È iniziato un nuovo anno e, con lui, il desiderio di condividere con i nostri lettori storie di musica intense, vere, capaci di ispirare.Storie che non parlano solo di palchi e dischi, ma di crescita, scelte e consapevolezza.Abbiamo incontrato Michele Luppi in un momento particolare, alla luce del ritiro dalle scene di David Coverdale, e da lì abbiamo lasciato che il racconto prendesse una direzione più profonda.Il suo percorso è diventato lo spunto per riflettere sulle dinamiche interne alle grandi band, sugli equilibri umani, sugli addii e sui ritorni. Ne è emerso il ritratto di un musicista innamorato del proprio lavoro, preciso, lucido, mai indulgente. Un artista che non ha smesso di mettersi in discussione e che oggi sente il bisogno di trasmettere qualcosa.
Soprattutto alle nuove generazioni: l’importanza dell’impegno, della pazienza e di una passione che non cerca scorciatoie.

Michele Luppi: Eccoci, ciao! Tanto piacere!
Isabel: Piacere mio, davvero! Sono molto emozionata di fare quest’intervista!
Michele Luppi: Addirittura?!
Isabel: Direi! Voi musicisti avete i vostri traguardi, noi giornalisti abbiamo i nostri, no?
Michele Luppi: Ah, sì? E quali sono i tuoi?
Isabel: I miei? Sicuramente uno è quello di riuscire a lavorare in campo musicale, però per ora è solo un hobby. Purtroppo sappiamo che è molto difficile inserirsi in questo ambiente.
Michele Luppi: Più che inserirsi, secondo me bisogna fare. Ne stavo parlando oggi con la band: chi riesce ad andare avanti è chi veramente prende le redini in mano delle cose. Magari durante l’intervista parliamo anche di questo!
Isabel: C’è una domanda che potrebbe aiutarci ad approfondire effettivamente!
Michele Luppi: Sì?! Allora dai, iniziamo subito!
Isabel: Per cominciare volevo chiederti: Riusciamo a fare quest’intervista perché da quello che ho capito è saltata la data di stasera, giusto?
Michele Luppi: Yes!
Isabel: Come mai? Cosa è successo?
Michele Luppi: Guarda se devo dirti cosa è successo, non lo so! (ridiamo) Ci sono stati dei malintesi, degli intrecci per cui la data purtroppo è stata annullata. Può capitare, a volte capitano anche cose belle, a volte no. Fa parte del gioco! Poco male: siamo già qui a Edimburgo pronti per la data di domani sera.
Isabel: Parlando un po’ di Vision Divine… Tu sei rientrato all’interno di questa band dopo tanto tempo. Rientrare, ritrovare i tuoi compagni di band, ritrovare il pubblico e trovarti reinserito in dinamiche vecchie o, magari, dinamiche che adesso sono diventate nuove con il passare del tempo. Che aspettative o che paure vive chi rientra all’interno di una band così importante?
Michele Luppi: Paure, no… Di aspettative direi una, la più importante: quella di essere cresciuti tutti quanti. Quando sono entrato nella band i Vision Divine arrivavano dalla rottura col cantante precedente. Quando si affronta un cambio di formazione può essere tanto un bene quanto un male. Per noi è stato un bene! Si era creato un bel team, un bel seguito. Quello coi Vision Divine è stato il mio primo disco importante (Stream of Consciousness N.d.r) e ci ero affezionato. La mia carriera da cantante è iniziata con loro alla fine! Anche in passato ci ho pensato un bel po’ di tempo se e come e perché tornare… Ne avevamo anche già riparlato in un paio occasioni, ma io ero impegnato con le mie cose, coi Whitesnake stavo bene così e non avevo proprio la testa per farlo. Invece sto giro qua, complice che i Whitesnake, adesso, non ci sono più come band attiva… E dopo aver fatto parte della band come tastierista e corista diciamo che sono molto contento di tornare a cantare e la cosa bella è che i pezzi sono invecchiati bene! Ti dico: per quelli che erano i mezzi che avevamo all’epoca, secondo me, abbiamo fatto anche delle belle cose, nonostante non sposi al 100% tutte quelle che sono state certe scelte, però diciamo che i tre dischi che ho fatto con la band sono belli. Li ho riascoltati e alla fine me li ricordavo ancora, pensavo di essermi scordato tutto! (ridiamo) Perché poi quando fai un disco non lo riascolti più! Almeno, io faccio così.
Isabel: Non sei il primo che mi dice questa cosa!
Michele Luppi: Ma perché ci hai lavorato talmente tanto che…Sei…Stufo! Ecco, capiscimi! (ridiamo) Dal vivo invece i pezzi prendono un’altra forma. La cosa bella che ho notato e che abbiamo notato tutti dal mio rientro nella band è che siamo cresciuti anche professionalmente. Io mi sono migliorato sul suono a detta loro e gli altri su aspetti ai quali io tenevo in passato che all’epoca lasciavano indietro. Insomma siamo molto più sulla stessa linea adesso.

Isabel: Di solito la parte più delicata del lavoro, quella che potrebbe creare i problemi maggiori nella band è la scrittura, la parte creativa. Come la state affrontando?
Michele Luppi: Quella non è mai stata un problema.
Isabel: Lavorate tranquilli quindi?
Michele Luppi: Sì, assolutamente! Il team di scrittura dei dischi composti prima della mia uscita era formato da me, Olaf e Oleg. E proprio con Olaf e Oleg ci siamo trovati a casa mia e il primo giorno abbiamo composto i tre pezzi nuovi. Addirittura il secondo giorno che ci siamo trovati siamo stati insieme proprio tutto il giorno, non un’oretta o due! Abbiamo lavorato dalla mattina alla sera. Tra l’altro non viviamo neanche vicini, quindi per loro è stato un sacrificio spostarsi, però abbiamo scritto quei tre pezzi nel modo più naturale possibile. Ho detto: “Ragazzi, ci troviamo a scrivere i pezzi insieme?”. Perché i pezzi così assumono un altro valore. Se cominci a spedirti i file senza una reale interazione… (scuote la testa) Un gruppo che si consideri tale deve avere un’anima di scrittura che lavori insieme nella stessa stanza. Poi sì, ogni tanto ci si manda qualcosa. I testi per esempio! Olaf e io ci mandiamo i testi e ci confrontiamo a distanza: “Ma ti piace questo? Ti piace quest’idea?”. Questo non è un problema, ma il pezzo, la sua struttura deve nascere nella stessa stanza.
Isabel: Capisco… Sicuramente in presenza ciascuno di noi può dare molto di più!
Michele Luppi: Esatto! Sfrutti tutto il potenziale! Abbiamo messo in gioco tutto ciò che abbiamo imparato e perfezionato in questi anni. Credo molto in questi tre brani nuovi e al di là di quello che può arrivare o meno la cosa buona è che anche a Metal Italia per esempio, è venuta molta gente che veniva a vederci anni fa. Gente che adesso, magari, non va più ai concerti perché ha figli. Eppure qualcosa dell’epoca era rimasto dentro e si sono mossi per noi! Questo ci ha dato modo di verificare che vale la pena dedicare una fetta delle nostre energie a questo progetto lavorando in un certo modo, perché la soddisfazione arriva. Poi tra di noi stiamo bene, quindi… Insomma, ci divertiamo! Ci rompiamo anche i maroni a girare (ridiamo) però è tutto parte del gioco!
Isabel: Per chi entra (o rientra) in una band c’è anche chi, purtroppo, se ne va. Tu hai potuto vivere sulla tua pelle entrambe le esperienze. E proprio alla persona che ha vissuto la difficile esperienza di uscire da un gruppo, chiedo: come si affronta l’uscita di Coverdale dai Whitesnake?
Michele Luppi: Ma…sai lui non è che sia uscito dai Whitesnake: lui ha chiuso la serranda. Noi lo sapevamo da tempo… Ultimamente ha telefonato a tutti ringraziandoci tanto. E’ stato molto carino. E lui non ha mai fatto complimenti a caso. Ha sempre preteso il massimo, ma ha anche sempre dato il massimo! Quello che probabilmente era uno dei posti più belli che ci siano stati al mondo, io me lo sono conquistato. E sono molto felice di questi 10 anni. Ho veramente realizzato uno dei miei sogni di quando ero bambino con loro. Il fatto di avere a che fare con loro, poter passare del tempo con loro, chiedere cose, imparare direttamente da personalità così… L’esperienza non è stata solo andare sui palchi grossi: l’esperienza è stata proprio quella di condividere la quotidianità con loro. Fare i dischi, fare i tour, suonare in diverse situazioni passando dal Rock in Rio dove c’erano non so quante tot mila persone…boh 150, 200.000? Ma anche suonare all’ Alcatraz dove ce n’erano 3000. La magia c’era a prescindere, capito? Ho fatto un percorso che si è rivelato essere molto più figo di quello che mi ero immaginato da piccolo.
Isabel: La prendiamo più che serenamente quindi? Di solito quando succedono queste cose i fan, ma anche gli haters, fanno a gara per dire la loro… Reagiscono!
Michele Luppi: Ma certo! Però io voglio dire una cosa: se uno facesse quello che sa fare e parlasse di quello che sa, sarebbe molto più facile avere conversazioni e alla fine della giornata gli scambi tra le persone avrebbero anche un risvolto positivo. A volte sento dire delle cavolate senza senso. Gente che non c’entra niente e che parla come se fosse stata lì. E’ come se qualcuno mi venisse a dire come si sta a casa mia con mio padre, con mia madre… Lo so io, no? Quindi penso che puoi dire la tua da fuori però, si deve comprendere che è un’impressione. Si è persa un po’ di educazione secondo me. Questo è triste.
Isabel: E infatti avendo l’occasione ho chiesto a una delle persone direttamente coinvolte. Tra l’altro, al di là del caso specifico Whitesnake/Coverdale, quando un componente va via che cosa succede all’interno delle dinamiche della band?
Michele Luppi: In generale?
Isabel: Sì. Comprendo che sia difficile generalizzare, perché ogni situazione è diversa ma possiamo tracciare delle dinamiche che possono in qualche modo essere comuni?
Michele Luppi: Posso dirti una cosa, che peraltro ti potrebbero confermare tutti gli altri componenti dei Whitesnake: le dinamiche che io ho vissuto col mio primo gruppo a 15 anni e le dinamiche all’interno di una band come i Whitesnake, capitanata da un ultrasettantenne e quindi con una testa diversa, sono identiche.
Isabel: Perché alla fine le dinamiche che ci sono dietro sono quelle umane?
Michele Luppi: Non solo… E non parlo di soldi. I soldi per me sono addirittura una rottura di coglioni e lo sanno tutti quelli che mi conoscono. Non sono la mia principale passione diciamo. Quando qualcuno va via dalla band si riscrivono non tanto le gerarchie, ma gli equilibri umani. Io credo molto nell’energia delle persone, nella sinergia che si può creare tra le persone. Ciò che ti porta a scontrarti con le persone e che eventualmente fa sì che uno esca è proprio quella cosa lì! Il tipo di energia che si viene a creare, che non è necessariamente positiva ma che è necessaria per la band. Gli scontri sono necessari. Ma quando si traducono in evoluzione e crescita! Quando sono fini a loro stessi, è lì che arrivano i veri problemi. Quando hai 30 anni non capisci un cazzo! Ti scontri perché vuoi arrivare alla fine della discussione e dimostrare, più che altro a te stesso, che hai ragione. A 50 anni se ragioni ancora così sei un cretino! E soprattutto con un po’ di onestà lo sai bene se hai ragione o no. Quindi quando non tutti hanno la stessa visione, quando non tutti sono professionisti e professionali e soprattutto quando qualcuno porta i problemi personali all’interno della band, è lì che ci sono le difficoltà serie.
Isabel: E magari sono proprio i problemi personali a incidere maggiormente…
Michele Luppi: Assolutamente! Capita tantissime volte. Su questo argomento posso dirti: stando nei Whitesnake ho proprio imparato che la sfera della vita privata non si deve portare all’interno del gruppo. E’ uno dei primi e dei più grandi errori che fanno tutti i gruppi. Grazie ai Whitesnake ho perfino potuto sperimentare il contrario e cioè: con loro si stava talmente bene che, mi dispiace dirlo, ma i problemi personali diventavano anche più piccoli.

Isabel: E il dispiacere della perdita invece?
Michele Luppi: Quello c’è sempre. Mi dispiace a livello umano quando qualcuno se ne va. Pensa, quando Peter Criss se n’è andato via dai Kiss, io avevo 6 anni e ho pianto, sono stato malissimo! Perché idealizzavo il gruppo! Ho sempre guardato ai gruppi come si guarda a una famiglia. Quando cresci invece capisci che la famiglia non è limitata al gruppo e alla sua attività. Tu puoi rimanere amico di una persona anche se non ci suoni più insieme! Io addirittura ho delle persone con cui suono e di cui non sono amico! Ma non perché mi stiano sul cazzo! Ma perché non condividiamo tanti aspetti della vita, però quando suoniamo insieme stiamo da dio. Posso dirti di più! A posteriori mi sono reso conto che avrei dovuto dedicare meno tempo agli amici in ambito musicale e vederli fuori e piuttosto stare più vicino a persone con cui non ho legato tantissimo sul piano personale, ma che musicalmente avrebbero potuto darmi tantissimo! E’ un errore da non sottovalutare questo. Spero di aver risposto alla tua domanda! (ride)
Isabel: Assolutamente sì! Direi che abbiamo messo molta carne sul fuoco!
Michele Luppi: Ottimo! Scusa, è che poi si finisce a divagare!
Isabel: Non sono certamente argomenti facili da trattare. Di riflessioni se ne possono fare tantissime. Ora volevo un attimo ricollegarmi a quanto abbiamo anticipato in apertura sull’importanza di fare. Oggi secondo te è più difficile fare musica o trasmettere musica?
Michele Luppi: Oggi? Trasmettere musica. Assolutamente. Era molto più facile insegnare anni fa. Adesso è molto più difficile perché siamo diventati un po’ tutti avvocati. Tutti ne sanno, ma tutti fanno confusione… Io per primo! Essendone consapevole però, prima di dire una roba ci penso un bel po’. Faccio molta ricerca anche coi miei colleghi, con gli amici. Ci tengo a non far perdere tempo a chi ho davanti. Quello che cerco di trasmettere agli allievi o ai miei collaboratori o alle band che produco è la passione a prescindere. La passione nel crescere e nel conoscersi. Oggi questa è una cosa che trovo più difficile. Un po’ perché sono più grande io, quindi comincia a esserci un salto generazionale tra me e i miei allievi. Un po’ perché il modo di apprendere oggi è diverso. Oggi può succedere di avere a disposizione tante informazioni, molte più informazioni ma di non essere in grado di utilizzarle. Tu cosa intendi quando dici “trasmettere musica”?
Isabel: Penso al trasmettere una professione. Insegnare uno strumento per accompagnare alla via del professionismo.
Michele Luppi: Ah, qui possiamo aprire un altro discorso ancora! (ridiamo) Io mi sono diplomato in canto nel ’98 in una scuola a Los Angeles. Quando sono tornato a casa ho avuto l’umiltà di riconoscere che, sebbene fossi diplomato, mi facevo cagare (ride). Non riuscivo a fare le cose che secondo me erano fighe. Non riuscivo ad avere una continuità. Tant’è che ci ho messo un sacco di tempo a registrare delle cose, perché volevo una precisione che non ero in grado di tenere. E quindi mi son rimesso a studiare. Semplicemente approfondendo tante altre cose. Ora mi pare ci sia troppa fretta di uscire, di provarci. Un po’ come con le ragazze: ci provi con tutte e prima o poi qualcuna ci starà! Però insomma… se fai un minimo di selezione è meglio. (ridiamo)
Isabel: E’ difficile trasmettere la pazienza?
Michele Luppi: Diciamo che ci pensavi di più prima.Vivevi le cose in un modo più intimo, più tuo…
Isabel: Forse anche perché i tempi erano più dilatati?
Michele Luppi: Nel fare, dici?
Isabel: Sì, nel senso che adesso basta avere un cellulare. Lo prendo, prendo una luce, attacco tutto e vado. Prima che arrivassero tutti questi mezzi, poter registrare un album implicava avere… sicuramente più soldi! E poi fare più passaggi…
Michele Luppi: Bravissima!
Isabel: Tutto il tempo necessario alla preparazione dava modo anche di ragionarci sopra.
Michele Luppi: Ah, brava! No, brava: Bravissima! Hai detto una cosa…. Guarda, me l’hai strappato di bocca! Forse l’ho detto in un’altra intervista. Una volta prima di fare un disco dovevi fare dei demo, ma prima di fare dei demo, dovevi prepararti. Il mio primo demo l’ho fatto a 16 anni. Ci ho messo 7 mesi a prepararlo. In 7 mesi ricordo di aver scritto i pezzi, di aver programmato la batteria e tutto quello che avrei dovuto fare in studio. Mi sono fatto anche la scaletta di ciò che avrei fatto ora per ora nei due giorni di studio. Studio che costava 400.000 lire, che per me erano tantissime! Considera che ho speso 800.000 lire solo della registrazione e 500.000 lire per la copertina e la tipografia. Ho speso 1.300.000 lire che era uno stipendio di allora e anche abbondante. All’epoca di fronte a un impegno così veniva quasi da chiedersi: “Ma che cazzo fai?”. Però, ci ho lavorato tanto! Ti giuro che è stata l’unica volta che ho fatto un disco e ci ho guadagnato! Perché ne ho venduti tantissimi! E questo perché allora non li faceva quasi nessuno. Sono stato supportato dai miei, dalle persone del mio paese, dagli amici. E la cosa bella è stata proprio l’esperienza della preparazione. Avevo 16 anni e per me andare in studio una giornata era l’equivalente di andare a fare un film con Tom Cruise per dire. Oggi ti fanno credere che puoi registrare qualsiasi cosa a casa, ma in realtà è come dire che se hai un cellulare sei un fotografo o che se hai una cucina hai un ristorante. Fare credere a tutti di poter essere qualsiasi cosa, non è sano. Fare credere a tutti che possono diventare qualsiasi cosa se si fanno il culo, quella è un’informazione necessaria! Oggi mi pare che farsi il culo sia diventata un po’ una roba da sfigati.
Isabel: Parlando di esperienze tu prima mi hai detto di essere cresciuto grazie ai Whitesnake. Tutti questi anni di musica cosa ti hanno portato a scoprire su di te, su Michele Luppi?
Michele Luppi: Tutto. Se c’è una cosa bella che ho imparato da Todd Rundgren, che è il mio idolo assoluto, è proprio quella di conoscersi attraverso la musica. Non accontentarsi e cercare tutto nella musica. Bisogna godersi tutto, suonare tutti gli strumenti. Io non suono la batteria ma con gli altri strumenti bene o male riesco ad arrangiarmi perché mi piace. Mi piace saperne, hai capito? Io non ho fatto il musicista per evitare di studiare. Io amo proprio quello che faccio! Non c’è un giorno che mi rompa i coglioni! E non è un’ossessione, è una cosa che mi alimenta. Mi ha permesso di scoprire come mi approccio alle persone, mi ha fatto smettere di essere timido… al punto che forse poi ho esagerato un po’ dall’altra parte! (ridiamo) Poi mi sono un po’ calmato. Ho scoperto che posso scegliere senza sentirmi in colpa, ho scoperto cose di me al netto di tutte quelle che sono state le influenze a cui sono stato sottoposto. Ci credo, ci credo tanto a quanto ha detto Rundgren sul conoscersi attraverso la musica.
Isabel: La musica ti ha sicuramente accompagnato in un percorso di consapevolezza sulle tue potenzialità e sul tuo carattere.
Michele Luppi: In realtà penso che il carattere si formi molto prima. O almeno per me è stato così! Se c’è un’esperienza che mi ha veramente aiutato a tirar fuori il carattere è stato un torneo di tennis quando avevo 12 anni. Ero spacciato e invece l’ho vinto! Vaffanculo! (ridiamo) Ho ancora quella coppa a casa e quando penso a quel giorno mi ricordo ancora il mio esatto stato d’animo. Era nato tutto da una forma di rabbia. Praticamente dopo la nostra partita, dovevamo fare la finale, avrebbero giocato i grandi (io avevo 12 anni, loro quasi 30). Io a quel punto ero già sotto un bel po’ e la partita era quasi finita. Ho visto quelli più grandi che cominciavano a scaldarsi e ho pensato: “Adesso vi mettete a sedere, perché la partita non è finita”. E tra l’altro c’erano mia madre e mia sorella ad assistere e si vergognavano anche un po’, ormai mi davano per vinto! E invece l’ho vinta io. Da quel momento quando sono nella merda e capita spesso per esempio di essere sul palco e dover fare una nota di un certo tipo e partire dicendoti: “Ma chi cazzo me lo fa fare di fare quella roba lì? Perché non faccio con meno?”. Ecco da quel momento in queste situazioni, per una sorta di automatismo, finisco a cambiare il mio pensiero in: “Eh no! Vaffanculo! Ora lo faccio!”. E’ quel tipo di istinto che non bada a spese.

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