CCCP – Altro Che Nuovo Nuovo
2024, Universal Music

Non ho mai amato i CCCP. Lo scrivo subito, in apertura, almeno non ci pensiamo più e non sbandiero certo questa informazione con l’intento di fare l’alternativo tra gli alternativi (esecrabile categoria che esemplifica la decadenza della cultura occidentale) ma semplicemente per informare voi lettori, con proattiva e solerte onestà intellettuale, in merito ad un “bug” presente nel mio quarantennale (sigh!) CV di ascoltatore compulsivo. Nella sincera convinzione di avere un nodo gordiano da sciogliere, ho persino tentato il tutto per tutto, acquistando (al prezzo di un piatto di riso) l’intera discografia in cd.

Era la metà degli anni novanta ma, nel tempo, i miei compiti a casa li ho fatti e rifatti più volte. La verità é che se Zamboni, Ferretti ed io abitassimo sullo stesso pianerottolo, ispireremmo i nostri rapporti ad un’educatissima, reciproca indifferenza, presumibilmente anche in sede di assemblea condominiale.
Ammetto inoltre di aver avuto maggior fortuna con i C.S.I. ma, anche in questo caso, l’idillio è durato meno di una versione di What We Do Is Secret dei Germs suonata alla metà della velocità. Viste le premesse è comprensibile che, di fronte ai P.G.R., non mi sia nemmeno azzardato ad approfondire i motivi delle (scarse) affinità e delle (consistenti) divergenze tra il loro esordio ed il mio gusto.
Per completare il quadro mi preme poi aggiungere che, per quanto possibile, non si dovrebbe mai confondere l’artista con l’essere umano. Principio sacrosanto che, sfortunatamente, si trova a dover fare però i conti anche con l’umanità di chi cerca di metterlo sinceramente in pratica.
Tuttavia, come purtroppo sappiamo, non sempre le migliori intenzioni incontrano i risultati ideali. Vi sarà certo capitato, sin dalla prima stretta di mano, di provare un’istantanea ed immotivata antipatia nei confronti di un incolpevole sconosciuto. Saprete quindi anche che la misteriosa irrazionalità di questo odioso sentimento è così inestirpabile da poter resistere a svariate ere geologiche. Ecco, con Ferretti, mi è accaduta la stessa identica cosa e parlo, ovviamente, di tempi non sospetti. Nemmeno il più indefesso dei detrattori avrebbe mai osato immaginarle certe ardite inversioni di marcia, degne di un Giuliano Ferrara, sotto LSD, che tenta di raggiungere la fermata metro dello zoo di Berlino.
La storia della fascinazione sovietica (lo scrivo senza alcun intento polemico) l’ho poi sempre trovata un po’ ai limiti tra l’ingenuo folklore di una sagra di paese e lo stravagante disagio di una comitiva di punkabbestia con più spicci in tasca che cani al guinzaglio. Insomma ho attraversato momenti di dubbio ed ho sperimentato tutte le sfumature di un aspro conflitto interiore. Mi rendo conto che, fantozzianamente, sto rischiando di fare la fine di Ivan il Terribile I, lo spietato Alano nero “appartenuto allo Zar Nicola… e fucilato come nemico del popolo durante la Rivoluzione di Ottobre sulla Piazza Rossa”.
Sappiate quindi che, quando sarete giunti in fondo alla lettura dell’ultima riga, io mi sarò già consegnato, spontaneamente, alle brigate dall’Emilia Paranoica, nascondendo sotto l’eskimo The Great Complotto, Siberia, Desaparecido e tutti gli album dei Denovo.
Vi starete però domandando (non certo a torto) quale bizzarra sindrome bipolare mi abbia portato ad impelagarmi in una recensione dedicata ad una band che non solo non sento affine ma che (a tratti) mi ispira persino un sincero e lucido fastidio, impossibile da celare.
Quella di negare un’evidenza (in questo caso la lampante rilevanza di due artisti) é una prassi che si addice all’ingenuità degli sciocchi o alla malafede dei falsi, categorie con le quali, per motivi genetici, non riesco proprio a confondermi. Sorvolerò sul fatto che questo live sia magicamente saltato fuori a pochi mesi da una scialba raccolta (priva di inediti) data in pasto ad una schiera di fan comprensibilmente in astinenza terminale da troppi decenni. Allo stesso modo non accennerò all’esistenza di alcuni lussuosi formati, offerti a prezzi che di proletario hanno davvero ben poco. È invece cosa buona e giusta parlare della peculiarità di un documento dal vivo storiograficamente unico poiché, suvvia, facciamo serenamente outing, tutti vorremmo assistere alla prima esibizione dei nostri artisti preferiti.
Mentre attendiamo di saperne di più sulle opportunità offerte dai viaggi nel multiverso, possiamo intanto accontentarci di un reperto sonoro, onesto ed utile, capace di trasmetterci tutta la genuina adrenalina di una storia artistica immortalata sull’orlo del trampolino, un istante prima del salto.

La qualità di registrazione, effettuata su nastro da 1/4 di pollice, non è meramente amatoriale, ma a stupire davvero è piuttosto la chiarezza degli intenti di un progetto che non ha ancora incontrato la sua formazione storica. Zamboni e Ferretti sono già pronti, fatti e finiti. E’ come se avessero tatuato in fronte “sappiamo cosa stiamo facendo e dove stiamo andando”.
Raramente mi è accaduto di toccare con mano una così sincera e totale dedizione ad una causa artistica, le cui slabbrature non sono meramente accidentali, ma fanno parte integrante, in modo inscindibile, della visione stessa.
Sul palco, rispettivamente alla batteria ed al basso, ci ancora Agostino Zeo Giudici e Umberto Negri che presto lasceranno il posto a Fatur e ad Annarella. In merito al controverso ruolo di Negri rimando, per completezza narrativa, alla lettura di “Io e i CCCP. Una storia Fotografica e Orale”, il suo recentissimo memoir, edito da ShaKe.

E’ realistico immaginare che, in quella sera del 5 Marzo 1983, presso la palestra del Circolo ARCI Galileo di Reggio Emilia, non ci fosse esattamente il pienone. Eppure la band non sembra farsene certo un cruccio (espressione che assomiglia al “me ne frego” che ce l’ha fatta) e non risparmia mai sudore e fiato. Quella di Altro Che Nuovo Nuovo è una testimonianza profondamente istruttiva, benché non certo imprescindibile, che ci racconta, osservandolo dal buco della serratura, il principio di un epocale e radicale cambiamento nella forma della canzone italiana, i cui effetti sono oggi diventati patrimonio comune della nostra cultura popolare.

7/10

Tracklist:
01. Live In Pankow
02. Punk Islam
03. Sexy Soviet
04. Militanz
05. Onde
06. Stati Di Agitazione
07. Trafitto
08. Kebab Träume
09. Manifesto
10. Valium Tavor Serenase
11. Tu Menti
12. Mi Ami?
13. Morire
14. CCCP
15. Noia
16. Sono Come Tu Mi Vuoi
17. Emilia Paranoica
18. Oi Oi Oi

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