idea di rock come terapia condivisa, tra esplosioni di distorsioni, urla liberatorie e un’intensità che non conosce tregua.

La scaletta, costruita come una vera e propria progressione emotiva, ha alternato momenti di furia e abbandono, partendo subito con tre bordate consecutive da Neural – disco che si conferma spina dorsale e manifesto del nuovo corso FASK. Drop D e Standard sono coltellate soniche, mentre Fask è un’autocitazione feroce e autoironica che fa esplodere il pubblico sotto il cielo romano.

A Sei Ore il ritmo si fa più introspettivo, ma l’intensità non cala. Vita Sperduta e Cinema scavano dentro, spingendo sull’emotività più che sul volume. Poi si sale di nuovo con Come Un Animale Una Vita Normale – un dittico urlato con la voce rotta e le mani in aria – e Torna, cantata come una preghiera collettiva.

Lago Ad Alta Quota è un momento sospeso, intimo, prima che la band dia spazio alle sue ballate più cupe con Canzoni Tristi e la sempre straziante Annabelle. In Come Reagire si tocca uno dei picchi emotivi della serata, e quando parte Forse Non È La Felicità sembra che il pubblico stia per venire giù insieme al tendone.

Il bis è puro caos orchestrato. Animali Notturni è la chiamata alle armi, Festa il delirio collettivo, Cosa Ci Direbbe la carezza finale prima dell’ultima, urlatissima Non Potrei Mai.

I Fast Animals and Slow Kids dimostrano, ancora una volta, che non serve essere perfetti per essere necessari. Serve essere veri. E loro, ieri sera, lo sono stati fino all’ultima nota.

Report e foto di Chiara Lucarelli

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