Il ritorno dei The Cribs su un palco romano — quello del Monk — ha avuto il sapore delle cose necessarie, quasi inevitabili. Il trio di Wakefield non è mai stato una band da grandi proclami, ma dal vivo continua a incarnare una delle versioni più autentiche e ostinate dell’indie rock britannico.

La sera del 12 aprile 2026 è stata una celebrazione sudata e senza filtri: chitarre ruvide, ritornelli che arrivano come pugni allo stomaco e quell’attitudine da “outsider per scelta” che li ha sempre tenuti lontani dalle mode. Fin dall’attacco, il suono è stato crudo ma chirurgico, con Ryan Jarman a guidare la band tra ironia e abrasività, senza mai perdere il controllo del caos.

La scaletta ha pescato a piene mani dai momenti più iconici della loro carriera, alternando brani più recenti a classici che il pubblico — compatto, partecipe, quasi devoto — ha cantato come inni generazionali. Non c’è stato spazio per fronzoli o concessioni: solo canzoni suonate come se fossero le ultime.

In un’epoca in cui molte band inseguono la perfezione digitale, The Cribs ricordano quanto possa essere potente l’imperfezione. Al Monk non hanno semplicemente suonato: hanno riaffermato, ancora una volta, che il rock — quello vero — vive e respira soprattutto nei club, tra feedback e sudore.

Fotografie di Chiara Lucarelli

THE CRIBS

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