LILI REFRAIN – Nagalite

Subsound Records – 27/03/2026

Grafica e illustrazioni (“The Seeker”): Nicola Alessandrini

Il nuovo lavoro di Lili Refrain, “Nagalite”, è un percorso sonoro, un attraversamento, un processo di trasformazione. Una suite compatta in quattro movimenti che si muove come un organismo vivo, insinuandosi tra corpo, memoria e storia, fino a mutarsi in qualcosa di profondamente viscerale. Non è musica che ti accompagna: ti abita! Non ci si può limitare ad ascoltarla, la si subisce e la si lascia agire.

Fin dalle prime battute è chiaro che “Nagalite” nasce da un’urgenza reale. In un presente in cui il rumore del mondo – guerre, assuefazione, perdita di sensibilità – rischia di anestetizzare tutto, Lili Refrain risponde con un’opera che è al tempo stesso rito, resistenza e gesto d’amore. Il simbolo del serpente, da cui il titolo prende forma (tra “naga” e “lithos”), diventa qui una figura potentissima che rappresenta mutazione, conoscenza, ma anche radicamento. Un serpente di pietra, antico e vivo, che ci invita a cambiare pelle senza dimenticare ciò che siamo e quello che siamo stati.

Exuvia” apre il viaggio con una delicatezza quasi disarmante. La voce, sospesa e fragile, dialoga con il sintetizzatore in un equilibrio precario, come se ogni suono fosse sul punto di dissolversi. Un inizio intimo, malinconico, ma mai disperato. C’è una dolcezza profonda nel modo in cui viene raccontato il distacco, come se lasciare andare fosse un atto di cura prima ancora che di perdita.

Con “Nagal” si entra nel cuore pulsante dell’opera. Qui Lili Refrain costruisce un vero e proprio rituale sonoro. Ci troviamo avvolti da loop stratificati in tempo reale, percussioni che crescono come un battito primordiale, chitarre che si avvolgono su sé stesse e voci che sembrano emergere da un altrove arcaico. È una trance che non stordisce ma risveglia, un movimento continuo che striscia, si solleva e infine esplode in una liberazione quasi catartica. Si percepisce chiaramente la dimensione fisica della performance, la materia del suono che prende forma sotto le mani dell’artista.

Il terzo movimento, “Coil”, è forse il più enigmatico. Qui la musica diventa soglia, spazio liminale in cui tutto è possibile ma nulla è garantito. I sintetizzatori costruiscono una spirale ipnotica, mentre le percussioni segnano un tempo che sembra dilatarsi. È il momento della scelta e del rischio. La trasformazione non è più inevitabile, ma consapevole. La tensione tra attrazione e paura è palpabile, e proprio in questa ambiguità il brano trova la sua forza più magnetica.

Infine, “Lithos”, chiude la suite con un respiro lungo e grave. La voce torna, ma è cambiata ed è più densa, più consapevole, quasi radicata nella terra. Il brano ha la forma di un requiem, ma non c’è immobilità, perché sotto la superficie si muove un desiderio ostinato di guarigione. Ci troviamo al cospetto di una conclusione che non chiude, ma deposita. Come un seme. Come una pelle abbandonata che diventa nutrimento per ciò che verrà.

Dal punto di vista sonoro, “Nagalite” è un’opera di straordinaria coerenza. Lili Refrain costruisce tutto da sola, intrecciando voce, chitarra, basso, sintetizzatori e percussioni, in un sistema di loop che restituisce un senso di ritualità autentica, mai artificiale.

La produzione, curata insieme a Stefano Morabito, presso il 16th Cellar Studio di Roma, è essenziale ma profondamente evocativa. Ogni suono ha spazio, peso, intenzione.

Quello che colpisce davvero, però, è la capacità dell’album di tenere insieme dimensione personale e collettiva. “Nagalite” parla di trasformazione individuale, certo, ma lo fa sempre in relazione al mondo. Cambiare pelle diventa un atto sociale, oltre che intimo. Un rifiuto consapevole della ripetizione del dolore, una scelta di responsabilità verso ciò che ci circonda.

Credo che “Nagalite” sia un lavoro raro. Si manifesta radicale ma accessibile nella sua sincerità, oscuro ma attraversato da una luce ostinata. Non cerca compromessi e proprio per questo riesce a toccare qualcosa di universale. È un disco che non si limita a chiedere di essere ascoltato, ma necessita di venire attraversato fino in fondo, in modo da restare dentro le sue pieghe, di accettarne il tempo lento e il potere trasformativo.

Come il serpente che lo abita simbolicamente, “Nagalite” invita a lasciare qualcosa indietro per poter davvero avanzare. Nel farlo, ricorda che ogni muta è fragile, necessaria, e profondamente condivisa.

 

VOTO: 9/10

 

Tracklist:

  1. Exuvia (03:30)
  2. Nagal (07:27)
  3. Coil (06:48)
  4. Lithos (12:33)

 

Formazione:

Lili Refrain (voce, chitarra, basso, sintetizzatore, timpano, grancassa, drum machine).

 

 

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