Qualche ora di macchina, un sole che a tratti viene coperto da un cielo sempre più nuvoloso, un freddo che colpisce ma non permea nelle ossa. L’arrivo a Padova di ieri, domenica 1 febbraio, è accompagnato da una trepidante attesa: in un teatro che fa da perfetta cornice, si esibiranno i Lorna Shore.

Oltre alla band headliner della serata, ad esibirsi ci sono Humanity’s Last Breath, Shadow of Intent e Whitechapel.
Più che un concerto, l’aria che si respira è quella di un mini festival: quattro band, 20 minuti di cambio palco tra una band e l’altra, stand per cibo e bevande e gente che balla e canta in ogni angolo.
Organizzazione da 10 e lode per il Gran Teatro Geox, dove le file chilometriche vengono gestite e dissolte in tempi record.


Humanity’s Last Breath

I primi a dare il via ad una serata tutta sold out, alle 18:20, sono gli Humanity’s Last Breath.
La band svedese, nata nel 2009 e originaria di Helsingborg, porta un sound tra deathcore, djent, doom metal e blackened death metal, risultando estremamente cupo, tecnico e atmosferico, spesso associato al termine “thall”. Fondati dal chitarrista e produttore Buster Odeholm, con Filip Danielsson alla voce, il gruppo è noto per l’uso di accordature bassissime, arrangiamenti complessi e un’estetica apocalittica. Nel corso degli anni hanno pubblicato album noti nel panorama deathcore come Abyssal (2019), Välde (2021) e Ashen (2023), affermandosi come una realtà innovativa del metal moderno.

La band convince fin dalle prime note intonate: non importa che sia poco conosciuta dai più, l’euforia del Gran Teatro Geox, gremito di persone fin dai primi minuti di show, è palpabile. Il gruppo realizza 30 minuti di esibizione, mostrandosi come band mediatrice, poiché riprende influenze presenti in tutte le band successive, ma con un tocco di teatralità tipica del black metal, richiamando per usi e costumi band come quella dei colleghi portoghesi Gaerea.

Setlist

  1. Väldet

  2. Abyssal Mouth

  3. Godhood

  4. Tide

  5. Labyrinthian

  6. Bellua Pt. 1

  7. Instill


Shadow of Intent

Dopo una breve pausa e un cambio palco veloce e puntuale, alle 19:10 arrivano gli Shadow of Intent. La band deathcore statunitense, nata nel 2013 nel Connecticut come progetto inizialmente ispirato dall’universo di Halo – il nome del gruppo prende ispirazione dalla celebre nave che appare in Halo 3 – è stata fondata dal cantante Ben Duerr e dal chitarrista Chris Wiseman. Col tempo il gruppo si è evoluto in una vera e propria formazione, allontanandosi dai riferimenti narrativi appartenenti all’universo del gaming per concentrarsi su temi più oscuri e a tratti astratti.

La loro musica unisce la ferocia del deathcore con elementi di death metal tecnico e orchestrazioni sinfoniche, creando un suono dalle caratteristiche epiche. Il richiamo ai padroni di casa, i loro connazionali Lorna Shore, è immediato. Le orchestrazioni alla base dei brani degli Shadow of Intent sono davvero similari a quelle dei Lorna Shore, sembrando quasi un esercizio di copiatura: ben riuscito sicuramente, ma poco originale. La band procede spedita, alternando un brano dopo l’altro, tra riff di chitarra complessi e arrangiamenti imponenti.

Setlist

  1. They Murdered Sleep

  2. Flying the Black Flag

  3. Mechanical Chaos

  4. Vehement Draconian Vengeance

  5. Infinity of Horrors

  6. Feeding the Meatgrinder

  7. The Heretic Prevails


Whitechapel

Alle 20:00 arriva un gruppo tanto atteso dai presenti all’evento deathcore, una band il cui ultimo lavoro in studio, Hymns in Dissonance, è considerato tra i migliori album metal del 2025: i Whitechapel.
La band americana non ha bisogno di grandi presentazioni; dopo un’estate all’insegna dei festival europei, arriva come principale opener in questo fortunato tour europeo dei Lorna Shore.

La band del Tennessee, il cui nome riporta ai vicoli scuri, tetri e maledetti di una Londra di fine Ottocento, nella quale il tintinnio di una lama riecheggia nel silenzio della notte, non si smentisce: esibizione brutalmente efficace.
I Whitechapel alternano per circa 50 minuti brani di lavori precedenti, tra i quali spiccano Hate Cult Ritual e la canzone di fine concerto This Is Exile, a brani appartenenti all’ultimo album, come Prisoner 666 e l’omonima Hymns in Dissonance, che arriva diretta e veloce, come i colpi di una mitragliatrice.

Non si risparmiano: il loro sound è tecnico, tagliente, per niente confusionario, anche se a primo impatto si può pensare decisamente il contrario; gli arrangiamenti sono eseguiti in maniera impeccabile.
Phil Bozeman risulta ancora una volta una delle voci più impressionanti di questo deathcore moderno. Si passa da growl profondi a scream più acuti, arrivando a breakdown che sembrano aprire una voragine nel pavimento.

I Whitechapel trascinano il loro pubblico in un caos ordinato, creando una performance estremamente coinvolgente e violenta, nel senso migliore del termine.

Setlist

  1. Prisoner 666

  2. Hymns in Dissonance

  3. A Visceral Retch

  4. Bedlam

  5. Hate Cult Ritual

  6. The Somatic Defilement

  7. Devirgination Studies

  8. Prostatic Fluid Asphyxiation

  9. This Is Exile


Lorna Shore

Una pausa di 25 minuti: c’è il tempo per prendere una boccata d’aria prima dell’arrivo della band capitanata da Will Ramos, ma nessuno sembra intenzionato a lasciare la sala del teatro. L’emozione è evidente sui volti dei molti accorsi per il concerto: lasciare la sala in quel momento di concitata unione significa perdersi qualcosa, uno speciale momento di condivisione.

Appare un telo che ricopre il palcoscenico e, dopo pochi minuti, la sala piomba nel buio. Una luce bianca e rosa illumina il telo; oltre a quella, soltanto le luci prodotte dai telefoni si scorgono nell’oscurità, pronti a catturare, con il fiato sospeso, l’esatto momento in cui quel velo cadrà e lo show avrà inizio. Poi parte una melodia, una base che preannuncia un grande brano: il velo cade e Oblivion si sprigiona nell’aria. Will Ramos è lì, al centro della formazione, e con il suo canto gutturale, unico nel panorama deathcore, impatta con il suo pubblico come mare in tempesta contro gli scogli.

Con Oblivion, primo singolo rilasciato dai Lorna Shore dell’ultimo lavoro in studio, I Feel The Everblack Festering Within Me, la band ci porta in un viaggio tra desolazione e paesaggi desertici; la forza emotiva della band è totalizzante.
Dopo qualche parola di meraviglia da parte del frontman, strabiliato e commosso dal numero di fan presenti al concerto, si procede a tutta velocità, passando da un brano all’altro in un’atmosfera calda, scenograficamente tra fuoco e stelle. Il pubblico si trasforma in un mare di fuoco sui pezzi più taglienti, tramutandosi in un cielo stellato pochi attimi dopo.

I Lorna Shore si concentrano sul presente, proponendo diversi brani del loro ultimo album, come l’orchestrale e grintosa Unbreakable, fino ad arrivare alla dirompente, feroce ed emozionante Prison of Flesh, canzone in cui Will Ramos ci regala una parte del suo vissuto personale, raccontando del dolore di una malattia che attanaglia, ingabbiando in una prigione di ricordi che vanno e vengono.

Non mancano all’appello circle pit sfrenati e qualche coraggioso pronto a navigare il mare di folla, sicuro della presa forte e compiaciuta dei propri compagni di viaggio.
Dolore, tristezza, rabbia, gioia e desiderio di riscatto: queste sono solo alcune delle tante emozioni che questo concerto porta con sé. Verso fine performance arriva lei: Pain Remains I: Dancing Like Flames, che, tra scream da pelle d’oca e parole d’amore in un sussurro spezzato, innalza le voci del Gran Teatro Geox, risultando un unico, commosso coro.
I Lorna Shore chiudono con la loro To The Hellfire.

Setlist

  1. Oblivion

  2. Unbreakable

  3. War Machine

  4. Sun//Eater

  5. Cursed to Die

  6. In Darkness

  7. Glenwood

  8. Prison of Flesh

  9. Pain Remains I: Dancing Like Flames

  10. Pain Remains II: After All I’ve Done, I’ll Disappear

  11. Pain Remains III: In a Sea of Fire

Encore

  12. To The Hellfire

Report a cura di Silvia Rodano

Foto di Monica Ferrari

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