Freddo pungente quello che circonda l’Alcatraz di Milano nella notte di mercoledì 21 gennaio. Fin da lontano si può scorgere una lunga fila formatasi intorno al locale meneghino: le temperature non riescono ad intaccare minimamente lo spirito generale. I primissimi sono arrivati durante la mattinata per assicurarsi un posto in transenna. I volti dei capi fila, che inizialmente appaiono stanchi, si risvegliano dal torpore non appena le porte dell’Alcatraz si spalancano; la fatica della giornata lascia spazio all’entusiasmo: arrivano gli Slaughter to Prevail!

Ad aprire le danze sono due band d’eccellenza: Suicide Silence e Dying Fetus.


SUICIDE SILENCE

Alle ore 19:30 salgono sul palco dell’Alcatraz i Suicide Silence, band statunitense formatasi a Riverside nel 2002. I Suicide Silence sono tra le realtà più rappresentative del genere deathcore, imponendosi rapidamente nella scena metal estrema grazie a un sound violento e compatto, caratterizzato da breakdown massicci e riff serrati, diventando un punto di riferimento per il genere nei primi anni Duemila.

La band è composta da Hernan “Eddie” Hermida alla voce, Chris Garza alla chitarra (fondatore, attualmente in pausa dalle performance live), Mark Heylmun alla chitarra, Dan Kenny al basso ed Ernie Iniguez alla batteria.

Hermida entra nella band dopo la scomparsa, nel 2012, del precedente frontman, ovvero Mitch Lucker, figura centrale a cui si deve l’ascesa della band. Dopo la sua morte, i Suicide Silence hanno deciso di proseguire il percorso musicale, attraversando una dura fase di ridefinizione della propria identità, pur mantenendo un legame forte con l’eredità lasciata da Lucker.

La band californiana, seppur calcando il palco per 30 minuti, riesce a portare a casa un’esibizione energica e ben eseguita. Eddie Hermida si prende un momento per godersi il suo pubblico, regalando alcune affermazioni tra malinconia e gratitudine:
“Siamo già venuti in Italia come headliner, esibendoci su palchi più piccoli; questa volta siamo lieti di accompagnare gli Slaughter to Prevail in un club con così tanta gente”.

Il pubblico si infiamma, accompagnando con la voce l’intero concerto dei Suicide Silence, mostrando una vicinanza e un rispetto che rimangono particolarmente impressi, dimostrando che, nonostante i cambiamenti e le avversità, una band, se è valida, resta tale.


DYING FETUS

Alle 20:15 arrivano i Dying Fetus. Nati nel 1991 a Upper Marlboro, Maryland, la band statunitense si fa portavoce di un death metal tecnico e brutale. Nel corso di oltre trent’anni di carriera hanno definito il proprio suono con blast beat devastanti e doppi vocalizzi gutturali, guadagnandosi un posto di rilievo nella scena grazie a dischi come Purification Through Violence, Destroy the Opposition e Wrong One to Fuck With.

La band si differenzia per un suono notevolmente pulito e preciso nella sua imprecisione. Nessuna base viene utilizzata, permettendo all’audience di percepire il suono nella sua interezza, senza fronzoli o sovrapposizioni di strumenti registrati, che a volte danno un tocco in più ma altre volte impoveriscono le esibizioni live.

I Dying Fetus rappresentano l’elemento di contrasto della serata, riuscendo a spezzare il filone che unisce Suicide Silence e Slaughter to Prevail: una bella nota di contrasto. Loro, come i Suicide Silence, non si risparmiano, regalando un’esibizione elegante, forgiata grazie a una precisione tecnica che li contraddistingue. Dal vivo i Dying Fetus trasformano ogni brano in un’esperienza immersiva, con interazioni serrate tra chitarre, basso e batteria che portano il pubblico in un’estasi collettiva.


SLAUGHTER TO PREVAIL

I momenti immediatamente precedenti l’arrivo degli Slaughter to Prevail vedono il pubblico rimanere in ammirazione mentre sul palco dell’Alcatraz si materializza un enorme Grizzly, con artigli affilati e occhi infuocati. Elemento più adatto non poteva essere scelto come cornice per il concerto della band russa, evocando il nome dell’ultimo lavoro in studio del gruppo, Grizzly.

Le luci si spengono alle 21:20, un boato invade il club, solo gli occhi del Grizzly si vedono nel buio… arrivano gli Slaughter to Prevail.

La band russa, nata nel 2014 a Yekaterinburg, Russia, e attualmente stabilita a Orlando, Florida, porta un tornado con sé. Il devotissimo pubblico della band li accoglie con uno scrosciante applauso, mentre Alex Terrible, leader del gruppo, parte con i suoi vocalizzi gutturali, celati dietro la maschera ormai non più solo elemento estetico, ma vero e proprio tratto identificativo. Il design della maschera racchiude l’essenza delle produzioni oscure e controverse della band; lo stesso Alex ne è il principale disegnatore, utilizzandola come scudo tra l’Alex persona e l’Alex personaggio.

La band si destreggia tra brani di lavori precedenti come le iconiche Baba Yaga e Demolisher, riagganciandosi a pezzi del nuovo album come Banditos e Russian Grizzly in America. Nella sua compostezza, il gruppo regala un’esibizione decisamente muscolare: non servono grandi acrobazie perché il progetto Slaughter to Prevail funzioni, funziona e basta.

Il pubblico si lancia in circle pit sfrenati e crowd surfing stravaganti. Non ci si poteva aspettare niente di diverso da un concerto degli Slaughter to Prevail: un delirio contenuto, mai fuori luogo, mai eccessivamente sopra le righe. La band è grata all’audience per il caloroso riscontro, mostrando un Alex Terrible (che di terribile ha solo il nome) genuinamente riconoscente verso il suo pubblico.

immagine di archivio

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