E’ un venerdì sera all’insegna del migliore sleaze rock d’annata quello che ci apprestiamo ad andar a trascorrere in compagnia di una delle band più rappresentative della scena californiana degli anni 80: gli storici L. A. Guns di Phil Lewis sono infatti impegnati in un tour italiano di ben cinque date ed oggi fanno tappa in quel di Vercelli, dopo essersi già esibiti in quel di Padova e Erba e prima di chiudere con altre due date ad Osoppo ed Avezzano.

La band losangelina venne formata nel 1983 dal chitarrista Tracii Guns, prima di fondersi nel 1985 con gli Hollywood Rose di Axl Rose e Izzy Stradlin per dar vita niente meno che ai Guns n’ Roses: la storia però non prese la piega sperata e Tracii lasciò la band proprio prima che questa, reclutato al suo posto un certo Slash, prendesse il volo per lo stardom del rock. Ma il buon Tracii non rimase con le mani in mano e, reclutato il singer britannico Philip Lewis (già nei Girl insieme a Phil Collen), rimise in piedi gli L. A. Guns che, almeno all’inizio, si accreditarono come i più seri rivali della band di Axl e Slash. Purtroppo però, dopo tre album di assoluto livello, la fama della band venne ad eclissarsi anche per via dell’avvento del grunge, ma gli L. A. Guns non hanno mai gettato la spugna, continuando a pubblicare album su album ed a suonare in giro per il mondo con le più svariate incarnazioni (per un certo periodo ci sono state addirittura due band con lo stesso nome, una fronteggiata da Tracii e l’altra da Phil). Oggi le redini della band sono rimaste saldamente in mano al solo cantante, unica presenza stabile nella band insieme al batterista Steve Riley che alcuni di voi ricorderanno per aver militato anche nelle fila degli W.A.S.P..

Desiderosi di verificare lo stato di salute attuale della band, ci mettiamo in marcia verso Vercelli e raggiungiamo l’accogliente locale delle Officine Sonore (che ci ha davvero impressionato in maniera positiva), giusto in tempo per assistere allo show della prima delle tre band italiane chiamate a suonare in apertura di serata, i milanesi The Lethal Idols: giovanissimi e dediti ad uno sleaze rock che si rifà ai dettami di band quali Crashdïet e Veins Of Jenna, i quattro, nella mezzora a loro disposizione, riescono a scaldare l’atmosfera grazie a brani graffianti come “Keep Your Secrets” e la conclusiva “Ready To Rock” ed al vivace chitarrismo di Martin Angel. Promettenti ma ancora un po’ acerbi, soprattutto se confrontati ai ben più rodati Cream Pie che, saliti sul palco subito dopo di loro e muovendosi su coordinate stilistiche similari, dimostrano di avere per il momento una marcia in più: attivi sin dal 2005 e reduci da un tour in Germania, il quintetto (anch’esso proveniente dall’area milanese) ci lascia una più che favorevole impressione, conquistandoci con il tiro aggressivo messo in mostra da brani come l’iniziale “Downtown Pirates” (nuovo singolo), “Tiger” e “Disaster Piece”, nonché con la cover ultra rock di “Fight For Your Rights” dei Beastie Boys, la quale chiude la loro esibizione; nota di merito alla nuova entrata Kiki alla batteria, la cui pacca devastante sui tamburi è inversamente proporzionale ai lineamenti delicati da gattina.

Ad accompagnare gli L. A. Guns per tutte e cinque le date italiane del loro tour sono stati chiamati i partenopei Hangarvain, usciti lo scorso marzo col loro secondo album “Freaks” e terzi in ordine di apparizione questa sera sul palco. Premesso che continuo a non capacitarmi del motivo per il quale ultimamente si continuino a scegliere come band di supporto gruppi che, a livello di sonorità, si discostano dalla proposta musicale degli headliner (a dire il vero un’idea ce l’ho, ma preferisco tenermela per me), devo ammettere che, per quanto il rock di matrice moderna non rientri molto tra le mie corde, questi quattro ragazzi napoletani ci sanno fare: per quanto un po’ fuori contesto, il loro post grunge, un po’ a-la Creed e un po’ a-la Nickelback, si fa apprezzare per brani diretti come “Get On” e “Keep Falling” o più riflessivi e profondi come “Father Shoes”, dedicata a chi non è più tra noi. Bravi, da rivedere magari di spalla a band come i Black Stone Cherry.

E’ quasi mezzanotte quando arriva finalmente il turno delle leggende del Sunset Strip L. A. Guns; il pubblico, fino a quel momento per la verità un po’ distratto, si accalca in massa sotto il palco delle Officine: palco che, bisogna dire, è uno dei punti di forza del locale, spazioso e soprattutto alto quel tanto che basta per consentire a tutti un’ottima visibilità. Phil Lewis e soci partono subito con un assalto all’arma bianca, ossia con quella “No Mercy” che apriva il loro incredibile album d’esordio nel lontano 1988: il cantante inglese, anche se un po’ invecchiato (pur dimostrando comunque una decina di anni in meno delle sue effettive cinquantanove primavere), continua a tenere molto bene la scena grazie a movenze da consumato performer, nonché a carisma da vendere in quantità industriali, avvolto in un chiodo sul cui retro è dipinta l’icona per eccellenza della musica rock, l’eterno Lemmy. Al suo fianco si muovono con stile il bassista Kenny Kweens e soprattutto il chitarrista Michael Grant (entrambi caratterizzati da un’invidiabile chioma corvina, vero e proprio marchio di fabbrica di questi “vampiri di Hollywood”), mentre a dettare il tempo dietro alle pelli (con qualche problemino tecnico che lo perseguiterà per l’intera durata dello show) si muove il fisico ancora asciutto di Steve Riley.

Dopo lo sporco rock’n’roll di “Showdown (Riot On Sunset)”, la viziosa “Sex Action” fa salire vertiginosamente la temperatura in sala, accendendo l’entusiasmo dei presenti: Phil, da navigato marpione, si dà da fare per flirtare a più riprese con le ragazze più carine presenti in sala, prima di imbracciare la chitarra e condurci attraverso i sentieri ipnotici della sempre affascinante “Over The Edge”.

La setlist presenta poche sorprese rispetto alle ultime volte che abbiamo visto la band dal vivo: accanto alle storiche “Never Enough”, “I Wanna Be Your Man” o “Wheels Of Fire”, trovano spazio brani più recenti come “Hellraisers Ball” o “Gypsy Soul”, che onestamente però non possono competere con i classici del passato.

L’attenzione sul palco è spesso catturata da Michael Grant: tratti orientaleggianti, look curatissimo e dita che scorrono veloci sul manico della sua sei corde dando vita ad assoli incendiari, verso metà concerto si appropria del ruolo di protagonista assoluto cimentandosi in una sentita cover di “Purple Rain”, dedicata al suo idolo Prince. Per quanto ben eseguita, questa versione non riesce però ad impressionare più di tanto chi, come il sottoscritto, ha ancora negli occhi e nelle orecchie l’emozionante riproposizione della stessa da parte di Jeff Scott Soto con i Talisman al recente Frontiers Rock Festival.

One More Reason” ed “Electric Gypsy” sono due schegge impazzite di quella ferocia metropolitana della quale erano pregni i solchi del primo album della band e con esse termina la parte regolare dello show, prima che il gruppo ritorni sul palco per i bis di prammatica: prima l’immancabile e straziante “The Ballad Of Jayne” e successivamente, con ancora Michael Grant sugli scudi, la violenta “Rip And Tear”, che chiude forse troppo presto uno show intenso ma troppo breve per una band dalla carriera pluridecennale come gli L. A. Guns.

Nonostante ciò, mentre imbocchiamo l’autostrada per tornare a casa, il pensiero va alla consapevolezza di aver scoperto un gran bel locale, al piacere di aver ritrovato la solita vivace compagnia di amici e di aver assistito all’esibizione di quattro valide band, per un’altra grande serata “as always in the name of rock’n’roll”.

L. A. GUNS:
Phil Lewis – voce, chitarra ritmica
Michael Grant – chitarra solista
Kenny Kweens – basso
Steve Riley – batteria

SETLIST:
No Mercy – Showdown (Riot On Sunset) – Sex Action – Never Enough – I Wanna Be Your Man – Over The Edge – Wheels Of Fire –  Hellraisers Ball – Gypsy Soul – Purple Rain (Prince cover) – One More Reason – Electric Gypsy – The Ballad Of Jayne – Rip And Tear

 

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