Inizia una seconda giornata decisamente infuocata! Non solo per una programmazione di straordinaria varietà: sui Main Stages si alternano hard rock, classic rock, metalcore, djent e persino musica tradizionale vichinga e mongola, con il Temple oggi interamente dedicato al power metal, l’Altar al thrash, mentre la Valley ospita le sonorità stoner più profonde in assoluto.
Ma anche – e forse soprattutto – per il caldo rovente: temperature che si avvicinano ai 37 gradi e che costringono il pubblico a preferire l’acqua alla birra e a cercare disperatamente di essere bagnati dallo staff con gli appositi idranti.
Oggi è anche una giornata particolare, poiché il Main Stage 2 ospita esclusivamente band femminili o capitanate da donne (alcune delle quali presenti anche su altri palchi). Una scelta più che lodevole in un contesto musicale che, per tradizione, non è stato storicamente associato alla presenza femminile, né sul palco né nel pubblico. Eppure, sappiamo bene che le band femminili (o con membri femminili) nel rock e nel metal offrono performance di altissima qualità, grazie a musiciste e performer eccezionali. Anche oggi – e per tutto il resto del festival – queste band non solo si dimostreranno all’altezza, ma sapranno regalare alcune delle performance più belle dell’intero Hellfest!
Castle Rat (Valley)
Band giovanissima che ha conosciuto un successo rapidissimo, tanto da meritarsi un posto all’Hellfest. Ad accoglierli troviamo una Valley gremita e piena di gente. Dal punto di vista musicale, dimostrano una padronanza davvero notevole, con influenze facilmente riconoscibili nei Black Sabbath, che si sentono chiaramente in brani come “Dagger Dragger” e “Feed the Dream”.
Ma ciò che li rende davvero particolari è la componente teatrale del loro set: mettono in scena una storia dove si sfidano la Rat Queen e un ratto mutante, fino a un epico duello di spade. Una vera rappresentazione fantasy-metal, più che un semplice concerto. Uno spettacolo sorprendente per una band così giovane che merita davvero di intraprendere una carriera importante.
Voto: 8,5/10
Dirty Sound Magnet (Valley)
Gruppo svizzero composto da sonorità stoner e psych rock, interessante sulla carta ma che dal vivo ci ha lasciati perplessi. Alternano pezzi bellissimi a brani più monotoni, in parte a causa dell’eccessiva presenza di sezioni strumentali che, pur tecnicamente valide, spezzano il ritmo e appesantiscono il set.
La voce del cantante risulta talvolta fastidiosa, con timbri che non riescono a catturare l’attenzione o a tenere viva l’energia sul lungo periodo. Un live che lascia un’impressione contrastante: potenziale ce n’è, ma l’equilibrio tra sperimentazione e dinamismo è da rivedere.
Voto: 5/10
Amira Elfiki (Main Stage 2)
Giovanissima cantante americana che si cimenta tra generi che vanno dal gothic rock all’alternative metal con anche qualche ispirazione nu gaze. La voce di Amira è decisamente da apprezzare ma la scaletta mette in scena pezzi molto simili tra di loro e purtroppo poco accattivanti. Manca varietà e quel tocco di originalità che renderebbe questo progetto musicale molto piu’ convincente.
Voto: 5,5/10
Burning Witches (Altar)
Gruppo ormai molto noto nel suo stile di predilezione, guidato dalla straordinaria Laura Guldemond, che infonde pura energia thrash con riff velocissimi, falsetti da brividi e una batteria impazzita. In occasione dell’Hellfest, la chitarrista delle Iron Maidens, Courtney Cox, si unisce alla formazione per sostituire temporaneamente Larissa Ernst, offrendo una presenza scenica esplosiva.
Dal punto di vista tecnico, nulla da dire: la band suona in modo impeccabile. Tuttavia, qualcosa manca. I brani risultano troppo simili tra loro e, pur essendo ben eseguiti, non lasciano una vera impronta nella memoria. Questo non favorisce la connessione tra palco e pubblico, che rimane coinvolto ma non travolto. Una performance buona, ma che avrebbe potuto essere molto più incisiva.
Voto: 6/10
Future Palace (Main Stage 2)
Senza ombra di dubbio, la più grande sorpresa di questa edizione. Il trio berlinese porta sul palco uno stile unico e potente, un metalcore pesante intriso di elementi elettronici e ritornelli pop-punk emozionanti. La band è formata da Marie Lessing alla voce (sia clean che scream), Manuel Kohlert alla batteria e Johannes Früchtenicht alla chitarra. Nessun bassista in scena: le linee di basso probabilmente vengono gestite via backing tracks, ma la resa è comunque notevole.
La potenza dei riff su chitarra a 7 corde e la profondità degli scream di Marie travolgono il pubblico. Ma è soprattutto la sensibilità che emerge dai ritornelli in clean vocals a colpire: malinconici, autentici e capaci di creare empatia. I testi affrontano temi importanti come la salute mentale, le relazioni tossiche e i diritti delle donne, rendendo l’esperienza ancora più coinvolgente.
Brani come “The Echoes of Disparity” e “Malphas” (dal capolavoro Distortion) colpiscono con violenza emotiva, “Decarabia” ci fa venire voglia di ballare e pezzi come “Rays of Light “e “Heads Up” (dall’album Run) entrano direttamente nel cuore e infondono tanta speranza.
In sintesi: qualità musicale, emozione, energia e carisma magnetico. Dopo il concerto, ci siamo ritrovati ad ascoltare i loro album almeno 30 volte. E questo, forse, è il miglior complimento che si possa fare.
Voto: 9,5/10
The Warning (Main Stage 1)
The Warning è una delle band della nuova generazione per cui si è creata più attesa quest’anno, e il pubblico numerosissimo ne è la prova evidente. Un successo fulmineo per questo trio formato dalle giovanissime sorelle Villarreal, originarie di Monterrey (Messico): Daniela (voce e chitarra), Paulina (batteria e voce) e Alejandra (basso e voce). Daniela lo ricorda con orgoglio dopo il primo brano, “S!CK”, sottolineando le loro radici: “We are from Monterrey, Mexico!”
La seconda canzone in scaletta è “Qué Más Quieres”, cantata interamente in spagnolo e con un’anima punk-rock che trasmette tutta la loro identità. La complicità tra le sorelle è tangibile e contribuisce al senso di autenticità del live: tutte e tre cantano, si scambiano sguardi, battute, ruoli (Paulina prende la voce principale in “Sharks”) e mantengono una coesione che scalda il cuore e rafforza il messaggio.
Il loro hard rock moderno è arricchito da influenze punk e sonorità stoner grazie all’uso sapiente di fuzz e octaver sulla chitarra di Daniela. I ritornelli sono orecchiabili e immediatamente memorabili, la loro energia e simpatia contagiosa. Viene quasi naturale il paragone con gli Halestorm degli esordi e, non a caso, Daniela non ha mai nascosto la sua ammirazione per Lzzy Hale, che le ha persino regalato la sua Gibson Explorer bianca.
Una band straordinaria destinata a un futuro davvero importante!
Voto: 10/10
Kittie (Main Stage 2)
Restando nei pressi del Main Stage 2, è la volta di un’altra all-women band: le canadesi Kittie. Parliamo di una formazione storica del panorama alternativo, tornata prepotentemente sulla scena nel 2024 con Fire, primo album in studio dopo dieci anni di assenza. Lunga la lista di motivi per la pausa: tra questi, il decesso della bassista Trish Doan nel 2017 e vari conflitti con l’etichetta.
La band si definisce “nu-metal”, ma noi siamo meno convinti: soprattutto con l’album Fire, il loro stile ci sembra al confine tra groove e death metal.
In ogni caso, etichette a parte, ciò che conta è la potenza sprigionata sin dalle prime note del brano “Fire”: un suono devastante ma ben bilanciato, il più intenso dell’intera giornata. Ogni riff fa tremare i vestiti, e la voce di Morgan Lander — pulita o scream che sia — dà la pelle d’oca.
L’unico rimpianto? Aver dovuto lasciare il set a metà per un conflitto di orari con un’altra band all’Altar. Ma non ci sono dubbi: seguiremo con attenzione le loro prossime date per vivere di nuovo questa energia.
Voto: 8/10
Nervosa (Altar)
Dopo aver lasciato, a malincuore, il set delle Kittie, corriamo all’Altar per una sana dose di thrash metal, offerta da un’altra band interamente femminile: le Nervosa. Dopo aver percorso tutta la Francia con l’Hellfest Warm-Up Tour, la band chiude il cerchio proprio qui, con un live esplosivo, aggressivo e chirurgico.
Velocità, precisione, ferocia: le Nervosa non hanno più nulla da dimostrare. La stabilità recentemente acquisita nella lineup ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale: la lista di ex-membri è lunga, ma finalmente il gruppo sembra aver trovato equilibrio. L’elemento chiave? Il fatto che Prika Amaral, fondatrice storica della band e inizialmente “solo” chitarrista, abbia deciso di prendere in mano anche la voce principale. Ci viene da chiederci: perché non l’ha fatto prima? È semplicemente perfetta in entrambi i ruoli!
La sinergia tra Prika e le altre musiciste — Helena Kotina (chitarra), Hel Pyre (basso) e la giovanissima Gabriela Abud (batteria) — crea un mix devastante. Un’esibizione che ci trascina in un headbanging spontaneo, accompagnato da inevitabili air guitar. Thrash allo stato puro, con potenza e attitudine da vendere.
Voto: 8,5/10
Royal Republic (Main Stage 1)
Torniamo sotto il sole rovente del Main Stage 1 — temperature prossime ai 40 gradi — per assistere a una delle esibizioni più folli e divertenti della giornata. Ma come descrivere lo stile musicale dei Royal Republic?
Immaginate due amici: un chitarrista orientato verso un pop-rock funky alla Franz Ferdinand e un cantante fanatico dei Metallica. Decidono di fondare una band, aggiungete una buona dose d’ironia svedese e il risultato è qualcosa di totalmente fuori dagli schemi. Persino Adam Grahn, voce e chitarra della band, lo ammette: “Non sappiamo nemmeno noi come definire il nostro genere.”
Eppure, è proprio questo approccio sperimentale e libero da etichette che rende i Royal Republic così irresistibili dal vivo. Fin dall’apertura con “My House” e “LOVECOP”, il pubblico è travolto dalla loro energia contagiosa. I quattro musicisti, vestiti con giacche di pelle attillatissime (in pieno giorno e sotto 40 gradi!), sfoggiano look impeccabili e strumenti eccentrici — menzione d’onore per la Flying V trasparente con LED ovunque.
Ogni brano è una sorpresa: dal punk-pop scatenato di “Getting Along” al funk-rock sexy di “Baby”, fino alle cover azzardate e riuscitissime di “Venus” (Shocking Blue) e “Battery” (Metallica). Il tutto condito da un’ironia irresistibile e un talento fuori discussione.
Uno dei set più divertenti e memorabili della giornata!
Voto: 9/10
Spiritbox (Main Stage 2)
Il passaggio dai Royal Republic agli Spiritbox è brutale, quasi destabilizzante. Dopo risate e ironia, ci immergiamo in un’atmosfera spettrale e carica di tensione emotiva. Gli Spiritbox incarnano la modernità metal nella sua forma più raffinata, potente e oscura.
Il set si apre con “Fata Morgana”, primo brano dell’ultimo album Tsunami Sea, che esplode con una violenza sonora impressionante. Courtney LaPlante è magnetica, ipnotica: si muove lentamente e con precisione sul palco, alternando voce delicata a scream agghiaccianti. I primi tre pezzi seguono esattamente la tracklist dell’album, per poi ripescare nel repertorio precedente “Jaded” e “The Void” e seguentemente tornare all’ultimo album con la devastante “Soft Spine”, recentemente eseguita anche al Jimmy Kimmel Live. Il concerto si chiude con “Cellar Door”, nominata ai Grammy nella categoria Best Metal Performance.
Musicalmente, il set è perfetto. Tuttavia, manca qualcosa. Il suono, seppur nitido, risulta un po’ debole e sbilanciato. Inoltre, la luce del giorno penalizza una band che fa grande affidamento sull’aspetto visivo — luci, schermi e atmosfera — parte integrante della loro esibizione poetica.
A livello personale, il sottoscritto aveva visto gli Spiritbox all’Olympia di Parigi nel gennaio 2025: uno dei concerti metal più impressionanti mai vissuti! L’aspettativa era altissima, e purtroppo le condizioni non hanno permesso di rivivere quell’intensità. Ma la colpa non è della band, che ha comunque dimostrato di essere degna della fama acquisita.
Voto: 9/10
The Cult (Main Stage 1)
Dopo la violenza e la modernità degli Spiritbox, è tempo di tornare alle origini del rock con i The Cult. La band britannica sale sul palco con uno stile elegante e roccioso, regalando una scaletta infuocata di classici: “She Sells Sanctuary”, “Fire Woman”, “Rain”, “Wildflower” e “Lil Devil” accendono il pubblico, che canta e balla sotto il sole calante.
Ian Astbury è in ottima forma vocale e si sforza di interagire con il pubblico, ma purtroppo si mangia le parole e quasi nessuno riesce a capire cosa stia dicendo. La cosa sembra infastidire lui stesso, che a un certo punto esclama: “Ah, siete difficili!” Un dettaglio che non rovina la performance, ma lascia un po’ di amaro in bocca.
Billy Duffy è chirurgico alla chitarra e la band suona con una solidità invidiabile. Qualche passaggio ritmico leggermente “sloppy” (come direbbero gli inglesi), sufficiente per essere notato da orecchi più esperti, ma nulla che comprometta l’impatto globale.
Il set si conclude con “Love Removal Machine” e un gesto toccante: Ian si inginocchia sul palco in preghiera, chiedendo meno sofferenza nel mondo.
Voto: 7,5/10
Epica (Main Stage 2)
Cambio radicale di atmosfera con l’ingresso in scena degli Epica, che portano sul palco la loro maestosità sinfonica e la raffinatezza del metal orchestrale. Aprono con “Cross the Line” e subito ci ritroviamo avvolti da fiamme (letteralmente) ed emozioni. Simone Simons è in forma smagliante, elegantissima e in un completo interamente in pelle, con la sua voce angelica che incanta e strega il pubblico.
Segue una performance da manuale: impeccabile dal punto di vista tecnico, piena di poesia e arricchita da una scaletta che non lascia respiro. In particolare, ci colpiscono “Victims of Contingency” e “Arcana”, tra i momenti più intensi del concerto. Il contatto col pubblico è costante, l’energia trasmessa immensa, e lo show visivamente spettacolare: fuoco, giochi di luce e un’alchimia perfetta tra band e pubblico.
Un concerto così riesce a farti dimenticare dove sei, a rapirti e trascinarti in un’avventura epica e senza tempo. E se un gruppo riesce a farti viaggiare così, merita davvero il massimo dei voti.
Voto: 10/10
The HU (Main Stage 1)
Parlando di viaggi, subito dopo gli Epica veniamo trasportati nelle steppe della Mongolia con l’arrivo degli attesissimi The HU. Il loro ritorno sul palco principale, dopo l’esibizione al Temple del 2023, è accolto da una folla immensa: il Main Stage 1 sembra non bastare a contenere tutti coloro che vogliono assistere a questo spettacolo unico.
L’intro è perfetta: epica, solenne, da film. I musicisti entrano come un’orda di guerrieri, e il brano di apertura, “Upright Destined Mongol”, ci catapulta direttamente in un mondo fatto di marce epiche, battaglie e spiritualità antica. È impossibile non sentirsi parte dell’esercito di Genghis Khan.
Ciò che stupisce è che, nonostante l’esotismo della lingua e degli strumenti tradizionali, le melodie non ci sono affatto estranee: il ritmo ternario e i cambi di accordi ricordano in modo sorprendente certe atmosfere da Far West americano. Ma tra i decori del palco (dominati da una gigantesca statua guerriera), il canto gutturale e i costumi tradizionali, non c’è spazio per l’ambiguità: siamo immersi in un’esperienza mongola autentica.
Il momento più inaspettato? La straordinaria cover di “The Trooper” degli Iron Maiden, rivisitata in perfetto stile HU. Conquistati? Totalmente. E, a questo punto, anche pronti ad arruolarci.
Voto: 9,5/10
Exodus (Altar)
Si torna a stili più tradizionali con una delle band che incarnano meglio il thrash metal puro: gli inossidabili Exodus. A salire sul palco è una formazione “nuova”, o meglio, “vecchia”: al microfono ritroviamo Rob Dukes, storico vocalist che fa il suo ritorno alla guida della band.
E il risultato non delude. L’energia di Rob è esplosiva, e sembra dare nuova carica ai suoi compagni storici, visibilmente felici di ritrovarsi. Il pubblico risponde alla grande: la tenda dell’Altar è gremita, e anche fuori in molti si ammassano per ascoltare.
Unico neo: qualche problema tecnico su “War Is My Shepherd” fa visibilmente innervosire Gary Holt, ma la performance non ne risente troppo. Ciliegina sulla torta: l’apparizione di Prika Amaral (Nervosa) per i cori su uno dei brani finali. Prika, travolta dall’entusiasmo, resta sul palco a fare air guitar per tutto il pezzo. Un momento di pura comunione metal!
Voto: 8,5/10
Windrose (Temple)
E finalmente arriva una delle band che più ci rende orgogliosi come italiani: i Windrose. Il loro successo in Francia (e in particolare all’Hellfest) supera di gran lunga la notorietà di cui godono in patria. Mai vista tanta folla dentro e fuori il Temple per una band italiana. Una vera e propria armata di fan che attende con entusiasmo l’inizio dello show.
Il gruppo propone un power metal ispirato al mondo fantasy dei nani (sì, proprio quelli di Tolkien), e tutto ruota intorno a questo immaginario: guerre, miniere, asce e cori da battaglia. Tra i brani più riusciti: “Dance of the Axes”, “Mine Mine Mine”, “Rock and Stone” e, ovviamente, l’attesissimo “Diggy Diggy Hole”, accolto da un’ovazione e cantato da tutti a squarciagola.
Un’esibizione coinvolgente, epica, piena di gioia collettiva e spirito comunitario. Una vera festa fantasy, con unione perfetta tra palco e pubblico. Speriamo che questa straordinaria band possa un giorno ottenere, anche in Italia, il riconoscimento che già ha all’estero.
Voto: 9,5/10
Muse (Main Stage 1)
Raggiungiamo il Main Stage 1 per la seconda parte del set degli headliner più controversi nella storia dell’Hellfest: i Muse. Una scelta che ha diviso il pubblico. Per molti, il fatto stesso che la band fosse stata scelta come headliner è il simbolo di una progressiva “commercializzazione” del festival, nato invece per promuovere le sonorità estreme.
Personalmente, non condividiamo questa visione, e ci siamo avvicinati al concerto con buone intenzioni. Ma purtroppo… la delusione è stata grande.
Nonostante un tentativo di adattarsi al contesto (inclusa una cover di “Stranded” dei Gojira) il risultato non convince. Il suono è decisamente insufficiente: la chitarra di Matthew Bellamy è praticamente assente per metà del set, per poi esplodere e coprire tutto. Il mix è povero, poco coeso, e non restituisce la potenza necessaria.
L’interazione con il pubblico è quasi inesistente, il che accentua un’impressione generale di distanza. I brani iconici come “Supermassive Black Hole” o “Knights of Cydonia” non riescono a scuotere l’anima. L’impressione è che la band sia venuta, abbia fatto il minimo indispensabile… e se ne sia andata.
Una delle più grandi delusioni del festival.
Voto: 5/10
Heilung (Main Stage 2)
A chiudere la serata in maniera unica e indelebile ci pensano gli Heilung, con il loro viaggio rituale nell’era vichinga. La band danese (tra le più rappresentative nel panorama del folk tradizionale nordico) propone un concerto che non ha nulla a che vedere con il rock o il metal, ma che riesce a ipnotizzare l’intero pubblico grazie a una ritualità profonda, a tratti mistica.
Il set si apre in modo solenne e misterioso, con i tamburi che scandiscono il tempo antico, le voci arcane di Maria Franz e Kai Uwe Faust che evocano spiriti dimenticati, e guerrieri vichinghi che prendono possesso del palco.
Progressivamente, il concerto si intensifica, trasformandosi in una celebrazione collettiva, per poi concludersi in un’atmosfera di gioia ancestrale con “Hamrer Hippyer”.
Un’esperienza al limite del trascendentale, costruita per trasportarci fuori dal tempo e dallo spazio. Sapere che gli Heilung stanno per prendersi una lunga pausa (con l’ultimo concerto previsto il 17 agosto a Rättvik, in Svezia) ci fa apprezzare ancora di più questo momento. Speriamo davvero non sia stata l’ultima volta.
Voto: 10/10
Live Report a cura di Marco Fanizza
Fotografie a cura di Daniele Fanizza

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