BOB WEIR, cofondatore dei GRATEFUL DEAD e una delle figure più influenti della musica rock americana, è morto il 10 gennaio 2026 all’età di 78 anni. La notizia è stata confermata dalla famiglia attraverso un messaggio diffuso sui social ufficiali dell’artista.
Nato come Robert Hall Parber il 16 ottobre 1947 a San Francisco, BOB WEIR è stato uno dei pilastri della storia dei GRATEFUL DEAD, gruppo fondato nel 1965 insieme a JERRY GARCIA, PHIL LESH, BILL KREUTZMANN e RON “PIGPEN” McKERNAN. Con il suo stile chitarristico originale e il ruolo centrale nelle armonie e nella scrittura, WEIR ha contribuito in modo determinante a definire l’identità musicale e culturale della band, diventata un riferimento assoluto per il rock psichedelico, il jam rock e l’Americana.
Cresciuto nella Bay Area dopo essere stato dato in adozione, WEIR iniziò a suonare la chitarra da adolescente, trovando nella musica una via alternativa a un percorso scolastico difficile, segnato anche da una dislessia non diagnosticata. L’incontro con JERRY GARCIA alla fine del 1963, avvenuto quasi per caso in un negozio di strumenti musicali di Palo Alto, segnò l’inizio di un sodalizio destinato a cambiare la storia della musica americana. Dopo le prime esperienze come Mother McCree’s Uptown Jug Champions e The Warlocks, la band assunse definitivamente il nome GRATEFUL DEAD, dando vita a un percorso artistico unico per longevità, libertà espressiva e rapporto con il pubblico.
All’interno dei GRATEFUL DEAD, WEIR ricoprì prevalentemente il ruolo di chitarrista ritmico e voce solista, firmando e interpretando numerosi brani diventati centrali nel repertorio del gruppo, come “Sugar Magnolia”, “Playing in the Band”, “The Music Never Stopped” ed “El Paso”. Dopo un periodo di tensioni interne alla fine degli anni Sessanta, la sua crescita musicale fu decisiva nel consolidare il sound della band negli anni Settanta, periodo in cui pubblicò anche il suo primo album solista, “Ace” (1972).
Parallelamente all’attività con i GRATEFUL DEAD, BOB WEIR diede vita a numerosi progetti collaterali, tra cui KINGFISH, BOBBY AND THE MIDNITES, RATDOG, FURTHUR e, più recentemente, BOB WEIR & WOLF BROS. Dopo lo scioglimento dei GRATEFUL DEAD nel 1995, continuò a portarne avanti l’eredità musicale attraverso diverse formazioni che coinvolgevano ex membri della band.
Dal 2015, WEIR è stato anche uno dei fondatori dei DEAD & COMPANY, progetto che lo ha visto affiancato da MICKEY HART, BILL KREUTZMANN, JOHN MAYER, OTEIL BURBRIDGE e JEFF CHIMENTI. Con questa formazione ha tenuto oltre 350 concerti e realizzato tournée di grande successo, inclusa la residenza “Dead Forever: Live” allo SPHERE di LAS VEGAS, una delle più imponenti della storia recente della musica dal vivo. Nel 2025, i DEAD & COMPANY sono tornati a SAN FRANCISCO per celebrare il 60° anniversario dei GRATEFUL DEAD con tre concerti sold out al GOLDEN GATE PARK, che si sono rivelati le ultime esibizioni di WEIR.
Nel corso della sua carriera, BOB WEIR ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui l’ingresso nella ROCK AND ROLL HALL OF FAME nel 1994, il GRAMMY LIFETIME ACHIEVEMENT AWARD, il LES PAUL SPIRIT AWARD, il LIFETIME ACHIEVEMENT AWARD dell’AMERICANA MUSIC ASSOCIATION e, nel 2024, i KENNEDY CENTER HONORS insieme ai GRATEFUL DEAD. Nel 2025, la band è stata inoltre nominata MUSICARES PERSON OF THE YEAR per il proprio impegno artistico e filantropico.
Di seguito la dichiarazione integrale, tradotta in italiano, pubblicata sui social ufficiali di BOB WEIR dalla famiglia:
“È con profonda tristezza che condividiamo la scomparsa di Bobby Weir. Se n’è andato serenamente, circondato dalle persone che amava, dopo aver combattuto con coraggio il cancro, come solo Bobby sapeva fare. Purtroppo, è venuto a mancare a causa di problemi polmonari preesistenti.
Per oltre sessant’anni, Bobby è stato sulla strada. Chitarrista, cantante, narratore e membro fondatore dei Grateful Dead. Bobby sarà per sempre una forza guida, la cui arte unica ha ridefinito la musica americana. Il suo lavoro non si è limitato a riempire gli spazi di musica: era come una luce calda che riempiva l’anima, costruendo una comunità, un linguaggio e un senso di famiglia che generazioni di fan portano con sé. Ogni accordo che ha suonato, ogni parola che ha cantato, era parte integrante delle storie che tesseva. C’era un invito: a sentire, a interrogarsi, a vagare e a appartenere.
Gli ultimi mesi di Bobby hanno rispecchiato lo stesso spirito che ha definito la sua vita. Diagnosticato a luglio, iniziò le cure solo poche settimane prima di tornare sul palco della sua città natale per una celebrazione di tre serate dedicate ai 60 anni di musica al Golden Gate Park. Quelle esibizioni, intense, profonde e piene di luce, non sono state addii, ma doni. Un altro atto di resilienza. Un artista che sceglie, anche allora, di andare avanti secondo il proprio disegno. Ricordando Bobby, è difficile non sentire l’eco del modo in cui ha vissuto. Un uomo che vagava e sognava, senza mai preoccuparsi se la strada lo avrebbe riportato a casa. Un figlio di innumerevoli alberi. Un figlio di mari sconfinati.
Non c’è davvero un sipario finale. Solo la sensazione di qualcuno che riparte ancora una volta. Parlava spesso di un’eredità lunga trecento anni, determinato a fare in modo che il repertorio sopravvivesse ben oltre lui. Che quel sogno continui a vivere attraverso le future generazioni di Dead Heads. E così lo salutiamo come lui ha salutato tanti di noi: con un addio che non è una fine, ma una benedizione. Una ricompensa per una vita degna di essere vissuta.
La sua famiglia, Natascha, Monet e Chloe, chiede rispetto per la privacy in questo momento difficile e ringrazia per l’enorme affetto, il sostegno e il ricordo ricevuti.”
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