Kscope – Febbraio 2015

Come molti sanno, le aspettative da parte di tutto il mondo musicale nei confronti di quest’ultimo capolavoro progressive di Steven erano molto alte, ecco perchè ritengo siano state soddisfatte in pieno:

Trovare le parole per descrivere lavori come questi, concepiti da artisti del calibro di Steven Wilson (polistrumentista, cantante, arrangiatore, compositore e produttore), non è mai semplice, facciamo quindi un po di chiarezza sulla sua figura e le sue esperienze più significative per avere una maggiore comprensione.

Steven è in attività da 28 anni, ovvero quando videro luce i primi progetti dei Porcupine Tree e i No-Man, due band che lo accompagnano nella sua carriera musicale ancora oggi, nonostante le pause prese negli ultimi anni e tutt’ora vigenti, band che sono state fondamentali per il suo percorso artistico, riuscendo a procurargli fama, esperienze, stimoli, e tutto ciò che lo ha reso ciò che rappresenta oggi, anche e soprattutto con i suoi lavori da solista. Ha inoltre collaborato con diversi artisti come: Aviv Geffen, Tony Levin, Jordan Rudess, OSI, Marillion, Dream Theater, Yoko Ono, Opeth, Robert Fripp e molti altri, oltre ad aver prodotto e missato album di: Opeth, Anathema, Jethro Tull e Ian Anderson.

Detto ciò, arriviamo al soggetto in questione, Hand, Cannot, Erase, rilasciato a Febbraio per la Kscope (indie label), in cui Steve abbandona il classic progressive rock della vecchia scuola che ha caratterizzato maggiormente i suoi dischi precedenti come Insurgentes e The Raven that refused to sing, addentrandosi invece in un innegabile rinascita del progressive, condizionata da una sperimentazione molto significativa.

steven wilson 01

Questo il suo primo vero concept album, liberamente ispirato a Joyce Carol Vincent, una donna londinese trovata morta nel suo appartamento, ma solo dopo tre anni, ed invece di essere la vecchia signora morta sola, come chiunque si sia aspettato, era invece una giovane donna attraente con amici e familiari. Wilson prese quindi le idee per i testi basandosi su questa sconcertante storia, raccontando il tutto dalla prospettiva della donna, parlando in prima persona, riguardo le sensazioni di una donna cresciuta tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, in cui inizia lentamente a ritirarsi dal mondo, rendendosi sempre più invisibile.

I testi sono sicuramente tra i migliori mai scritti da egli, catturando con veridicità sorprendente l’esperienza femminile, affermando la sua sensibilità ed emotività e conservando il solito sobrio approccio al canto, risultante comunque più magistrale del solito, caratterizzato da piccoli dettagli fondamentali per fare la differenza, che essi siano il minimo vibrato, un pizzico di grinta o un breve spicco in falsetto.

steven wilson 02

Sarà l’aver esplorato nuovi territori strumentali, o sarà l’esser condizionato e ispirati da compagni di altissimo livello (quali Marco Minneman alla batteria, Guthrie Govan alle chitarre, Nick Beggs al basso ed Adam Holzman al piano, celeste ed organo Hammond, oltre che la comparsa di un’ orchestra), seppur senza nulla togliere ai suoi altri colleghi come quindi Porcupine Tree, No-Man, o Bass Communion, è innegabile il particolar approccio ed il fantastico risultato ottenuto tecnicamente ed armonicamente da Steven sullo strumento, quanto con la sua voce, ergo, anche senza molte riflessioni, penso come non lo è mai stato prima.

Tutto sommato quindi risulta un territorio musicale davvero considerevole, oltre a rispecchiare in pieno l’essenza attuale di Steven Wilson, se non altro questo è un album progressive anche e soprattutto nel senso dizionario della parola, un album che rappresenta la progressione musicale per Wilson, palpabile in quel percorso di 65 minuti in cui ti porta il suo ascolto.

stevenwilsonhq.com

 

Tracklist:
1. First regret
2. 3 Years Older
3. Hand Cannot Erase
4. Perfect Life
5. Routine
6. Home Invasion
7. Regret #9
8. Transience
9. Ancestral
10. Happy Returns
11. Ascendant here on

 

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