Milano accoglie i Mono con uno di quei freddi taglienti che sembrano creati apposta per un concerto post-rock. Davanti al Legend Club, già un’ora prima dell’ingresso, si percepisce un’attesa silenziosa ma vibrante: il tipo di atmosfera che precede gli spettacoli in cui la musica, più che semplice intrattenimento, è un vero e proprio rito collettivo. Dentro, il locale è gremito senza essere soffocante. Si respira concentrazione, rispetto, una sorta di predisposizione emotiva al “non detto”, che la band giapponese maneggia come pochi.

NICOLAS VERONCASTEL

L’apertura è affidata a Nicolas Veroncastel. Dopo anni a stregare il globo con i LYS, il vocalist e compositore torna sugli spalti con il suo primo progetto solista.
Chitarra, qualche texture elettronica e una voce che dimentica la band principale, avvicinandosi di più al cantautorato. Il pubblico ascolta immobile, quasi ipnotizzato. Veroncastel non cerca il facile coinvolgimento, ma crea un ponte emotivo perfetto verso ciò che seguirà: un clima sospeso, fragile, pronto a essere frantumato dalla potenza dei Mono. Forse delle basi un po’ cheap, e alcuni pezzi che non rimangono del tutto, ma complessivamente una buona apertura.

MONO

Quando la band giapponese sale sul palco, senza proclami né introduzioni, si percepisce immediatamente un cambio d’aria. Non un applauso fragoroso, ma un’esplosione di attenzione. L’esibizione inizia con qualche problema tecnico, che per un istante sembra spezzare l’aura magica creatasi attorno alla band. Run On, dal nuovo Oath, apre uno scenario sonoro che non è certo vastissimo, facendo capire che sarà una serata “di mestiere”. Eppure, è certo che i Mono quel mestiere sono stati tra i primi a canonizzarlo. Le chitarre di Takaakira Goto e Hideki Suematsu si rincorrono e si stratificano, mentre il basso e la batteria creano un fondale che, pur senza brillare di particolare estro, risulta funzionale.

Mono live @ Legend club, Milano – 17/05/2023 ph. Giulia Di Nunno – foto d’archivio

Il pubblico rimane immobile, come se ogni movimento fosse un’interferenza. Si sentono soltanto il crescendo lento, quasi cinematografico, e il rumore dei pedali quando vengono innestati uno dopo l’altro. Il suono è potente ma mai confuso: ogni nota trova il proprio spazio, costruendo un pezzo di un paesaggio emotivo che alterna malinconia, catarsi e un senso di fragilità profondissima, come nei momenti tratti dal mirabile Hymn to the Immortal Wind. Cenere sulla neve, come da tradizione malinconica nipponica.

Per chi li scopre per la prima volta è un’esperienza unica. Per chi li conosce già da tempo, lontano dal primo stupore, sembra di sentire un compendio canonizzato del post-rock che gli stessi Mono hanno contribuito a definire. Forse non più magici come un tempo, ma sempre in grado di far provare qualcosa.
Non tutti i pezzi del nuovo album risultano convincenti per originalità, sperando a tratti di percepire qualche apertura alla Goodbye, Kings, ma è innegabile che la band nipponica sia riuscita nel suo intento: arrivare al suo pubblico con una prepotenza leggera.

Tra un brano e l’altro nessuna parola, se non qualche ringraziamento sussurrato. Ma non serve altro. La comunicazione è tutta nella musica e nell’energia che si propaga dalla band verso il pubblico, che ricambia con un silenzio totale durante i passaggi più delicati e con applausi lunghi, profondi, quasi reverenziali, al termine di ogni pezzo.


Setlist

  1. Run On
  2. We All Shine On
  3. Innocence
  4. Sorrow
  5. Pure as Snow (Trails of the Winter Snow)
  6. Hear the Wind Sing
  7. Ashes in the Snow
  8. Time Goes By

Encore

9. Recoil, Ignite

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