Napalm Death allo Slaughter Club: Cronaca di una bomba annunciata!

Diciamo subito che nelle premesse, la serata andata in scena ieri 10 febbraio 2026 allo Slaughter Club di Paderno Dugnano si preannunciava tra le più deflagranti della stagione. Gli amanti delle sonorità estreme (e non solo), attesa la presenza dei padrini del grindcore, l’avevano da tempo appuntata tra gli eventi imperdibili ed, ebbene, come vedremo l’intera platea è stata ampiamente ripagata.

Un bill variegato, divertente e coerente ha accontentato tutti i gusti sancendo l’unione tra le nuove leve e le vecchie glorie. Lo specchio di quest’ultima asserzione era palese nelle diverse età del pubblico presente, dai vecchi metallari fino a qualche giovane adolescente, accampato in transenna accompagnato da quel che si può definire un diligente padre di famiglia!

Il contesto e l’organizzazione

Quattro band, iniziando dalle nuove leve dei Dopelord per poi inanellare un trittico di veterani, accomunati dal fatto di aver nel cantante l’unico membro originario.

Ricco e interessante il banco del merch, anche se i prezzi medi oramai non sono più alla portata di tutte le tasche ma, ricordiamo sempre che ciò non è dovuto a mera colpa delle band ma da fattori estrinsechi (aumenti dei costi in generale, calo della vendita delle copie fisiche ecc.).

Organizzazione impeccabile, soprattutto nel rispetto degli orari, da parte di una venue ultra collaudata per i concerti dal vivo. Tra i miglioramenti, notiamo da diverso tempo quello della cucina ove hanno optato per la formula “meno ma meglio”. Ad oggi, ogni singolo hamburger provato ci ha soddisfatto e rileviamo persino una maggior celerità nella gestione del beveraggio, con un approccio “alla tedesca” ovvero preparando in anticipo le birre più gettonate, bravi!

Ma passiamo alla musica.


DOPELORD

I Dopelord sono un giovane quartetto stoner/doom polacco che non è arduo ritrovare in giro presso serate/eventi a tema in tutta Europa. Un nome, pertanto, ben conosciuto agli amanti del genere che anche oggi ha offerto una performance più che soddisfacente.

Scenografia d’impatto, coi reggimicrofoni adorni da teschi e stuolo di birre Heineken sul palco, presentano una scaletta coincisa ma efficace: si apre con “The Chosen One” tratta dall’ultima fatica in studio “Songs For Satan” (disco molto ben accolto dalla critica ndr), per poi passare a “Hail Satan”, entrambe incentrate su mid tempo tipici del doom.

Saggiamente col terzo brano “Headless Decapitator” si preme sull’acceleratore si da conferire varietà a un muro sonoro già sufficientemente sulfureo. Notiamo ben due membri, chitarra e batteria, con indosso una maglia dei Saint Vitus e un adesivo sul basso che recita “Dreams Die Peaveys Don’t”.

Certo, va detto, il quartetto non inventa nulla di nuovo, d’altronde l’originalità non è strettamente necessaria in tali contesti e sono soprattutto gli Electric Wizard a emergere quale influenza principale nel brano di chiusura “Doom Bastards”, ciò nonostante quel che fanno lo fanno bene, con convinzione e perspicacia non a caso, come detto in premessa, sono frequenti ospiti dei principali palchi e festival europei.

Ultima curiosità, a inizio concerto notiamo in transenna il chitarrista dei Varukers a godersi parte dell’esibizione nonché, sottopalco sulla sinistra, pure Tony Portaro, che ne filma vari spezzoni dopodiché non si sottrae a qualche foto e autografo. Ottimo inizio.


VARUKERS

Si cambia generazione e stile musicale. Per “anzianità di servizio”, i Varukers vanno annoverati tra i veterani della scena punk britannica. Destinatari di un documentario nel 2022 sono noti, tra l’altro, per l’utilizzo del D-Beat, un particolare incedere di batteria derivato dai Discharge. Una band che ha cambiato una moltitudine di collaboratori ma il cui epicentro era e resta l’irriducibile Anthony “Rat” Martin, 61 anni di furore e attitudine.

Notiamo sullo sfondo il banner dell’ultimo album “Damned and Defiant” da cui saranno tratti tre brani della setlist, “Allegiance to None”, “Bullets Bombs and Bodies” e “Damned and Defiant”. Per il resto c’è poco da aggiungere, si tratta di punk old school, durata dei pezzi medio-bassa, testi furibondi e fortemente politicizzati, incentrati in particolare sull’anarchismo.

Quel che fa la differenza è un leader carismatico della caratura di “Rat”, capace di coinvolgere il pubblico che difatti, non tarda a scatenarsi nel pogo. Per gli amanti di Discharge (band ove non a caso Rat ha militato tra il 2003 e il 2014) ed Exploited, principali influenze stilistiche del gruppo, si è trattata di una vera a propria manna dal cielo, soprattutto per chi fa fatica a inquadrare certi gruppi, ben più blasonati, nel panorama punk, formazioni che sul palco gridano alla ribellione ma poi risultano al soldo delle multinazionali.

I Varukers sono il “real deal”, punto, lunga vita a band come loro.

Setlist Varukers

  • How Do You Sleep?

  • Led to the Slaughter

  • Die for Your Government

  • Murder

  • Tortured by Their Lies

  • Nothings Changed

  • Massacred Millions

  • Deadly Games

  • Allegiance to None

  • Damned and Defiant

  • Persistant Resistance

  • All Systems Fail

  • Bullets Bombs and Bodies

  • Endless Destruction Line

  • I Don’t Wanna Be a Victim

  • Protest to Survive


WHIPLASH

Altro nome storico, seppur di diverso avviso sonoro, i Whiplash sono uno di quei gruppi che rammarica non abbiamo ottenuto il giusto riconoscimento internazionale. Vere e proprie pietre miliari dello speed/thrash, con un album di debutto del calibro di “Power and Pain”, da sempre considerato tra i classici del genere.

Come detto in premessa, l’unico superstite dei gloriosi albori è Tony Portaro, fondatore dei Whiplash nel lontano 1984. Attualmente al basso abbiamo il giovane talentuoso Will Winton, a suo perfetto agio nella band e sul palco, musicista di pregio che suona lo strumento con le dita.

Fin dall’apertura, i volumi risultano sensibilmente più alti, persino troppo ma fortunatamente quasi subito vengono livellati. Scenografia più “gonfia” rispetto agli act precedenti, con flag laterali del nuovissimo album “Thrashquake”, di prossima uscita, e il logo gigante nello sfondo.

Ma quel che conta è che mr. Portaro è ancora vocalmente in gran forma! Vista la veneranda età (65 primavere) e che la maggior parte delle linee vocali è in scream ciò non era affatto scontato. Buona parte dei brani in scaletta sono tratti dall’essenziale debutto sopra ricordato, così come la chiusura, affidata alla classicissima “Power Thrashing Death”, uno dei riff scolpiti nelle orecchie di ogni thrasher che si rispetti!

Tony ringrazia tutti valorizzando il fatto che oggi si è potuto ascoltare di tutto, dal doom al punk al grindcore al thrash.… e noi ci accodiamo a tale considerazione facendo un plauso all’organizzatore.

Insomma, un proseguo di serata altamente apprezzabile che ci prepara al gran finale.


NAPALM DEATH

Pochi preamboli, i Napalm Death rappresentano la summa e l’inizio di una nuova era per il metal estremo. All’uscita di “Scum” molti li considerarono degli innovatori, altri al pari del titolo del disco: spazzatura. Quel che è certo, è che l’impatto sulla musica estrema tutta da allora cambiò radicalmente.

Ebbene, quando inizi con “Instinct of Survival”, la canzone che ha dato inizio a tutto, probabilmente vuoi dare un chiaro segnale: noi abbiamo inventato il grindcore e non dimentichiamo le origini! Un inizio old style quindi che mostra un Mark “Barney” Greenway in ottima forma. Un Greenway sul pezzo, che ruggisce e va avanti e indietro sul palco tirandosi i capelli nella sua posa più classica, sorretto alle pelli dall’oramai fidato Danny Herrera e John Cooke alla chitarra.

Purtroppo è assente il bassista Shane Embury, e non è una carenza di poco conto. Oltre ad essere un membro storico, è un musicista dal carisma unico che il giovane sostituto di turno, seppur validissimo tecnicamente, non riesce a ripetere.

Nonostante l’assenza di Shane, i quattro portano avanti la performance con la consueta intensità e fervore. Niente fronzoli, si va diritto al sodo. Non mancano brani storici come “You Suffer” e un altro reprise degli albori del calibro di “Scum”. Una setlist chiaramente propensa alla primissima produzione, meramente grind, ed all’ultimo “Throes of Joy in the Jaws of Defeatism”.

I Napalm Death appartengono al patrimonio Unesco della musica estrema ed hanno dato ennesima riprova di chi siede in alto alla catena della musica estrema!

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