È una serata di luglio dal clima elettrico e impaziente, quella che accoglie il ritorno dei Queens of the Stone Age in Italia, questa volta al Pistoia Blues, uno dei festival più longevi del nostro Paese. La data del 15 luglio si inserisce perfettamente nel percorso che il festival ha intrapreso da tempo, aprendosi con coerenza a sonorità rock, alternative e di confine pur mantenendo un’identità ben definita.

The Amazons, giovane formazione britannica che negli ultimi anni si è guadagnata uno spazio sempre più stabile nei cartelloni europei, aprono la serata. Il loro set è essenziale, diretto e funzionale al contesto: rock contemporaneo, senza fronzoli con un’attitudine live ben collaudata. Un inzio all’altezza, che ha raccolto un plauso concreto da parte del pubblico, che era già ben numeroso prima del calare del sole.
Con la luce che si spegne dietro il campanile di San Zeno, entrano in scena i Queens of the Stone Age. Josh Homme si presenta, come consuetudine, senza introduzioni teatrali. L’attacco è affidato a “Little Sister”, brano, che nonostante i quasi vent’anni dalla pubblicazione conserva tutta la sua efficacia da apertura: riff secco, ritmica compatta, basso incisivo. La band è subito centrata, visibilmente a proprio agio.

Segue “In My Head”, che cambia leggermente tono, giocando su una linea melodica più marcata. L’approccio dal vivo resta asciutto, con pochi orpelli: il sound viene lasciato respirare grazie a un mix ben bilanciato che restituisce ogni strato sonoro con precisione. La band si muove compatta, senza cercare l’interazione continua ma lasciando che sia la musica a dettare i tempi.
“Smooth Sailing” aggiunge una nota funky e sinuosa e sinuose diventano le movenze di Josh che sulle note del brano improvvisa le sue iconiche “movenze”.“My God Is the Sun”, invece, con il suo incipit martellante, trasporta la narrazione verso territori più abrasivi. La band si concede poco alle pause tra un pezzo e l’altro, puntando ad una progressione coerente, ma mai ridondante. È qui che si nota il mestiere accumulato da Homme e soci in decenni di attività: ogni canzone viene proposta senza deviazioni, ma con la consapevolezza del suo peso specifico all’interno della scaletta.
Le nuove produzioni non vengono trascurate: “Negative Space” e “Time & Place”, entrambe tratte dall’ultimo disco In Times New Roman…, mostrano un volto più spigoloso e crudo della band. Dal vivo, i brani acquistano maggiore impatto, grazie anche a un lavoro ritmico serrato, come ricordavano certe recensioni d’oltreoceano — Pitchfork, in occasione del release tour americano, aveva parlato di
“una band che riesce ancora a suonare pericolosa senza sembrare nostalgica”
e il commento trova conferma anche qui.
Tra le due nuove tracce, si inserisce “If I Had a Tail”, uno dei brani simbolo del decennio scorso, eseguito con il consueto gusto per l’ambiguità stilistica: una cavalcata psichedelica mascherata da rock anthem, costruita su un impianto armonico semplice ma efficace.
Nel cuore del concerto trovano spazio “Paper Machete” e “I Sat by the Ocean”, quest’ultima tra le più cantate dalla piazza. Homme lascia emergere la componente più sensuale e malinconica della sua scrittura, accompagnato da un lavoro di chitarre mai invasivo, ma sempre esatto.
“Suture Up Your Future”, ripescaggio apprezzato da Era Vulgaris, apre una parentesi più cupa e controllata, subito interrotta dall’incedere carnale di “Misfit Love” eseguita con una dinamica crescente che culmina in un finale quasi trance. A contrasto, “Make It Wit Chu” spezza il ritmo con toni rilassati e una vibrazione più intimista, pur mantenendo intatto lo spirito desertico delle Desert Sessions da cui proviene.
“Carnavoyeur”, uno dei pezzi più peculiari dell’ultimo album, si inserisce con naturalezza nella scaletta, preparando il terreno per una parte finale decisamente più muscolare. “Monsters in the Parasol” e “Sick, Sick, Sick” alzano il volume e la tensione, mentre “You Think I Ain’t Worth a Dollar, but I Feel Like a Millionaire” accende definitivamente la folla, grazie a un’esecuzione che mantiene l’urgenza e la spinta dell’originale del 2002.
“The Lost Art of Keeping a Secret” si conferma ancora una volta uno dei momenti più riusciti, con il pubblico che segue ogni parola. La doppietta finale “Go With the Flow” e “No One Knows” è inevitabile e giusta: due brani che da soli valgono intere carriere, e che i QOTSA riescono ancora a proporre senza routine. La conclusione con “A Song for the Dead” è brutale e teatrale allo stesso tempo: lunga, intensa, costruita su un crescendo di stacchi e ripartenze che fanno esplodere il lato più sperimentale del gruppo.
Il palco è semplice, essenziale, giocato su pochi elementi scenografici affidati al solo impianto luci, classico ma funzionale. In un contesto urbano come quello di Piazza del Duomo, l’architettura circostante fa il resto, amplificando la fisicità del suono in una cornice che non ha bisogno di sovrastrutture.

Josh Homme e compagni non hanno più bisogno di dimostrare nulla — ribadiscono con coerenza e forza la loro centralità nel rock contemporaneo.
Non è più tempo di rivoluzioni, ma di conferme. E Pistoia ha avuto la sua.
Testo di Lucilla Sicignano
Setlist
- Little Sister
- In My Head
- Smooth Sailing
- My God Is the Sun
- Negative Space
- If I Had a Tail
- Paper Machete
- Time & Place
- I Sat by the Ocean
- Suture Up Your Future
- Misfit Love
- Make It Wit Chu
- Carnavoyeur
- Monsters in the Parasol
- Sick, Sick, Sick
- You Think I Ain’t Worth a Dollar, but I Feel Like a Millionaire
- The Lost Art of Keeping a Secret
- Go With the Flow
- No One Knows
- A Song for the Dead
Si ringrazia davverocomunicazione e Pistoia Blues

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