Tornano in Italia dopo ben 3 anni dall’ultima apparizione al Sonic Park di Bologna i leggendari Slipknot. La nota formazione dell’Iowa non ha certo bisogno di presentazioni, reduce da ormai 23 anni di attività e fresca dell’annuncio di pochi giorni prima del loro settimo album dal titolo “The End, So Far”, con la presentazione di artwork, tracklist e del nuovo singolo “The Dying Song (Time To Sing)”. La location scelta per la data italiana è il bellissimo Castello Scaligero di Villafranca di Verona, ormai nota sede del festival Rock The Castle che si svolge a Giugno.

Tutto sembra perfetto al nostro arrivo al castello verso le 18:00 (1 ora prima dell’apertura dei cancelli), eccezion fatta per alcune nuvole minacciose che per fortuna non invaderanno il sito con fulmini e piogge per l’intera serata, scagliando un vero diluvio soltanto mezz’ora dopo la fine del concerto, bilanciando in qualche modo la gran sfortuna di quanto accaduto al concerto degli Iron Maiden di un mese fa a Bologna…

C’è tanto entusiasmo e già molta gente ad aspettare l’apertura delle porte fin dalle 18:00. Arrivano le 19:00 e si è già creata una lunga coda di gente che costeggia due lati interi del quadrilatero di mura del castello… ed inspiegabilmente, nessuna apertura dei cancelli. Si vedono sono alcune persone passare i controlli di sicurezza (probabilmente possessori del biglietto Early Entry, che doveva però avvenire teoricamente prima dell’apertura ufficiale delle porte) ma nessuno si muove, e questo per un intera altra ora! La prima band di serata (Vended) avrebbe dovuto iniziare a suonare alle 19:30… nessuna esibizione e nessun movimento… senza nessun tipo di spiegazione. Questo crea ovviamente malumore tra il pubblico che è rimasto ore ad aspettare senza nessun tipo di informazione. Alle 20:00 i cancelli finalmente aprono e la prima band Vended inizia a suonare pochi minuti dopo… com’è possibile!? La band si è quindi praticamente esibita di fronte ad un parterre vuoto in quanto i cancelli erano appena stati aperti… noi siamo qua dalle 18:00 e praticamente riusciamo ad entrare alle 20:30 per vedere appena l’ultimo pezzo dei Vended… in un castello ancora semi vuoto… zigzag di transenne esagerati ed estremamente stretti, appena 3 persone al controllo zaini, un solo metal detector in funzione e una sola persona a verificare ogni singolo biglietto per vedere chi avesse il biglietto pit da attribuire il braccialetto creano una lentezza estrema nei controlli di sicurezza che impediscono al lunghissimo flusso di gente di avanzare regolarmente… organizzazione decisamente pessima e non all’altezza di un evento del genere.

Una volta entrati possiamo finalmente ammirare la bellezza di questa location così come un prato di un verde incredibile, con stand di merchandising, birra e street food alle estremità del parco interno. Come anticipato, siamo riusciti quindi purtroppo a vedere un solo pezzo dei Vended, band composta da Griffin Parker Taylor al canto e Simon Crahan alla batteria, nonché rispettivamente figli del leader degli Slipknot Corey Taylor e del percussionista Shawn “Clown” Crahan. Oltre a loro, troviamo i chitarristi Connor Grodzicki e Cole Espeland, così come il bassista Jeremiah Pugh. Da quell’unico pezzo che abbiamo potuto vedere il loro genere è sembrato un heavy metal tendente al nu metal con elementi di alternative, decisamente molto simile allo stile degli Slipknot senza l’aspetto visivo dei costumi e dele maschere. Griffin ha decisamente il carisma e l’atteggiamento sul palco del padre, così come una tonalità vocale molto simile. Si è notata una gran voglia di fare e un adrenalina a mille, proprio quello che ci si aspetta da ragazzi che non sono neanche ventenni. Sicuramente molto interessanti, il che ci fa disperare ancor di più della pessima gestione dei controlli di sicurezza, perché perdere la prima band di giornata quando ci si è presentati 1 ora prima dell’aperura dei cancelli non è normale… speriamo di poter avere altre occasioni per vedere un loro concerto in full set.

Tocca quindi ai mitici Jinjer. Penso che potrei vedere 100 concerti dei Jinjer e rimarrò sempre impressionato dalla capacita vocale di Tatiana Shmayluk. Non è umano quello che riesce a fare… il suo passaggio dai clean agli harsh vocals è sempre eseguito con una naturalezza disarmante, come se fosse un modo comune di cantare. Tra l’altro, quello che va anche detto e sottolineato, è la qualità degli harsh vocals che riesce a sfoderare Tatiana… un growl estremamente potente e preciso con tonalità basse da far venire la pelle d’oca. Sono già al quinto concerto dei Jinjer e posso dire che non ne avrò mai abbastanza.

Va soprattutto evidenziato come Tatiana abbia fin da subito ringraziato l’Italia per gli aiuti umanitari che sono stati inviati in Ucraina in questo periodo tragico per il loro paese… ricordiamo infatti che i Jinjer sono stati nominati come ambasciatori dell’Ucraina dal Ministero della Cultura e che hanno quindi avuto il permesso di viaggiare per raccogliere fondi e diffondere consapevolezza sulla guerra che sta infuriando in quella che è la loro casa. E’ infatti estremamente toccante sentire il loro pezzo “Home Back” pensando a quanto il testo sia rappresentativo di quello che il popolo Ucraino sta vivendo in questo momento… il testo era infatti stato scritto per evocare le allora già presenti tensioni presenti nella loro città natale Dontetsk, dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014… tensioni che negli anni hanno quindi poi portato alla situazione tragica attuale con un testo come “Home Back” che prende un valore più che mai significativo… un set pieno di energia, rabbia e emozione ci lascia letteralmente a bocca a aperta, con Roman Ibramkhaliov e Eugene Abdukhanov (rispettivamente chitarra e batteria) a eseguire con precisione maniacale il loro folgorante grove metal condito con elementi di djent in modo strabiliante, il tutto meticolosamente dettato dal metronomo impeccabile Vladislav Ulasevich alla batteria. I pezzi sono principalmente tratti dai loro due ultimi album capolavoro “Macro” e “Wallflowers” ad eccezione di un paio di tracce tratte dal loro EP “Micro” ed ovviamente l’immancabile “Pisces” da “King of Everything”. 40 minuti volati che avremmo voluto durassero molto di più!

Giunge il momento dei tanto attesi Slipknot. Vorrei iniziare il loro live report con un commento che penso possa essere davvero significativo: non sono mai stato un grandissimo fan degli Slipknot… fino a stasera!

Che concerto monumentale! Li avevo già visti due volte in passato e già la seconda volta che li vidi nel 2019 a Bologna mi ero un po’ ricreduto… ma stasera la loro performance è davvero stata da manuale! Un palco bellissimo pieno di schermi LED distribuiti su vari piani dietro al palco nonché sopra lo stage e addirittura sulle percussioni stesse di Shawn Crahan e Michael Pfaff in posizione sopraelevate sui lati del palco fanno da cornice ad un performance devastante! Un suono impeccabile, una coreografia di 9 musicisti che non stanno praticamente mai fermi interagendo moltissimo tra oro e che sfoggiano le nuovissime maschere dando vita ad un esperienza musicale memorabile. Corey Taylor è più in forma che mai, la sua voce impressionante e un carisma ineguagliabile lo rendono uno dei frontman più sensazionali dell’intero panorama metal.

Si rivolge al pubblico chiamandoci “mia famiglia” e ringraziando almeno 10 volte in serata per essere li stasera e per il supporto che il pubblico ha sempre dato alla sua band, sottolineando come che sia da 23 anni o 23 minuti di questo concerto che seguiamo gli Slipknot, non faccia differenza, che facciamo tutti parti della stessa famiglia. Parole al miele che fanno quasi strano sentite da un frontman di una band che suona un metal estremo… non c’è niente di più bello! La scaletta è un trionfo di tutti i loro maggiori successi (vedi qui scaletta e video) con Corey che ogni 3 o 4 pezzi si presenta sul palco in solitaria accompagnato da basi in sottofondo macabre per interagire con il pubblico. Davvero ben studiato il passaggio da “Duality” a “Custer” fino a “Spit It Out”, con Corey che interrompe quasi bruscamente la parte finale di ogni pezzo per chiedere al pubblico se vuole ancora un brano per poi riprendere subito il pezzo successivo… davvero d’effetto! La figura spettrale di Sid Wilson che si aggira sul palco tra un pezzo e l’altro tenendo in mano la sua vecchia maschera è davvero efficace, così come il basso a LED di Alex Venturella e le maschere terrificanti di Jim Root e Mick Thomson. Un vero spettacolo a 360 gradi che non può che essere entusiasmante per qualsiasi metallaro, sia dal punto di vista musicale che scenografico.

Gli Slipknot chiudono il loro trionfale set su “Surfacing” promettendo che saranno di ritorno. Sono estremamente contento di essere stato completamente smentito sul mio parere iniziale di questa band, lasciandomi letteralmente a bocca aperta e impressionato per il professionalismo, la capacità tecnica e l’attitudine esemplare sul palco. Sono sicuramente diventato da stasera un fan degli Slipknot e non vedo l’ora di rivederli dal vivo il prima possibile.

Guarda qui la Gallery a cura di Massimo Plessi

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