Glenn Hughes + Jared James Nichols – Legend Club, Milano – 15 Settembre 2015

 

Quando arriviamo davanti al Legend Club per assistere all’attesissima prima data del nuovo tour europeo di una vera e propria leggenda del rock quale Mr. Glenn Hughes, ci accorgiamo subito dai visi preoccupati che ci circondano che il temuto sold out annunciato dal primo pomeriggio sia a tutti gli effetti confermato e che purtroppo parecchi fan di “The Voice Of Rock”, rimasti senza biglietto, dovranno a malincuore restare fuori dal locale, perdendosi uno show che a fine serata avrà guadagnato le stimmate dell’evento epocale.

Il piccolo locale milanese è stipato come un uovo quando a calcare le assi del palco sale un certo Jared James Nichols, nome praticamente sconosciuto all’intera platea, il quale però ci metterà solo pochissimi minuti per fare capire a chiunque di quale pasta sia fatto. Il biondo chitarrista e cantante originario del Wisconsin ma di stanza a Los Angeles, si presenta alla testa di un power trio completato da una base ritmica irrefrenabile composta dal bassista Erik Sandin e dal batterista Dennis Holan, rendendo immediatamente bollente l’atmosfera con il suo sanguigno hard rock anni ‘70 ricco di venature blues.

Nei quarantacinque minuti a sua disposizione, l’altissimo Jared James (che sul palco fisicamente ci ha ricordato molto un giovane John Sykes), ci delizia con una performance davvero trascinante e ricca di feeling, grazie anche alla sua particolarissima tecnica di pizzicare le corde della chitarra direttamente col pollice, senza avvalersi dell’ausilio del plettro. I pezzi dell’album “Old Glory and The Wild Revival” (Listenable Records 2015) ci portano con la mente fra i territori dell’America più selvaggia e nella set list trovano spazio anche due terremotanti versioni di “Rock n’ Roll Hoochie Koo” e “Mississippi Queen”, sulle cui note si chiude lo show tra gli applausi di tutti.

A fine show i tre ragazzoni si concedono poi a incontrare il pubblico al banchetto del merchandising, con lo sguardo soddisfatto di chi sa di aver fatto breccia nel cuore di parecchi, come testimonierà il buon numero di cd venduti.

Alle 22 in punto il palco è pronto ad accogliere Sua Maestà Glenn Hughes, davvero amatissimo nel nostro paese (amore a quanto pare fortemente ricambiato a giudicare dai numerosi “I love you Italia” che il nostro ci regalerà tra un pezzo e l’altro). Ad affiancare Glenn in questo tour europeo ci sono il possente batterista svedese Pontus Engborg, ma soprattutto, come ospite speciale alla chitarra, un certo Doug Aldrich che non ha certo bisogno di alcuna presentazione.

Quando lo show viene aperto dalle note immortali di “Stormbringer” l’entusiasmo del pubblico sale subito alle stelle: non è cosa davvero da tutti i giorni ritrovarsi a cantare a squarciagola uno dei brani che hanno fatto la storia del rock a pochissimi centimetri da personaggi di questo calibro. Il sessantatreenne bassista britannico appare in grandissima forma, col fisico ancora asciutto e un’ugola che continua a non temere alcun rivale.

Lo show si dipana attraversando tutte le fasi della carriera di Glenn, dai Trapeze (con una “Way Back To The Bone” dedicata all’amico Mel Galley scomparso qualche anno fa) a Hughes/Thrall (“The First Step Of Love”) dagli album solisti (“Soul Mover”, “Can’t Stop The Flood”, “Touch My Life”) ai Black Country Communion (”One Last Soul”). C’è spazio anche per un brano proveniente dall’ultima produzione Whitesnake, ossia “Bad To The Bone”, introdotta da un divertente siparietto in cui Glenn imita l’amico David Coverdale che al telefono lo avrebbe bonariamente rimbrottato per il fatto di aver deciso di farsi accompagnare per questo tour dall’ex sodale Aldrich, per il quale poi il cantante/bassista si spende in elogi sperticati definendolo il suo chitarrista preferito tra quelli oggi in circolazione (e bisogna ammettere che la prestazione di Doug alla sei corde questa sera fa di tutto per dargli ragione).

Ma sono ovviamente i pezzi dei Deep Purple Mark III a mandare definitivamente in sollucchero il pubblico, prima con un’inattesa “Sail Away” (che però risente dell’arrangiamento riadattato per la formazione a tre) e poi con una versione “assoluta” di “Mistreated” di 18 minuti: introdotta da un assolo incendiario di Doug con una citazione della splendida “Soldier Of Fortune”, la magistrale composizione a firma Blackmore / Coverdale si trasforma come da consuetudine nel tappeto ideale per gli incredibili vocalizzi di un cantante capace ancora di paralizzare l’audience in assoluta e silenziosa adorazione.

I pezzi sono tutti molto allungati e si trasformano spesso in jam strumentali dove emerge tutto il carisma e le capacità tecniche dei musicisti sul palco. Le ovazioni per la band si sprecano e Glenn è spesso sopraffatto dal pubblico che continua incessantemente a gridare il suo nome, al punto che lui si sente a un certo punto in dovere di ringraziare sua mamma, suo papà e poi anche Santa Claus (?), i suoi gatti, cani, cavalli e alla fine, con tipico humour inglese, anche sua moglie.

Dopo il bell’assolo di batteria di Pontus Engborg, che permette di tirare il fiato non solo ai musicisti ma un po’ a tutto il pubblico, la band si congeda con “Black Country”. Ma il pubblico non è ancora soddisfatto, manca ancora qualcosa e Glenn viene richiamato sul palco per una terremotante versione di quell’immarcescibile classico che risponde al nome di “Burn” e che manda tutti definitivamente al tappeto senza la più minima forza di chiedere altro.

Hughes ha annunciato che resterà in tour per parecchio tempo con questa formazione e che sicuramente tornerà in Italia. Se verranno annunciate nuove date vi converrà recuperare un biglietto in tempi molto brevi per evitare di perdervi nuovamente l’appuntamento con una vera e propria leggenda vivente della musica. Noi vi abbiamo avvisato.

 

Setlist:

Glenn-Hughes- Setlist

 

 

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