2022 – Martha’s music, Thirty Tigers

Ormai e chiaro, il linguaggio di Corgan è cambiato e sta a noi decidere se farcene una ragione oppure no.

Billy Corgan è sempre stato uno scrittore prolifico, e questa scelta di dividere l’album in atti separati piuttosto che uscire con un bestione di decine di canzoni come ha fatto con Cyr, è indubbiamente sensata. Sono quasi tutte canzoni “difficili” (purtroppo non in senso positivo, vedremo poi), che vanno metabolizzate; un processo che diventerebbe soverchiante se si avesse a che fare con un monolite di 33 brani (quasi come l’album precedente). Quindi ben venga questa suddivisione, se non altro, questi “nuovi” Pumpkins si possono digerire meglio.

Ma le canzoni? Come sono le canzoni? Com’e questa prima parte di questa opera rock sbandierata come “seguito di Mellon Collie?“.

L’incipit, come a ricordare l’opera magna dei Pumpkins, è affidato alla strumentale ed evocativa title track. Niente di paragonabile al passato, ma spunti prog interessanti che lasciano ben sperare per il resto…

…ma quando arriva “Butterfly Suite” si arriva alla consapevolezza che siamo, ancora, dalle parti di “Cyr”, coi sintetizzatori, i suoni elettronici e rarefatti, e il sound che li ha sempre contraddistinti messo abbondantemente da parte.

Ed è un peccato, perché quando la band torna alle chitarre, come nella successiva “The Good in Goodbye“, ritroviamo non dico i fasti di un tempo, ma se non altro riff potenti e Chamberlin che fa capolino e ci ricorda che mostro schiacciasassi in realtà sia (niente di trascendentale, ma è palese che ormai su disco sia un mestierante al servizio dei brani).

Inaspettatamente ho apprezzato molto anche la successiva “Embracer“, che nonostante sia parte del “nuovo corso”, porta con se suggestioni e una melodia indubbiamente trascinante.

Dal resto in poi si salva poco, avendo a che fare con brani che sembrano usciti dal precendente “Cyr”: canzoni abbastanza anonime, coi synth che fanno da padroni, chitarre quasi inesistenti e una band fantasma. Tutto molto trascurabile.

Si ha un guizzo con “Steps in Time“, dove tornano le chitarre (e la nostalgia) e ci si rende conto che quando i Pumpkins fanno i Pumpkins ci sarebbe, forse, ancora qualcosa da dire.

Tempo due canzoni e si cade nel baratro con “Hooray!“, che già dal titolo non prometteva nulla di buono e che, una volta ascoltata, si rivela forse tra le cose più brutte partorite da Corgan: una marcetta tutta synth e suoni elettronici che fa accapponare la pelle.

Il disco si chiude con “The Gold Mask” che conferma, con un synth-pop sciapo e anonimo, il nuovo sound marchio della band.

Che dire, per chi è cresciuto con Siamese Dream, Mellon Collie, Adore e Machina, ha veleggiato sui testi e sulle canzoni di questi magnifici album, andando a letto ogni sera con “Porcelina of the vast oceans” nelle orecchie e risvegliandosi ogni mattina con “Soma” e “Mayonaise”, c’è tanta, tanta delusione.
Perché è giusto e sacrosanto mutare, cambiare generi e pelle, ma c’è un limite a tutto.

E allora Billy, Billy l’egemone, perché continuare a chiamarsi “Smashing Pumpkins”… un gruppo depositario di troppi, troppi significati sia per la monumentale importanza che ha avuto in passato e per l’impatto che ha avuto sulle vite di tanti..

Restano i live, dove spero di ritrovare quelle emozioni, quelle suggestioni e tutto l’immenso amore che ho sempre avuto per le zucche di Chicago.

Aspettiamo il resto di questa “opera rock”, ma le speranze sono ormai ridotte a lumicino.

TRACKLIST
1.”Atum”
2.”Butterfly Suite”
3.”The Good in Goodbye”
4.”Embracer”
5.”With Ado I Do”
6.”Hooligan”
7.”Steps in Time”
8.”Where Rain Must Fall”
9.”Beyond the Vale”
10.”Hooray!”
11.”The Gold Mask”

BAND
Billy Corgan – vocals, guitar, bass guitar, keyboards
James Iha – guitar
Jeff Schroeder – guitar
Jimmy Chamberlin – drums

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