C’è un’immagine che resta incisa a fuoco nella memoria: la luna piena che si alza sopra il Teatro Romano di Ostia Antica, immobile e perfetta, come se anche lei avesse preso posto in platea. Lì sotto, i Marlene Kuntz in versione sinfonica, accompagnati dall’Orchestra Filarmonica “Città di Bologna”, hanno trasformato il 6 settembre 2025 in un rito collettivo che sa di catarsi e di bellezza feroce.
Cristiano Godano sale sul palco con l’aria di chi conosce il peso delle parole, ma non smette di maneggiarle come armi gentili. Si parte con “Nella tua luce”, ed è subito chiaro che questo non sarà un semplice concerto, ma un attraversamento emotivo: le chitarre si intrecciano con gli archi, i fiati disegnano spazi inediti, il rock diventa materia orchestrale senza perdere intensità. Rodrigo d’Erasmo alla direzione si muove sicuro ed energico come un mago alle prese con un potente incantesimo.
La scaletta è un viaggio dentro l’ombra e la luce del repertorio marleniano: “Notte” si fa dramma cinematografico, “Amen” diventa preghiera laica sostenuta da un tappeto di archi che amplifica ogni silenzio. Poi c’è la delicatezza sospesa di “Tutto tace” e l’intimità straziante di “Schiele, lei, me”, che con l’orchestra acquista una dimensione quasi pittorica, pennellata dopo pennellata.
Quando arriva “Cara è la fine”, il teatro si trasforma in una messa rock: il pathos sale, Godano si piega sulla voce, gli archi colpiscono in pieno stomaco. Da lì in avanti, è un crescendo: “Laica preghiera”, “Bellezza”, “La canzone che scrivo per te”, fino a un’apoteosi chiamata “Ape regina”, dove la tensione orchestrale rende ancora più viscerale il brano.
Nella seconda parte la band osa con momenti di lirismo assoluto (“Musa”, “Lieve”, “L’artista”) fino a toccare il cuore con “Osja, amore mio”, dedicata alle fragilità più intime. Ma è con “Nuotando nell’aria” che l’anfiteatro diventa un’unica voce, una marea che canta insieme, abbracciata dalla notte e dalla luna.
Il finale è da pelle d’oca: l’encore apre con “L’aria era l’anima”, prosegue con una “Adele” struggente e si chiude con “Sonica”, sparata a tutto volume mentre il pubblico si alza in piedi, abbandona le sedute e si stringe sotto il palco. È il ritorno al rock puro, il cerchio che si chiude tra poesia e furia.
Alla fine resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di irripetibile. Non solo un concerto, ma un rito collettivo, sospeso tra rovine millenarie e futuro, tra il respiro orchestrale e la rabbia rock. I Marlene Kuntz hanno dimostrato ancora una volta che la loro musica non appartiene a un tempo, ma a tutti i tempi. E sotto quella luna piena, a Ostia Antica, hanno scritto un nuovo capitolo della loro leggenda.
In apertura della serata si sono esibiti i fiorentini Spleen.
Si ringraziano Kashmir Music, GDG Press e Ostia Antica Festival.
Qui sotto le galleries della serata a cura di Chiara Lucarelli:
Spleen
Marlene Kuntz

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