Brutal Experience: in viaggio verso il Brutal Assault – fortezza di Josefov, Jaromer – Repubblica Ceca – 2025
Premesso che i festival sono come un concerto di Bruce Springsteen – un’esperienza da fare almeno una volta nella vita – tra questi vi sono due macrocategorie: quelli in cui prevale l’aspetto manageriale e quelli nei quali un minimo di fratellanza è ancora percettibile. Il BA appartiene a quest’ultima categoria e, come vedremo, presenta delle peculiarità che lo rendono per certi aspetti singolare ed amato da migliaia di fans provenienti da ogni dove.
Quest’anno giunge all’edizione #28 e, come di consueto, appena arrivati non stupisce vedere il mite paesino di Jaromer riempirsi di vita, trasformandosi in una grande festa collettiva.
Partiamo dal viaggio: aereo, treno o macchina? La risposta varia in base al budget, alla base di partenza e ai giorni liberi a disposizione. Per quanto ci riguarda, la rotta migliore è quella in auto oppure in pulmino in condivisione: si risparmia qualcosina e prevedendo qualche tappa intermedia lo svago è assicurato. Il treno, per costi talvolta superiori al vettore aereo e tempi di percorrenza, ci sembra la scelta meno conveniente, ma ovviamente fate vobis. Qualora optaste per il viaggio su quattro ruote senza voler fare un’unica tirata, la tappa più desiderabile è senz’altro Praga, città bellissima, dai costi ancora accessibili e a circa un’ora e 3/4 dal festival.
Per quanto riguarda gli alloggi, se siete temerari e non avete problemi di cervicale, la scelta più economica e divertente, in termini di socialità, è sicuramente il campeggio, ed è qui che arriviamo alla prima tipicità del Brutal Assault. Oltre al camping convenzionato, è tollerato quello selvaggio, pertanto nel recarvi all’ingresso principale noterete uno stuolo di accampamenti in ogni angolo disponibile, un incredibile colpo d’occhio che altrove (a torto) non sarebbe tollerato. Se decideste per un alloggio, prestate attenzione a quelli nelle immediate vicinanze: spesso si tratta di ruderi rabberciati alla meno peggio che sciacallano in vista dell’evento.
All’ingresso la formula non differisce da eventi analoghi: vi verrà consegnato un braccialetto per pagare, un altro in base alla tipologia di biglietto ed il programma del festival. Le code non sono state eccessive e i controlli, circostanza non scontata, rispettosi della persona.
Eccoci all’interno: come accennato, tutti i pagamenti avvengono tramite un chip presente su uno dei braccialetti, mentre le code per ricaricarlo – limitatamente al primo giorno – sono abbastanza frustranti, ma si è visto decisamente di peggio!
Il banco del merch, preso d’assalto fin dalle prime ore, si trova sulla sinistra; poco dopo appaiono i due palchi principali, il Marshall sulla sinistra e il Sea Shepherd sulla destra. Tra i due è posizionato il consueto maxi schermo.
In totale vi sono cinque palchi, quattro all’aperto e uno al chiuso; l’acustica in generale è ottima, ma tra tutti vince l’Obscure, perfettamente udibile anche a distanze importanti.
La location è un’antica fortezza militare che, oltre a rendere l’atmosfera suggestiva (è presente anche un museo militare all’interno), costituisce un’altra caratteristica: percorsi inusuali per spostarsi e raggiungere le varie aree. Oltre questo, nulla è segnalato, perciò tutto va letteralmente scoperto passo dopo passo, e quest’aspetto “avventuroso” non ci è dispiaciuto affatto.
La proposta culinaria è la più varia finora vista a un festival: c’è letteralmente di tutto, con una qualità media ottimale, seppur non a poco costo; un pasto medio vi costerà difatti intorno ai 10 euro.
Sulla birra veniamo ad un altro punto di forza: nonostante i rincari, il prezzo medio si attesta intorno ai 3 euro per prodotti locali di ottima qualità.
Tanti gli italiani incontrati, molti dei quali riuniti in anticipo tramite canali social creati ad hoc. Tale importante afflusso si spiega perché indubbiamente siamo tra i paesi maggiormente penalizzati nell’organizzazione di eventi di tale portata.
Parliamo adesso di un altro incredibile e perciò affascinante aspetto: gli orinatoi. Tranne alcuni a pagamento, sono tutti all’aperto; colpiscono in particolare quelli sul perimetro antistante il palco Marshall, dove ti puoi letteralmente trovare gente intenta a fare i bisogni esattamente al tuo fianco! Tutto ciò, inimmaginabile altrove, dev’essere contestualizzato: in fin dei conti è un concerto metal e finalmente si percepisce quel senso di libertà oramai non più presente se non addirittura negato in altri luoghi.
Ultimo aspetto d’interesse: la proiezione di film dell’orrore (in lingua inglese) presso una sala al chiuso dedicata.
Arriviamo a due note stonate: tranne qualche singola band, nessun cenno celebrativo nei confronti di Ozzy Osbourne; inoltre, le telecamere laterali sul palco Obscure inficiano la visuale di parte del pit, potrebbero pacificamente essere posizionate altrove.
Con la doverosa precisazione che in siffatti eventi, per vari motivi, difficilmente è possibile assistere a tutte le esibizioni (gusti personali, accavallamento orari, pause ristoro ecc.), né sarà agevole la narrazione in ordine strettamente cronologico, andiamo ad esaminare i tratti salienti dei quattro giorni di brutale assalto.
DAY 1 – 06/08/2025
Caratterizzato da un clima non esattamente favorevole, che ci ha spinti a dover indossare una felpa a tarda serata, ci riteniamo innanzitutto fortunati ad aver assistito alla prova dei Ne Obliviscaris, dato che recentemente hanno cancellato la data italiana. Dopodiché, il gruppo che per primo ci ha colpiti sono stati i canadesi 3 Inches of Blood, per la prima volta al BA; hanno proposto un heavy metal classico di chiaro stampo Judas Priest, suonato con perizia ed impeto che ha contagiato gli astanti. Il legame con la “old school” non è soltanto musicale ma anche d’immagine, spicca in tal senso la maglia dei Thin Lizzy indossata dal bassista ed il classico giubbotto con le toppe del cantante. Gruppo incisivo, fortemente consigliato da vedere dal vivo.
Cambiano palco perché sul main stage ci attendono due gruppi che rappresentano generazioni differenti: i Thrown, con un efficace groove di facile presa per le nuove leve, ed un nome storico, i Dark Angel. Purtroppo, ed insolita per gli standard ai quali ci ha abituati il festival, i suoni di questi ultimi sono risultati un po’ impastati, penalizzando non poco, considerando il livello tecnico dei musicisti, la loro esibizione. Ci siamo dovuti spostare al lato del palco per godere perlomeno dell’incredibile performance di Gene Hoglan, indiscutibilmente tra i più grandi batteristi della storia del metal estremo.
Torniamo di corsa all’Obscure stage, dove ci attende la prima rappresentanza nostrana coi Fleshgod Apocalypse, considerati a ragione da diversi addetti ai lavori uno dei migliori gruppi estremi italiani in circolazione. Da quanto assistito, oltre all’alto gradimento del pubblico, non possiamo che confermare di poter andar fieri del quintetto proveniente da Perugia, ineccepibili e perfettamente a loro agio sulla pedana, bravi!
Prima pausa per dissetarci presso il Temple Of Lemmy (bar dedicato alla leggenda), e poi ci rechiamo al main stage dove suonano gli Static-X, gruppo dal seguito importante che ha saputo congiugare l’aspetto scenico a quello musicale. Seguono sul palco a lato i Dying Fetus, uno degli ultimi grandi nomi del metal estremo in circolazione, che come di consueto non sbagliano un colpo e stupiscono per ferocia e tecnica: eccezionali.
Facciamo fortunatamente in tempo a vedere buona parte del set dei Frayle, capitanati dall’affascinante Gwyn Strang, che propongono un post metal/doom d’atmosfera: discreta band, ma dovendo fare un parallelo i Messa risultano di gran lunga superiori. Peraltro, prima di loro si erano esibiti gli Inter Arma, band devastante e vincitori della kermesse in riferimento al palco Octagon, meritatamente gremito. Consigliati.
Altro nome storico sul main stage, i Ministry: nonostante le vicissitudini del leader Al Jourgensen e della band, hanno offerto uno spettacolo di buona fattura, attingendo quasi interamente dalla vecchia e più famosa produzione (soltanto un brano dal recente “Hopiumforthemasses”), chiudendo con un sestetto di grandi classici del calibro di “Burning Inside”, “Stigmata”, “N.W.O.”, “Just One Fix”, “Jesus Built My Hotrod”, “So What”.
Segue un’icona della chitarra metal, Kerry King! Ovviamente, vista l’importanza e il carisma del personaggio, tutta l’attenzione è concentrata su di lui. Sulla musica se n’è discusso nelle apposite sezioni analitiche, nulla di nuovo ma coerente coi suoi trascorsi, mentre dal vivo resta una figura che suscita incondizionato rispetto reverenziale; ma un appunto è dovuto: i pezzi degli Slayer senza il resto della band risultano un po’ mesti.
Altra passeggiata per visionare gli Orange Goblin, gruppo che come noto ha vissuto due fasi (chi scrive predilige quella stoner dello stupendo “Time Travelling Blues”); riescono a riscaldare palco e animi, ma abbiamo assistito ad esibizioni migliori, soprattutto da parte del vocalist, che è parso in evidente affanno.
Visto il citato accavallamento di orari, abbiamo perso gran parte dell’act di un altro nome di spessore, i Rotting Christ, che dal poco udito sono parsi leggermente sottotono; pertanto ci siamo dovuti “accontentare” del gruppo di chiusura, gli Heriot, giovane band metalcore britannica che ha svolto il suo compito con genuinità. Apprezziamo la cantante, che indossa una maglia a maniche lunghe di Ozzy Osbourne, specificatamente realizzata per il Back To The Beginning.
Non possiamo in chiusura non menzionare l’incredibile show degli Oranssi Pazuzu sull’Obscure stage, un articolato black che suscita l’interrogativo se questa potrebbe essere la futura direzione del metal.
DAY 2 – 07/08/2025
Il secondo giorno si apre con un piccolo rammarico: i Fulci, tra i migliori gruppi death italiani in circolazione, che possono vantare un ottimo seguito anche oltreoceano, suonano (giustamente) sul palco principale ma ad un orario poco consono (11:05), non mero campanilismo ma obiettiva constatazione rispetto ad altre pur rispettabili band, inserite in orari di maggior affluenza, che non hanno neanche lontanamente l’impatto visivo e sonoro dei nostri dal vivo.
Primo gruppo che cattura il nostro interesse sono gli High Parasite, a far parlare di loro è la presenza di Aaron Stainthorpe dei My Dying Bride. Senza voler innovare alcunché, propongono musica di qualità legata in parte ai trascorsi di Aaron ed in parte agli stilemi del dark/gothic moderno. Il pubblico ha apprezzato e questo è ciò che più conta alla fine.
Giusto un salto per visionare l’esibizione degli Slow Crush, che è apparsa un po’ troppo piatta, si da indurci a tornare al main stage per i londinesi Green Lung e qui si cambia musica in tutti i sensi. Riff accattivanti, sonorità spesso debitrici ai Monster Magnet, sono piaciuti agli amanti dello stoner di razza e non solo, promossi a pieni voti.
Consueta passeggiata e ci ritroviamo al cospetto dei psichedelici Rezn, che incorporano al loro sound, che lambisce lo stoner doom, anche sassofono ed estese parti di synth. Già estremamente validi in studio, anche in sede live confermano il loro pregio.
Giusto il tempo di dare una rapida occhiata alla mostra di pitture del batterista dei Gojira e d’istinto torniamo indietro, mai scelta fu più azzeccata in quanto è proprio dal palco “secondario” dell’Obscure che si scatena una delle migliori esibizioni di tutto il festival. Gli August Burns Red danno davvero tutto in termini di intensità, riuscendo a coinvolgere l’intera platea come pochi altri. Iniziano con la feroce cover di “Chop Suey!” dei System of a Down, resa con perfino maggior foga rispetto alla versione in studio, per poi sganciare una bomba dietro l’altra nel tripudio generale.
A metà esibizione il cantante incita al crowd surfing e la risposta non si fa attendere, sembrava di vedere il nastro dell’aeroporto con al posto dei bagagli una persona dietro l’altra che veniva catapultata in transenna. È doveroso nello specifico un plauso alla security, che ha gestito in maniera magistrale l’intera non facile situazione. A mero titolo di curiosità, il chitarrista ritmico suonava in ciabatte, ciò nonostante ha mantenuto perfettamente la presa a terra! Ad ulteriore lustro, a fine concerto Jake Luhrs scende tra i fans e si concede per foto, chiacchiere e quant’altro, circostanza assolutamente non scontata per band da più di un milione di follower. Purtroppo i successivi, pur validi, Fit for a King devono sopportare il confronto con lo strabiliante act precedente, uscendone in parte sovrastati.
È l’ora di alimentarci, dopodiché non resistiamo al richiamo degli Obituary, che anche nell’occorso, nonostante qualche problema sull’audio di una delle chitarre, hanno fatto scuola.
Tra le band più interessanti ed in costante ascesa segnaliamo l’atmospheric/folk metal degli Wayfarer (palco secondario). Terminati i quali, sul main stage rivediamo ben volentieri, dopo appena un mese dal Back To The Beginning, i Gojira, che oggi propongono una scaletta particolarmente dura eseguita con la consueta perizia.
Un salto al palco Octagon per i Patriarchy, che incentrano molto sullo charme ed avvenenza della voce/chitarra di Ashley Huizenga, mentre musicalmente devono ancora maturare una propria identità.
Ma ora si ferma tutto per uno dei progetti più attesi e sui quali si era formato l’hype maggiore: i Blood Fire Death, tributo al compianto Quorthon e alla musica dei Bathory. Più che il colpo d’occhio delle 3 grancasse stupiscono in vari passaggi alcune sbavature, la mancata coordinazione dei musicisti (e qui si parla di strumentisti di alto spessore) e suoni non dei migliori; pertanto, anche a posteriori, ci si chiede se il progetto sia una mera paraculata, considerando che era ovvio avrebbe creato enorme interesse intorno a sé, oppure se il tutto fosse funzionale a ricreare le sonorità dei primi Bathory, ai posteri l’ardua sentenza.
A seguire i Fear Factory, che commemorano uno degli album più riusciti e influenti degli anni ‘90, “Demanufacture”. Inutile ripercorrere le varie controversie e cambi di line up, quel che conta è che oggi abbiamo assistito ad una prova più che soddisfacente che ci induce a consigliarli, per quanti non li abbiano mai visti dal vivo.
A chiudere il secondo giorno ci pensano i Furia, black dalla Polonia, che squassano il palco con un blast beat fuori parametro a degna chiusura della serata.
Ah, dimenticavamo di menzionare i Gutalax, band goregrind molto divertente in sede live, che ha riscosso uno dei maggiori riscontri di pubblico, reagendo con ilarità e massiva partecipazione.

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