Francesco Gallina è un giornalista musicale che lavora per un altro web magazine italiano molto conosciuto e affermato, nonché scrittore che di recente ha pubblicato due interessantissimi volumi. Il primo ‘Donne Rocciose’, dedicato a 50 interpreti del rock che hanno rappresentato una fondamentale importanza nel panorama della musica rock di tutti i tempi e ‘Adepti della Chiesa del Metallo’ un lungo percorso che lega i sostenitori dell’heavy metal in tutte le parti del mondo (troppo semplicisitica questa riassuntiva esplicazione).

Ma con lui, da Francesco a Francesco, ci sono dei momenti di vita comune vissuti alla metà degli anni ottanta… non ci vediamo da molti lustri, ma…

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Sicilia, Messina, metà anni ottanta. Non ricordo come ci siamo incontrati, ma ricordo questo… metal, metal, metal!!! A colazione, pranzo, cena, nei pub in zona Duomo, nei pub di via Cannizzaro, a casa di Giovanni e in giro per la città. E Tanino (si chiamava così) che fece un frontale con un bus e motorino, lui guidava il motorino… E dopo tutti questi anni eccoci qui a parlare di metal, metal, metal… Oltre ai capelli e barba ingrigiti, qualche ruga, l’insonnia e la famiglia, è cambiato poco. E tanti concerti… A proposito… concerti. Un enorme peccato, un disastro con questo covid del cavolo che sta distruggendo la vita di un sacco di persone, bloccando i processi economici e devastando il modo dell’arte. Che ne pensi, che succederà alla musica, quale sarà il suo futuro?

Ciao Giona (per me sei sempre Giona), è un piacere parlare di nuovo con te dopo tutti questi anni e constatare che siamo rimasti due pazzi per il metal come a 18 anni. Io però sono rimasto più lucido, perché ricordo anche come ci siamo conosciuti, eh eh eh… Edicola Corso Cavour/Piazza Duomo, quella a fianco del liceo Maurolico. Io che arrivo dalla discesa che porta alla piazza, tu che guardi le riviste esposte, due magliette metal addosso (io di “I’m a Rebel” degli Accept, tu forse dei Maiden – o forse Motorhead, aggiungo io…) e questo basta per parlarci immediatamente. Perché, come certo ricorderai, allora essere metallari significava essere alieni al contesto sociale. E quando due alieni si trovano per caso su un altro pianeta, è naturale che si parlino, no? E poi la band, le prove, i pub, il cazzeggio per la città e Tanino che quasi si ammazzò quasi contro quel bus. Ma non con un motorino, bensì con la mia Harley/Cagiva che gli avevo venduto senza fare il passaggio di proprietà, con tutti i guai conseguenti. Cazzate che si fanno da ragazzi. E ora, quando i 50 li abbiamo alle spalle da un pezzo, ancora metal, tanti concerti vissuti e altrettanta incertezza su quelli futuri. Purtroppo non sono ottimista né sul breve, né sul medio periodo. L’unica via per uscirne fuori in tempi accettabili è un vaccino sicuro, efficace e la vaccinazione di massa per poter di nuovo accogliere centinaia di persone davanti a un palco. Il primo dovrebbe arrivare in tempi tutto sommato accettabili, per la seconda dipende dalla gente e basta leggere le cronache o guardare un TG per vedere come siamo messi. Poi c’è l’incognita economica. Quanto saranno in grado gli organizzatori di mettere insieme un budget per ripartire dopo un fermo così lungo? Quanti saranno sopravvissuti alla chiusura dei loro locali? E ancora: tutto dipenderà dalla risposta del pubblico ai primi fest o ai singoli concerti. Torneremo in massa a presenziare o avrà il sopravvento la paura e alcune logiche provinciali su costi che magari potrebbero essere mutati a causa del contesto? I concerti in streaming a pagamento diventeranno norma? Vedremo.

Ci ritroviamo dopo così tanto tempo, e adesso svelo ai lettori come ci siamo ‘ritrovati’… un giorno leggendo degli articoli sul sito su cui lavori, noto una foto e dico… ‘cavolo, ma quello sono io in un festival, non ricordo la data, a Reggio Calabria, e sono in compagnia di Francesco, Giovanni e Gino!!!’ hahahhaah e comincio a ridere!!! Un tuffo e un ricordo che non avevo cancellato, poiché ho ancora la cassetta dei ‘Nuclear Simphoni’ con la – i -, e il ricordo di una serata impensabile al sud di metà anni ’80 con Shining Blade, Schizo se non ricordo male. E, sempre se non ricordo male, gli Schizo non suonarono perché il bassista si era rotto la mano o il polso… hahahahah. Da allora quello che era un bellissimo passatempo è diventato uno straordinario passatempo… concordi?

L’Hurlant Militia On Stage di Reggio Calabria. Evento clamoroso visti i tempi e il luogo, con Tyrant Town, Loadstar, Headcrusher e le band da te citate. Sì, gli Schizo non suonarono per un problema a una mano di Alberto Penzin (almeno, ufficialmente) e tra il pubblico c’erano dei poco più che imberbi Incinerator, il cui batterista continuava a dare dell’inumano a qualunque collega di un gruppo estremo si nominasse. Ho ancora tante foto di quel giorno. Gino continua a suonare, oggi con gli Shivers Addiction, ed è un mio lettore. A dimostrazione di come certi legami restino negli anni anche se gli incontri fisici sono rarissimi. Verissimo: quel passatempo – che già passatempo non era perché lo vivevamo come ragione di vita – ha attraversato la nostra esistenza. Ci ha dato forza, ci ha consolato, ci ha sostenuto e nel nostro caso, ci ha pure fatto conoscere tanti di quei musicisti che vedevamo solo sulle copertine dei dischi che compravamo. Soldi nemmeno a parlarne, ma tutto sommato ci è andata davvero bene, per come la vedo io.

E infatti ti ritrovo a fare la stessa cosa che faccio  io, lo stesso vale per te… tranne che tu sei più preciso e io sono sempre a gridare ‘Sex & Drugs & Rock’n’Roll…’ hahhaha

Il solito casinaro, sbevazzone e “smicciafimmine”. Se non ci fossi stato io a dare quel giusto tasso di serietà alla compagnia tra una birra e l’altra… eh eh eh…

Mi fa piacere aver visto i tuoi 2 libri… ‘Donne Rocciose’ e ‘Adepti della Chiesa del Metallo’, due lavori differenti ma legati da un unico filo, ovviamente metallico. Quando è stato che hai avuto l’idea di scrivere il primo? Folgorazione, fulmine elettrico degli AC/DC in testa? riflessione data da esperienza, sana incoscienza, mettersi alla prova a 50 anni, passione… e soprattutto non ti è bastato il primo ma il secondo… ovviamente scherzo…

Un po’ un misto di tutto questo. Da un lato il constatare che in tutti questi anni avevo scritto e incitato altri a scrivere (anche libri poi di successo) in maniera davvero imponente ed era quindi giusto dare al tutto una dimensione superiore utilizzando anche parte di tutto ciò che avevo fatto, dandogli un senso ufficiale se vuoi. Dall’altra il sapore della sfida a un’età in cui altri cominciano a tirare i remi in barca, ma anche l’incoscienza ha avuto come sempre un ruolo importante. Del resto il mio problema è sempre stato cominciare a fare le cose. Poi, una volta partito, sono difficile da fermare e anche da contenere, se mi consenti. Ho proposto il primo testo in forma ancora abbozzata ad alcune case editrici non EAP e dopo soli tre giorni la Arcana ha manifestato il suo interesse per l’opera e ad undici dal primo invio mi ha mandato un contratto editoriale. Meno di cinque mesi dopo ero già in libreria, distribuito da Feltrinelli. Il secondo libro è totalmente diverso dal primo, un po’ come quelle band che dopo il successo del disco d’esordio, invece di battere il ferro finché è caldo ne fanno un secondo di altro stile. Sconcertando il pubblico, ma seguendo il loro estro assecondando le pulsioni artistiche dei musicisti e non il mercato. E allora dopo i “50 ritratti di femmine rock – dalla contestazione alle ragazze del 2000” che sono stati anche e sopra tutto il pretesto per parlare del ruolo della donna attraverso i decenni, un saggio socio/filosofico sugli “Adepti” della nostra chiesa musicale che, partendo proprio dal ricordo di quelle nostre giornate a Messina durante gli anni 80 e dei concerti cui abbiamo assistito, parla non solo del metal come cultura ad ogni livello, ma di noi come società nella sua interezza. Di come eravamo e di come siamo diventati, non solo come metallari.

Quale donna del rock ti ha davvero impressionato e perché e quale ti ha colpito di meno, fra le ‘tue’ 50? Lo so le donne sono delle stelle di cui non si può dire nulla che non illumini il nostro percorso, ma c’è qualcuna che a tuo parere ha qualcosa che non va?

Guarda, so che può sembrare una frase fatta buttata lì per dare valore al proprio lavoro, ma davvero: se sono tra le 50, c’è una ragione per tutte. Certamente alcune sono più importanti di altre, per carità. Una che mi ha stupito e affascinato per la sua preparazione durante le ricerche che ho svolto per scrivere il capitolo che la riguarda è Floor Jansen. Anche Cristina Scabbia mi ha molto ben impressionato quando l’ho conosciuta, mentre Morgana mi ha fornito materiale davvero molto personale e “denso”, ma mi sono affezionato a tutte. Forse di più a quelle che non ci sono più come Wendy O. Williams. Quella che forse è stata meno “metallica” negli anni, tanto che da odierna e raffinata donna d’affari nel ramo vinicolo non fa nemmeno menzione del suo passato rock sui social è Lisa Dominique. Una musicista che ho incluso proprio per fornire un ritratto di artista minore, ma dal percorso singolare e interessante. Ognuna ha certamente dei difetti, ma come tutti noi. A titolo di curiosità, The Great Kat ha ripostato compulsivamente sui suoi social il fatto di essere stata inclusa nell’opera e mi ha scritto anche in privato.

La ‘Chiesa Elettrica’ lega tutti gli adepti che riescono subito a riconoscersi fra migliaia di persone. Uno sguardo, un cenno, il modo di camminare e di muoversi. In tutte le parti del mondo e tu ti sei voluto spingere anche al di fuori dell’Italia… perché…

Perché certe volte guardare lontano può servire a capire meglio qualcosa di noi stessi. La situazione politica di Paesi come Iran o Afghanistan può descriverci cosa significa davvero rischiare grosso per suonare metal e vivere realmente sotto un regime. Una condizione che ci ha riguardato fino a qualche decennio fa e che adesso sembra essere stata dimenticata da moltissimi. Prendere atto dello sviscerato amore per il metal e per l’abbigliamento esagerato a base di pelle e borchie dei Cowboys del Metal del Botswana, riportarci a quando per tutti noi era più che una passione, ma una ragione e una filosofia di vita. Anche questa una condizione che sembra riguardare sempre meno persone, portando a vivere quella che dovrebbe essere dedizione pura come semplice riempitivo, distrazione o poco più. Parlando anche dei sacrifici che da quelle parti devono ancora fare solo per disporre di strumenti musicali. Citando un passo del libro e per far capire a tutti come e perché descrivere certe scene per parlare in realtà di noi stessi, parlando del Botswana ho scritto fra l’altro: “Difficile emancipare un contesto per forza di cose fatto di piccoli numeri e di molti fan che partecipano formalmente alle serate, salvo poi restare fuori dal locale per sfoggiare la propria tenuta da perfetto metallaro mentre i gruppi suonano, perché ha speso ogni proprio avere per la tenuta stessa. Il problema della partecipazione, però, è divenuto ingombrante anche in l’Italia, dove ormai non è per nulla raro vedere tanta gente che non entra nel locale dove un gruppo sta suonando, perché ritiene troppo alto il prezzo del biglietto (non raramente al di sotto dei dieci euro per vedere varie band) e passa la serata criticando l’organizzazione senza avere alcuna contezza delle spese da affrontare per allestire un evento anche modesto. Salvo poi spenderne il doppio in birra in altri locali dove suona un’inutilissima tribute band, magari di amici, che suona canzoni dei soliti otto/dieci nomi, Ligabue e Vasco Rossi in testa, contribuendo all’appiattimento dell’encefalogramma culturale collettivo. Un giro a volte molto provinciale, quello italiano, fatto di molti like alla pagina del proprio gruppo chiesti su Facebook senza nemmeno essersi presentati dopo una richiesta di amicizia e di pochi gesti concreti”.

Ma come spiegare il legame che unisce questa umanità e che la rende così speciale (se speciale davvero non saprei)?

Non c’è niente da fare, devi esserci dentro per capire cosa voglia dire. Quella totale fratellanza che purtroppo si nota sempre meno, quella che ci ha portato a parlarci quel pomeriggio di così tanti anni fa in Sicilia, che ci fa essere uno anche dopo decenni che non ci si sente, ci rende davvero speciali ed è difficile da comunicare a chi non ne è parte. O non ha mai vissuto questa condizione pur essendo teoricamente parte del giro. Però, come abbiamo già accennato, è anche vero che molti non vivono più la scena con questa attitudine, purtroppo. Forse un segno dei tempi, forse siamo esagerati noi, non so. Sta di fatto che da questo punto di vista io non cambierei per nulla al mondo. Non per niente si tratta di una “Chiesa”, quindi di qualcosa che ha a che fare con una fede. Laica in questo caso. Tanto che nel libro traccio un parallelismo tra la struttura di quella ufficiale e il mondo del metal, dimostrando la sovrapponibilità quasi assoluta dei modelli comportamentali e della comunicazione ai “fedeli”.

Qual è stato l’apprezzamento più interessante che ti ha inorgoglito o che più ti ha fatto piacere a proposito dei tuoi due libri?

Fino a ora non ho ricevuto critiche negative per nessuna delle due pubblicazioni e anche se so che potrà capitare in futuro – da recensore devo essere in grado di accettare eventuali bocciature, se validamente motivate – credo che la cosa che mi ha fatto più piacere sia stato il fatto che “Adepti della Chiesa del Metallo”, pur essendo un libro che parla di HM, sia stato inserito da tutte le piattaforme digitali (Amazon, IBS, etc.) nella categoria “Storia e Studi Sociali”. Dandogli così un riconoscimento implicito in questo senso e un valore culturale al metal. Obiettivo che del resto sta dietro tutto il mio lavoro.

Spesso si sente dire che il rock o il metal sono generi per gli ‘sfigati’, reietti che non valgono niente… E a volte il mondo della musica dura è legato a degli episodi davvero raccapriccianti, tra violenza, occultismo e crimini efferati. Vorrei un tuo parere a tal proposito.

A dirlo sono degli sfigati – termine che odio, per inciso – che non dispongono di una quantità di neuroni sufficiente a vedere la realtà dei fatti. O comunque gente superficiale a dir poco. Io definirei invece il metal come un grande scudo protettivo contro la vita, che protegge, consola e fortifica senza bisogno di violenza (che viene sublimata dalla musica) per sopravvivere alla durezza del quotidiano. Non è un caso che anche di aspetti sociologici come questi mi sia occupato in “Adepti della Chiesa del Metallo”. Fermo restando che ogni tipo di violenza è da condannare e che certi episodi sono esistiti e non si può negarlo, non si tratta però di “fenomeni di sistema”, per così dire, ma di deviazioni efferate da un sentiero che invece e paradossalmente se visto dall’esterno, usa la violenza in musica per esorcizzare quella reale. Il tasso di criminalità presente nel metal non è inesistente, ma è pari o addirittura inferiore a quella di ogni altra categoria. Noi facciamo più “colore” nella cronache, ma approfondire non è sport gradito dalla massa. Citando ancora una volta il libro: “Questo vuol dire che l’ambiente in analisi sia totalmente esente da brutalità, dall’uso di droghe e in generale dai fenomeni negativi che abbiamo giornalmente sotto gli occhi guardando un qualsiasi compartimento della nostra collettività? Assolutamente no, come dimostrato per citare un esempio più che eclatante, ormai storicizzato e condannato con sentenza passata in giudicato, dall’omicidio di Euronymous dei Mayhem da parte di Burzum e l’alone oscuro di estremismo anticristiano di quella cerchia e di quel periodo che portò a episodi esecrabili. Oppure, per passare di palo in frasca e sempre in senso più che negativo, l’arresto nel 2018 per pedopornografia di Karl Logan, chitarrista dei Manowar o ancora la “questione del ‘negligent rape’ (tecnicamente ‘stupro colposo’) che costò a Roger ‘Infernus’ Tiegs svariati mesi di galera […] Il punto è però un altro. Il metal è semplicemente un fenomeno umano e come tale, presenta “naturalmente” una parte negativa, addirittura morbosa. Ma non è la musica a generarla, fomentarla e incoraggiarla. Anzi, contribuisce a stemperarla. Certo, proprio in quanto prodotto dell’uomo, anche il metal contiene al suo interno gente che sarebbe meglio non facesse parte né di questa, né di qualunque altra tribù umana, ma non più che tra gli ingegneri, gli idraulici, le casalinghe o gli avvocati che ascoltano i Modà, Laura Pausini o Biagio Antonacci e il sabato sera frequentano discoteche IN. Luoghi di ritrovo in cui gli servono a prezzi osceni bicchieri pieni di ghiaccio e vaghe tracce di uno o più alcolici che tracannano mentre si pavoneggiano nei loro vestiti firmati. Magari zeppi di cocaina, dopo aver lasciato i figli piccoli alla tata oppure ai nonni”.

Le vecchie generazioni di rocker e metalhead spesso non trovano nel rock e nel metal moderno quel fuoco che negli anni ’70 e ’80 bruciava le loro anime. Le nuove generazioni guardano allo stile dei ’70 e ’80 come qualcosa di importante ma che oggettivamente è molto lontano da loro. Se riflettiamo negli anni ’80 il rock’n’roll era nato da poco, poco più di 20 anni e il rock ancora più giovane; nel 2020 la distanza temporale e il gap (che cagata di parola) aumenta… e aumenterà… già quando si leggeranno queste parole sarà aumentato (il filosofo della domenica)… Secondo te c’è un legame o un qualcosa che possa legare questo ‘sbalzo’ generazionale?

Una frattura culturale e di gusto tra generazioni è un fatto fisiologico. E’ sempre stato così e probabilmente così sarà sempre. Tuttavia e per diretta conseguenza della totale differenza nella velocità con cui questo avviene causata dall’avvento delle nuove tecnologie, oggi si avverte in misura maggiore rispetto al passato. In ogni campo. Per quanto riguarda la musica, durante gli anni che citi, i nostri e quelli precedenti, non c’era modo di partecipare alla scena se non spostandosi fisicamente per assistere ai concerti, vedere i propri “compagni d’arme”, creare nuclei di acquisto dei dischi tra amici quasi sempre senza conoscere niente di quelli comprati per corrispondenza (e anche di questo troverai ampia cronaca nel libro). Questo e tutto il contorno portava a una maggiore interazione tra generazioni diverse. Ma d’altro canto non bisogna nemmeno restare lì a dire: “ai miei tempi sì che le cose erano migliori” e frasi del genere, da vecchietti che guardano i cantieri mentre spiegano agli operai come eseguire il loro lavoro. Partecipare sempre, stare sul pezzo, aggiornati e informati. Sfruttando una tecnologia che del resto avremmo usato senza ritegno anche negli anni 80 se ci fosse stata, cercando la buona musica che ancora esce nel mare magnum della Rete e dando l’esempio ai più giovani. Facendogli vedere che si può apprezzare meglio il nuovo se si sa da dove questo proviene, che Internet è magnifico, ma i concerti vanno vissuti di persona (Covid permettendo) e che è fantastico chattare con l’amico in Thailandia, ma poi andare in birreria con quello che abita nel quartiere vicino al tuo. Insomma: vivere il proprio tempo “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”, per citare Pierangelo Bertoli.

Ma in tutto questo tuo percorso musicale vissuto c’è qualcosa di cui ti sei pentito (oltre ad avermi conosciuto) e vorresti non aver fatto, detto, visto…

Pentirsi vuol dire aver fatto qualcosa in malafede, secondo me. Se mi trovassi ancora nelle medesime condizioni e con le stesse informazioni disponibili, rifarei tutto. Troppo facile dire a posteriori che qualcosa non è stata fatta al massimo. Certo, dopo lo sai sempre cosa hai sbagliato, ma ripeto: se agisci sempre facendo ciò che credi giusto, il pentimento non ha senso. Ho visto anche un paio di musicisti di grido comportarsi in modo ben differente da quello che mi sarei aspettato, ma anche questo è fisiologico, suppongo.

Hai già pensato ad un altro lavoro? Se sì su cosa? Se no, meglio così dai non esagerare 😉

Rifammi la domanda durante la prossima Primavera (e con questo credo di averti risposto 😀 )

La o le band che ancora ascolti e non ti stanchi mai di farlo.

Mi sono portato appresso tutto e tutti. Dagli Iron ai Motorhead passando per tutti i gruppi medi o minori che ci registravamo su nastro e che ho ancora tutti, che oggi ascolto insieme ai Jinjer, i Dir En Grey o i Finntroll. Non mi stacco da nessuno. Ozzy, i Venom, i Loudness oppure i Bashful Alley accanto alle band contemporanee.

Aggiungi tu qualcosa a tuo piacere…

Intanto grazie ai lettori per la pazienza dimostrata nell’aver letto gli sproloqui di un vecchio logorroico (ammesso che qualcuno lo abbia fatto fino in fondo) e sopra tutto voglio dirti quanto è stato bello tornare a pensare a certi giorni e a certe situazioni vissute insieme. Pazzesco pensare a quanti anni siano passati, a quanta vita ci siamo lasciati alle spalle. Eppure siamo ancora qua, sempre assetati di metallo. (Qui se fossi un poser dovrei citare Vasco Rossi, ma mi asterrò 😉 )

Bene adesso basta così. Non ci vediamo da una vita non vorrei esagerare con tutto questo parlare virtuale… In fin dei conti sei solo un metallaro sfigato…

E anche parecchio. Sfigatissimo. Ciao Giona, grazie e…. metaaaaaaaaaaaaallll 😀 (da urlare con faccia stravolta, birrazza del discount in una mano e corna alte con l’altra).

 

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Born to Lose, Live to Win | Rock'n'Roll is my life, so... long live rock'n'roll !!!

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