War is old, Art is Young, è la frase impressa sulla grancassa del batterista di Morrissey durante il suo concerto al Lucca Summer Festival 2025.

Un messaggio che diventa manifesto visivo e ideologico nel contesto di una serata dominata dalla consueta alternanza tra bellezza e disincanto, tra affetto e provocazione. Una presa di posizione simbolica ma coerente: se la guerra è un’idea vecchia, consumata, l’arte, soprattutto quella viva, imperfetta, urgente, resta l’unico linguaggio davvero giovane in grado di resistere al tempo, alle mode, ai conflitti.

L’ingresso in scena dell’artista è un piccolo rituale teatrale. Morrissey si presenta brandendo un mazzo di rametti fioriti, che agita nell’aria con gesti volutamente enfatici, quasi liturgici. Lo fa mentre partono le prime note di “Suedehead”, uno dei brani più amati della sua carriera solista. È un’immagine forte, che combina fragilità e teatralità, già perfettamente in linea con il tono della serata, come i fiori donati poco dopo da un fan tra le prime file, che rimarranno sul palco fino alla fine: presenza silenziosa e persistente di un affetto che non ha bisogno di parole.

Subito dopo arriva “How Soon Is Now?”, l’onda ipnotica degli Smiths che irrompe e trascina: il riff oscillante, il riverbero, la voce carica di quella malinconia esistenziale che ha fatto scuola. È uno dei vertici emotivi della serata e una di quelle canzoni che, a distanza di decenni, continua a raccontare lo smarrimento con una lucidità che pochi altri brani riescono a eguagliare.

Lo scenario è imponente ma essenziale. Sul palco campeggia un grande ledwall che accompagna ogni brano con immagini simboliche: volti e sguardi che raccontano una controcultura senza tempo. Scorrono Jack Kerouac, David Bowie, Pier Paolo Pasolini, Bruce Lee. Icone scelte con cura,

Intellettuali che hanno incarnato una visione critica della società e modi di vita alternativi. Morrissey, noto per la sua ammirazione verso la Beat Generation, si è più volte ispirato a Kerouac, in particolare alla sua scrittura sregolata e poetica e ha evocato personaggi come Ginsberg nei suoi testi.

David Bowie è stato una figura di riferimento nella giovinezza musicale di Morrissey, incarnando l’idea di trasformazione estetica e libertà espressiva. Negli anni, tra i due artisti si è creata una rivalità pubblica, ma anche un profondo legame emotivo: Bowie influenzò lo stile visivo e musicale di Morrissey e rimase un punto di paragone anche quando le relazioni personali si fecero più complesse, tant’è che durante la proiezione di una loro foto insieme, Morrisey manda un bacio in quella direzione, come simbolo di stima e di affetto nei confronti dell’artista. 

la scenografia di Morrissey al Lucca Summer Festival 2025 agisce come manifesto visivo del suo pensiero: l’arte come eredità di figure libere e dissidenti, la ribellione incarnata attraverso simboli culturali riconoscibili e l’idea che la bellezza sia un atto performativo e costante.

Si prosegue con “Speedway”, dove il tono si fa più incalzante, e con una serie di brani della produzione solista più recente, “All You Need Is Me”, “I Wish You Lonely”, “Sure Enough, the Telephone Rings”, che dimostrano come Morrissey, nonostante le polemiche e l’isolamento mediatico degli ultimi anni, non abbia smesso di scrivere con intensità, fino ad arrivare a  “Rebels Without Applause”, introdotta con una frase che gela e fa riflettere:

“I cantanti pop, o i cantanti rock, o le star, sono come il vostro gatto domestico: moriranno, e muoiono.”

Un memento mori lanciato con l’ironia tipica del personaggio. 

Il pubblico dimostra di apprezzare anche le novità, ma risponde con particolare calore a “You’re the One for Me, Fatty” e all’oscura eleganza di “Jack the Ripper”, un classico dei suoi live. Non mancano momenti più intimi come “Everyday Is Like Sunday”, canzone simbolo di quella tristezza quotidiana che diventa poesia grazie alla scrittura affilata e cinematografica di Morrissey.

Segue “I Know It’s Over”, uno dei brani più struggenti mai scritti sotto l’etichetta The Smiths. L’esecuzione è essenziale, rispettosa, sospesa. Ogni verso è scandito con precisione, ogni parola pesa. Dopo l’ultima nota, la band lascia il palco. Tornati in scena, in un momento inatteso di complicità, i musicisti si avvicinano al microfono centrale per ringraziare il pubblico. Un gesto raro in un concerto pop-rock, che rompe la distanza solitamente imposta tra band e pubblico. La chitarrista Carmen Vanderberg, visibilmente emozionata, prende la parola in italiano, ricordando con affetto gli anni vissuti a Lucca, ricevendo l’ovazione entusiasta e sincera del pubblico. Morrissey, sempre pronto a ribaltare il pathos con ironia, sanifica il microfono con uno spray disinfettante con un gesto teatrale, mai completamente serio, mai del tutto distante.

Il bis regala ancora due momenti iconici. In “Let Me Kiss You”, Morrissey si libera prima della camicia rimanendo a torso nudo, poi rientra con una camicia bianca che finisce, poco dopo, tra le mani di un fan in estasi. Conclude il tutto indossando una semplice t-shirt nera, sobria, con la quale porta a termine il set con “First of the Gang to Die”, brano energico, corale, che chiude la serata in un misto di festa e consapevolezza. Non c’è catarsi, ma nemmeno rassegnazione, solo un ultimo aforisma, sospeso tra cinismo e tenerezza, prima di lasciare il palco all’improvviso, in pieno stile Moz:

“Rimango grato, e dico: siate sciocchi, siate felici.”

Steven Patrick Morrissey, classe 1959, è un artista che da oltre quarant’anni divide e affascina. Voce e penna degli Smiths, band fondamentale degli anni ’80, ha poi intrapreso una lunga carriera solista costellata di successi e controversie. Intellettuale autodidatta, autore lirico, spesso polemico, Morrissey è un personaggio che non si lascia mai addomesticare. Ha saputo attraversare il tempo conservando uno stile personalissimo, fatto di riferimenti letterari, provocazioni politiche e una scrittura che unisce malinconia e disincanto con una precisione chirurgica. La sua voce, quel baritono inconfondibile, resta oggi uno degli strumenti più riconoscibili della musica britannica.

A Lucca non ha concesso nulla alla nostalgia sterile. Ha portato sé stesso, nel bene e nel male. Con i suoi silenzi e le sue invettive implicite. Con i suoi versi che sembrano scritti per un’umanità che ancora non ha imparato a salvarsi. E con quella frase, muta ma potente, rimasta lì sulla grancassa a fine serata: War is old, Art is Young.

 

Testo di Lucilla Sicignano

 

Setlist:

  1. Suedehead
  2. How Soon Is Now?
  3. Speedway
  4. All You Need Is Me
  5. One Day Goodbye Will Be Farewell
  6. You’re the One for Me, Fatty
  7. I Wish You Lonely
  8. Rebels Without Applause
  9. Istanbul
  10. Sure Enough, the Telephone Rings
  11. Shoplifters of the World Unite
  12. The Loop
  13. Everyday Is Like Sunday
  14. I Know It’s Over
  15. All the Lazy Dykes
  16. Jack the Ripper
  17. I Will See You in Far-Off Places
Encore:
  1. Let Me Kiss You
  2. First of the Gang to Die

Si ringrazia D’Alessandro e Galli e Lucca Summer Festival

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