
La vostra musica ha sempre bilanciato chaos e precisione in un modo in cui poche band riescono a fare. Con “I Don’t Wanna See You in Heaven” come siete riusciti a oltrepassare i confini di quella caratteristica imprevedibilità dei Daoboys mantenendo comunque un nucleo emotivo coerente?
Penso che finché la musica e sincera e arriva da un posto autentico, non importa quanto sia “imprevedibile”. Le persone capiscono quando qualcosa è autentico e non è stato creato solo per il gusto di esistere. Quando è completamente intenzionale dall’inizio alla fine e proviene dal profondo del nostro essere.
Quando vi siete esibiti in Italia all’inizio del 2024, molti fan hanno descritto il vostro spettacolo come “catartico” e “teatrale”. Quanto è importante quel senso di spettacolo e di liberazione emotiva per l’identità dei The Callous Daoboys – e come volete che il pubblico italiano lo viva nel 2026?
Per noi è la cosa più importante al mondo. Voglio che i fan prendano più confidenza con noi. Voglio che salgano sul palco con noi. Che prendano la mia chitarra. Che litighino con me. Che rubino un microfono, lo riportino tra la folla e urlino più forte degli altoparlanti. Non è divertente per nessuno stare fermi in piedi.
Una cosa che vi contraddistingue è il modo in cui trattate il genere come qualcosa di fluido, non come un confine. Cercate consapevolmente di “infrangere” le regole di genere quando scrivete, o quell’eclettismo emerge naturalmente dalla collisione delle vostre personalità e influenze?
Non è mai “intenzionale”, è più che altro il risultato di aver ascoltato qualcosa per così tanto tempo e aver pensato: “Oh, voglio vedere se riesco a scrivere qualcosa del genere”. Che si tratti di una parte influenzata da artisti come Sade o anche Skrillex, è qualcosa che ACCADE e basta, come quando si scrive qualsiasi canzone.
Nelle vostri testi e nella vostra estetica usate spesso umorismo, esagerazione e ironia, pur affrontando temi pesanti. Che ruolo gioca la satira nella vostra identità artistica, specialmente nel nuovo album?
Anche se non sono io a scrivere i testi, trovo importante in ogni aspetto della vita non prendere le cose troppo sul serio. Questo appesantisce la mente e crea una pressione che è interamente interna.
Gli arrangiamenti della band spesso sembrano un caos controllato: archi, urla, cambiamenti improvvisi, scossoni emotivi. Qual è un aspetto del vostro processo creativo che gli ascoltatori potrebbero non aspettarsi, ma che è essenziale per plasmare il sound unico dei Daoboys?
Penso che la gente sarebbe sorpresa di sapere che il processo creativo vero e proprio è piuttosto lineare e non è un’impresa estremamente frenetica.

Ci vediamo quindi il 13 febbraio al Legend Club di Milano, dove i Callous Daoboys si esibiranno dopo Knives e Mr. Hygh. Per info e orari consultate questa pagina.

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