Mercoledì 20 febbraio 1980, Scotland Yard rilasciò e diffuse un comunicato in cui si affermava che la morte di Bon (Scott, ndr) “non era avvenuta in circostanze sospette”, il che, essendo il cantante morto appena il giorno prima, sa di mossa affrettata e presuntuosa.

Inizia così la quarta parte, e precisamente il Capitolo 33 – ROCKER – della nuova edizione del lbiro di Jesse Fink, ‘Bon: The Last Highway‘ (ed. Castello – traduzione in lingua italiana a cura di Barbara Caserta), dedicato a Bon Scott, leggendario frontman degli AC/DC dal 1974 al 1980 (anni della sua scomparsa).

Jesse Fink torna ad interrogarsi e ad interrogare il mondo della musica, quello del rock’n’roll e quello dei movimenti del substrato sociale del tempo, su uno dei miti più controversi e irrisolti della storia del rock: la morte di Bon Scott. Più che una semplice biografia, il libro si conferma come un’indagine ostinata, a tratti scomoda, che scava sotto la superficie della narrazione ufficiale per cercare fatti, testimoni e prove autentiche, là dove per decenni hanno dominato versioni comode e silenzi interessati.

Forse si poterbbe meglio definire come libro-inchiesta. L’aspetto investigativo è il vero cuore pulsante dell’opera. Fink non si limita a raccogliere aneddoti o a celebrare l’icona rock: adotta piuttosto l’approccio di un reporter d’inchiesta, un giornalista pronto a scavare, rischiare, indagare, esplorare, mettendo continuamente in discussione la versione ufficiale della morte di Bon Scott, avvenuta, come ben sappiamo, in qulla maledetta notte di febbraio del 1980 a Londra.

L’autore segue una metodologia rigorosa, fondata su interviste dirette, documenti, conversazioni telefoniche, ritrattazioni e contraddizioni interne ai racconti dei testimoni e una ricostruzione minuziosa degli ultimi giorni del cantante. La sua ricerca è caratterizzata da una perseveranza al limite ossessività. Fink ritorna più volte sugli stessi luoghi, rintraccia persone dimenticate o mai ascoltate, confronta versioni discordanti, evidenziando problematiche più o meno velate, omissioni e zone d’ombra. Un lavoro davvero impegnativo e impressionante, un incubo continuo. Tutto si muove tra rock journalism, true crime e saggio critico, mantenendo sempre alta la tensione narrativa e parallelamente l’autore insiste sulla necessità di prove concrete: referti, orari, incongruenze logiche che sembrano portare ad una soluzione dell’enigma, ma il risultato finale è un quadro tutt’altro che definitivo e proprio per questo profondamente onesto, potremmo osare continuando a dire che il risultato finale non vuole esserci. Fink non pretende di offrire una verità assoluta; al contrario, mostra quanto sia fragile e incompleta la verità “ufficiale”, smontandola pezzo dopo pezzo attraverso un lavoro di verifica che raramente si incontra nella letteratura musicale.

Uno degli elementi più forti del libro è la continua caccia ai testimoni: amici, conoscenti, figure marginali ma cruciali, spesso ignorate dalle ricostruzioni precedenti. Fink dà voce a chi non l’aveva mai avuta, anche quando le testimonianze risultano scomode o destabilizzanti.

Nel corso della sua ricerca, Jesse Fink costruisce una vera e propria mappa umana attorno alla figura di Bon Scott. Non si tratta solo di comprimari della storia del rock, ma di testimoni diretti o indiretti, ciascuno portatore di una verità parziale, spesso contraddittoria.

Al centro rimane ovviamente Bon Scott, presenza costante anche dopo la sua morte: Fink ne analizza testi, interviste, comportamenti e scelte di vita come se fossero indizi, cercando di capire non solo come sia morto, ma chi fosse realmente negli ultimi mesi della sua esistenza.

Sono tante le figure presentate al lettore tra le quali quella di Irene Thornton, compagna storica di Bon, una delle voci più intime e dolorose del libro. Il suo racconto, segnato da affetto ma anche da amarezza, offre uno sguardo privilegiato sulla fragilità emotiva del cantante e sul senso di isolamento che lo accompagnava negli ultimi tempi. Tutto viene trattato con estremo rispetto, ma senza rinunciare a metterla in relazione critica con altre versioni. Peter Head, amico di lunga data di Bon Scott e figura controversa, spesso citata nelle ricostruzioni della notte finale. Fink torna più volte sulle sue dichiarazioni, confrontandole con altre testimonianze e con i dati disponibili, evidenziando discrepanze e zone d’ombra che diventano uno dei fulcri dell’indagine. Holly X (cognome fittizio utilizzato per rimanere in una sorta di anonimato) è una delle figure chiave che Fink usa per mettere in discussione le versioni consolidate del passato di Bon Scott — non solo dal punto di vista emotivo e personale, ma anche sotto quello delle sue reali influenze artistiche e delle dinamiche creative all’interno degli AC/DC. La presenza di Margaret ‘Silver’ Smith, se pur secondaria, serve a rafforzare l’idea che la narrazione ufficiale sia incompleta, costruita su poche voci ripetute nel tempo, mentre molte altre sono state ignorate o lasciate ai margini.

Accanto a loro compaiono musicisti, amici, conoscenti, giornalisti e figure marginali della scena londinese e australiana dell’epoca: persone che hanno incrociato Bon negli ultimi giorni o che hanno contribuito, volontariamente o meno, alla costruzione del racconto ufficiale. Alcuni parlano apertamente, altri con diffidenza e timore, alcuni sembrano proteggere ricordi personali, altri interessi più grandi. Fink non idealizza nessuno e lascia che siano le contraddizioni a emergere.

Sullo sfondo restano anche gli AC/DC, in particolare i fratelli Angus e Malcolm Young, presenti più come assenza che come voce diretta. La loro posizione in disparte diventa essa stessa un elemento narrativo, simbolo di una storia che l’industria musicale ha preferito chiudere in fretta. Jesse Fink sottolinea come, fin dai giorni immediatamente successivi alla morte del cantante, i fratelli Young abbiano adottato una linea di chiusura netta e definitiva, evitando qualsiasi approfondimento pubblico sulle circostanze reali della scomparsa.

Angus e Malcolm non alimentano speculazioni, non rispondono alle incongruenze emerse negli anni e non incoraggiano nuove indagini. La versione ufficiale viene accettata e ripetuta senza variazioni, come se rimetterla in discussione significasse minacciare un equilibrio fragile, personale e professionale allo stesso tempo. E poi si parla degli AC/DC che sanno come incutere timore…

Ma poi davvero Bon voleva lasciare la band per intraprendere un progetto solista? e i brani di Back in Black sono stati scritti davvero da Bon o da Brian Johson?

La parte conclusiva del libro è forse la più potente. Fink non offre una soluzione definitiva, ma chiude il cerchio rilanciando domande fondamentali sulla responsabilità collettiva, sull’industria musicale e sul prezzo pagato dagli artisti più vulnerabili. È una chiusura amara, lucida, che lascia il lettore con la sensazione di aver attraversato non solo la storia di una morte, ma anche quella di una sistematica rimozione della verità.

Adesso è tempo di passare al libro… BON SCOTT!!! The Rock’n’Roll Singer… the Rock’n’Roll Star!!!

 

 
 
 
 
 
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Born to Lose, Live to Win | Rock'n'Roll is my life, so... long live rock'n'roll !!!

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