Una giornata strana quella di giovedì 26 marzo a Milano. Nonostante le prime luci primaverili inizino a farsi strada e a bucare la coltre di nubi dense, tipiche della città milanese, un vento forte e gelido ha investito la città.

Una corrente a tratti tenue e a tratti forte, che ha accompagnato l’arrivo dei numerosi avventurieri che si sono recati, nella sera, al Legend Club di Milano per il concerto della band ungherese Thy Catafalque: in apertura gli innovativi e controversi Bong-Ra.

BONG-RA

Alle 20:30 salgono sul palco del Legend i Bong-Ra. Quando arriva la band, la sala concerto non è gremita di gente, ma pian piano sta prendendo forma. Più che di band, con i Bong-Ra si può parlare di un vero e proprio progetto musicale, che prende vita da Köhnen, produttore olandese noto per il suo stile estremo ed estremamente sperimentale.

Il genere in cui si può identificare il progetto è senza dubbio il breakcore, caratterizzato da ritmi velocissimi, beat spezzati e influenze hardcore, jungle e metal. Bong-Ra è diventato famoso nei primi anni 2000 portando energia trasgressiva e cambiamenti ritmici caotici.

Il progetto ha preso sempre più forma negli anni, arrivando a includere elementi di jazz, doom e musica elettronica, trasformando Bong-Ra in una dimensione meno legata a un solo genere e più orientata alla sperimentazione pura.

La formazione a tre, schierati in prima linea, uno di fianco all’altro, risulta visivamente efficace fino a un certo punto: occhio e orecchio non si trovano, c’è una dissonanza quando si sentono tanti elementi di batteria ma l’occhio non ne percepisce la potenza sul palco. Questo perché non vi è batterista: tutti i suoni della batteria sono registrati, così come le tastiere. Essendoci una componente techno importante, potrebbe non sembrare necessaria la presenza di un batterista, ma la chiave metal del progetto lo esige: metal chiama batteria!

Per quanto riguarda la performance, a parte un impoverimento dovuto ai tanti elementi registrati in base, il progetto Bong-Ra risulta essere in ogni caso di impatto: il pubblico è estremamente coinvolto, ondeggiando quasi in stato ipnotico tra un riff di chitarra e il ritmo sostenuto del beat.

THY CATAFALQUE

Alle 21:40 il locale meneghino raggiunge un bel numero di presenze ed è proprio lì, mentre tutti cercano il loro posto tra sottopalco e zone un po’ più arretrate, che arrivano i grandi protagonisti della serata: i Thy Catafalque.

I Thy Catafalque sono una band ungherese, nata a Makó, Ungheria, nel 1998 per mano di Tamás Kátai e János Juhász.

Nati sotto il segno del metal, si sono evoluti nel tempo in uno stile molto sperimentale che mescola avant-garde metal, elettronica, folk ungherese e sonorità ambient. Dal 2011, con l’addio di Juhász, la band è diventata progetto solista di Kátai, rimasto perno di una formazione di militanti membri, nessuno fisso: diversi musicisti si alternano tra tour e registrazioni degli album in studio.

La band inghiotte il palco del Legend, portando a una concentrazione assoluta il suo pubblico. La cosa che più distingue e attira dei Thy Catafalque è la grande varietà di influenze e l’uso di elementi tradizionali ungheresi combinati con musica moderna ed estrema.

Dopo una breve intro tutta al maschile, arriva a calcare il palco del Legend una componente femminile che dona forza e compattezza alla formazione. La presenza scenica femminile, unita alle voci armoniose e delicate portate tra i ranghi maschili, dona una luce diversa alla performance, rendendola assai variegata e interessante.

Le due ragazze accompagneranno in diversi brani il viaggio tra folklore ungaro e metal perfettamente armonizzato, dritto e tagliente ma mai brutale e assassino.

Embersólyom risulta senza dubbio tra le canzoni più apprezzate ed evocative portate sul palco.


Setlist

  1. Néma vermek
  2. Trilobita
  3. Napút
  4. Szarvas
  5. Mezolit
  6. Embersólyom
  7. Köd utánam
  8. Csillagkohó
  9. Töltés
  10. Kel keleti szél
  11. Vasgyár
  12. Ködkirály
  13. Jura
  14. Szélvész
  15. A gyönyör? álmok ezután jönnek
  16. Móló

 

Report a cura di Silvia Rodano

Gallery a cura di Giulia Di Nunno

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