The White Buffalo non è solo il progetto musicale di Jake Smith: è anche la sua raccolta di racconti. Sì, perché Smith non è solo un paroliere, ma è anche un autore, un cantastorie che con ogni canzone ci permette di entrare in contatto con individui e luoghi protagonisti di un infinito arco narrativo.

Come spettatori di un film, ascoltando The White Buffalo ci si ritrova proiettati in un viaggio che attraversa gli Stati Uniti come fossimo a bordo di un vecchio treno in stile selvaggio West. Non v’è tempo nella narrazione di Smith, potremmo essere di fronte a un avvenimento di 2 giorni fa o potremmo dover fare i conti con un passato che sembrava dimenticato. Di fronte a noi ci saranno assassini, reietti sulla strada della perdizione o impegnati in una redenzione che potrebbe non arrivare mai, bloccata da paure e istinti radicati negli angoli più intimi e oscuri dell’animo umano.

Una sola certezza a fare da guida a quest’avventura: la musica di The White Buffalo. Un rock che esprime con potenza le sue radici che affondano in un orgoglioso e potente country e un tormentato e affascinante blues. Il tutto guidato dalla voce profonda e ipnotica di Jake Smith.

La magia di The White Buffalo arriverà in Italia per 4 date live che toccheranno lo stivale durante i primi giorni di Settembre.

Noi ci saremo e tu?

The White Buffalo live @ Firenze, 2024 – ph Marco Lambardi

Isabel: Intanto ti ringrazio per il tempo che sei riuscito a dedicarmi e ti do il benvenuto qui su Longliverocknroll.it !

Jake Smith: Grazie a voi per avermi accolto!

Isabel: So che adesso siete in pausa per prepararvi alle date europee, ma com’è andato il tour americano?

Jake Smith: Non abbiamo suonato tantissimo in realtà, abbiamo fatto giusto qualche data. Un paio di date in Montana e una a Ventura in California. Abbiamo suonato tanto l’anno scorso, forse è stato l’anno in cui abbiamo suonato di più da quando abbiamo iniziato quindi abbiamo preferito andarci piano, prendere fiato e passare un po’ di tempo con le nostre famiglie. Abbiamo avvertito la necessità di tornare in contatto con la realtà, perché i tour lunghi possono confonderti a lungo andare.

Isabel: Posso immaginare! Poi il 22 Agosto partite per Belfast per iniziare il tour europeo, siete pronti?

Jake Smith: Sì lo siamo! Ci stiamo preparando. Io sto cercando di tornare in forma, di ridurre i carboidrati! (ridiamo) C’è da dire che più che i carboidrati è il bere che crea maggiori problemi! Però sono entusiasta… Lo sono anche dei carboidrati che assumerò tra Inghilterra e Irlanda!

Isabel: Ti stai preparando più per quelli?

Jake Smith: Sì! (ride) Scherzi a parte… E’ da un po’ che non suoniamo seriamente e quando ho realizzato che la partenza si stava avvicinando mi son detto “Tocca rimettersi in forma!”. Ormai vivo i tour con maggiore consapevolezza e serietà, quindi cerco di essere più performante possibile per fare del mio meglio. E sul palco mi muovo su e giù per un’ora e mezza, che è praticamente il mio allenamento cardio principale! Solo che quando non lo fai per un po’ di tempo è bene rimettersi in forma e riprendere fiato per poter reggere la performance.

Isabel: Parlando di tour…viaggiare vuol dire anche incontrare persone nuove e culture diverse. C’è un’esperienza fatta in questi anni di tour che ti ha segnato maggiormente?

Jake Smith: Oh, cavolo… fammi pensare! (Ci riflette un attimo) Credo che ogni posto abbia i propri ritmi, i propri valori e trovo incredibile quanto alcuni paesi siano così diversi gli uni dagli altri! Alcuni sono anche geograficamente vicini, eppure sono così profondamente opposti. Anche negli Stati Uniti ci sono differenze tra uno stato e l’altro, ma non sono così marcate. Può cambiare l’accento, possiamo variare le ricette di cucina ma siamo una comunità abbastanza omogenea. Altrove invece ho conosciuto mentalità molto distanti dalla mia ed è la differenza che mi affascina e che mi accompagna sempre.

Isabel: In tutta questa diversità ti sei mai scontrato con luoghi o usanze che ti hanno fatto pensare “Oh, vorrei questa cosa anche negli USA!”?

Jake Smith: Direi tutto! Tutto ciò che incontro durante i tour mi incuriosisce e mi attrae! Se devo dirtene una in particolare ti direi le stazioni di servizio!

Isabel: Oh, questa non me l’aspettavo…

Jake Smith: (ride) Sì! Le stazioni di servizio e gli autogrill! Sai negli Stati Uniti alle stazioni di servizio trovi burrito, hot dog, patatine fritte che son lì da 3 giorni magari. I panini che trovi negli autogrill in Spagna o in Italia invece…

Isabel: Sono migliori! (ridiamo)

Jake Smith: Senza ombra di dubbio! Sono fatti con ingredienti freschi a volte te li preparano sul momento e anche se ogni paese ha le sue specialità, sono tutti buoni! Sarebbe un miglioramento notevole negli States avere la stessa qualità!

The White Buffalo live @ Milano, 2024 – ph Monica Ferrari

Isabel: Tramite le tue canzoni ci fai viaggiare negli Stati Uniti raccontandoci di un’America che noi conosciamo solo attraverso i film. E’ quella l’America che meritiamo di conoscere? Quella che anche il Boss (Bruce Springsteen) durante il suo ultimo concerto qui ha descritto come “l’America di cui siete orgogliosi”?

Jake Smith: L’America è una realtà complicata al momento. Io racconto di un’America dalla mentalità più semplice, quella che ricordo, l’America di quando ero bambino, a volte racconto un’America ancora più lontana, diventa così difficile distinguere cosa sia vero e cosa no nei miei racconti. Ma di base sì, amo quegli Stati Uniti di cui parlo e sono fissato con tutto ciò che li caratterizza. Colleziono un sacco di oggetti d’antiquariato che arrivano dal secolo scorso, dagli anni ’40, ’50…

Isabel: E quest’America sopravvive nonostante i cambiamenti recenti?

Jake Smith: Penso di sì! Non entro mai in discussioni che riguardano la politica, ammetto anche di non prestare particolare attenzione all’argomento e quindi non sono preparato a sufficienza per esprimermi. E’ evidente che tutto stia cambiando rapidamente, in modi anche difficili da digerire. Stiamo vivendo momenti duri e pericolosi, la libertà di alcuni individui viene messa in discussione se non addirittura sottratta. Nelle mie canzoni evidenzio l’umanità e metto a nudo le sue ansie e preoccupazioni creando un momento di condivisione. All’interno della mia community cerco di trasmettere un messaggio per cui “Siamo insieme. Siamo uno affianco all’altro in questo”. Allo stesso momento si crea una sorta di via di fuga da quei problemi.

Isabel: E’ un’America che sopravvive perché composta da persone che sopravvivono?

Jake Smith: Esatto! Nel senso, andiamo avanti tutti in qualche modo, no?

Isabel: Una volta hai detto “Non sono un predicatore, sono un cantautore”. Ma la musica può influenzare le persone tanto quanto la religione. Assodato questo: c’è un messaggio nella tua musica che pensi possa essere importante per le persone?

Jake Smith: Non saprei… Non ragiono mai spesso su ciò che compongo. Durante la registrazione del Lights Album (Darkest Darks, Lightest Lights) ero talmente sopraffatto dal peso del lavoro che non ho voluto nemmeno riascoltarlo. Non mi sono messo lì a capire cosa scartare, cosa tenere o cosa riportare a nuova vita. Nei miei testi trovi di tutto: ci sono canzoni che parlano di omicidi, canzoni che parlano d’amore non corrisposto, canzoni che parlano d’amore corrisposto, canzoni sulla mia infanzia… E siamo tutti umani, tutti viviamo queste esperienze che ci uniscono, ci rendono una comunità. Siamo accomunati anche da ansie, da problemi e da scale di grigi. E io amo le scale di grigi, mi piace indagarle ma non c’è un messaggio. Il mio approccio è semplicemente quello del narratore che ti porta da un punto A a un punto B della storia. Sono storie che sono fini a sé stesse, altre possono essere provocatorie ma il massimo risultato che spero di raggiungere è che le persone possano ritrovarsi all’interno del racconto.

Isabel: Non c’è un messaggio ma c’è l’occasione di sentirsi rappresentati.

Jake Smith: E non solo, c’è condivisione. Sai è bellissimo, e questo capita soprattutto negli Stati Uniti, vedere tra il pubblico un militare, un surfista e un hippie uno accanto all’altro. Sono ciò che di più diverso possa esistere, ma sono insieme a un mio concerto, condividono ciò che io e la band facciamo e normalmente non li vedresti mai insieme. Ma nelle mie canzoni trovano modo di coesistere. Capita anche di trovarci qualche metallaro ai miei concerti! E per quanto nelle mie canzoni ci siano elementi dark, non suono come i Sepoltura o gli Slayer eppure ci sono metallari ai miei concerti che si rivedono nel sound di The White Buffalo che è più un suono alla Johnny Cash… E se chiedi a loro ti diranno “Oh ma è perché a me piace anche Johnny Cash!”.  E’ strano e mi sento fortunato per tutto questo e mi piace pensare che persone con gusti così diversi e unici ci inseriscano tra i loro ascolti per il nostro approccio altrettanto unico alla musica.

Isabel: Parliamo per un attimo delle donne presenti nei tuoi testi. Sono madri, sono fuggiasche, sono donne per cui si può uccidere o morire. Che cosa le rende così straordinarie?

Jake Smith: Scrivo seguendo l’ispirazione e a volte ho la sensazione di non sapere bene nemmeno io cosa sto scrivendo. Poi rileggo e tutto ha un senso, ma non c’è la volontà consapevole di prendere spunto dalle mie esperienze personali. Rileggendo e approfondendo poi mi rendo conto che c’è tanto di me stesso, tante situazioni che ho vissuto. C’è tanto della mia vita e del mio rapporto con l’amore nelle mie storie. Qualche anno fa durante un’esibizione da solo ho prestato attenzione a cosa stavo suonando e ho pensato “Ah, questa è una storia d’amore non corrisposto”, “Oh questa è un’altra storia di amore non corrisposto” e ho eseguito circa 3 brani così consecutivi e mi son detto “Oh cielo!”, mi son sentito terrorizzato! (ridiamo) Mi è capitato in passato che una donna mi chiedesse “Quando scriverai una canzone su di me?” e la mia risposta è sempre stata “Quando arriverà il momento!”. L’amore e le relazioni sono complicate. Ci sono tante storie di amore mancato nel mondo, tante verità contorte…

Isabel: I testi sono sempre importanti in musica. Nella tua musica lo sono maggiormente in quanto, come abbiamo detto, sei uno storyteller. Pensi che ci sia una location che quando suoni dal vivo permetta di indirizzare il focus sul testo esaltandolo maggiormente?

Jake Smith: Non saprei. Non so quanto la location possa veramente influenzare l’ascolto delle persone. Per me ogni posto è perfetto, perché vivo la possibilità di esibirmi come un dono! Ho suonato su tanti palchi diversi passando da palchi più piccoli fino a quelli che mi hanno messo di fronte a migliaia di persone ed entrambe le opzioni hanno i propri vantaggi. Ci regoliamo in base allo spazio che abbiamo. Sicuramente preferiamo quegli spazi che ci spingono a stare più vicini tra noi. Sui palchi grandi come quelli dei festival sei obbligato a performare in modo diverso, devi muoverti di più. Sui palchi stretti, quando siamo vicini abbiamo modo di guardarci negli occhi, di trasmetterci le vibes giuste, incitarci a vicenda e sicuramente lo avverte anche il pubblico.

Isabel: Un’ultima domanda e ti chiedo scusa perché sicuramente in molti avranno tirato fuori l’argomento e magari non ne puoi più, ma questo è il mio momento “fangirl”!

Jake Smith: Oh! (ride) Dai spara! Non preoccuparti!

Isabel: Tu sei uno storyteller e nei tuoi racconti hai preso tanto spunto dal cinema sia per strutturare i tuoi album che per ideare i tuoi video. Questo legame col cinema si è consolidato quando alcuni tuoi brani sono diventati poi colonna sonora di film o serie TV e tra queste c’è stata Sons Of Anarchy. Jackson Teller e i Sons sono stati personaggi in grado di rappresentare la tua musica? Avrebbero potuto essere personaggi dei tuoi stessi racconti?

Jake Smith: Sons Of Anarchy è stata una serie fortunata. Forse è stata l’opportunità più grande della mia carriera, che mi ha permesso di far arrivare la mia musica a un pubblico più ampio. Anche adesso a distanza di 10 anni. L’unione tra la mia musica e i Sons è stata immediata. Nelle mie canzoni abitano tanti personaggi che fanno cose terribili e i Sons fanno tantissime cose terribili! (ridiamo) Eppure riesci a empatizzare con loro! Riesci a farlo perché ti viene mostrato che hanno sentimenti, che hanno valori, che ci tengono in qualche modo. Credo che la nostra similitudine nasca qui: nell’umanità nascosta e svelata che risiede dietro quelle azioni terribili. Sì, loro possono tranquillamente vivere nelle mie canzoni.

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