Frontiers Records – Settembre 2012

Ebbene sì! Lo ammetto! Sono un inguaribile nostalgico, e porca miseria ci casco sempre! Difatti, ogni qualvolta si ripresenta l’occasione di un’uscita discografica legata ai grandi nomi del passato che tanto contribuirono all’ascesa durante gli anni ottanta del nostro adorato genere musicale, le aspettative sono altissime, di conseguenza le speranze di ritrovarmi tra le mani un nuovo piccolo gioiellino vanno subito alle stelle, ma puntualmente, come in questo caso, rimango amaramente deluso!

Mi duole ammetterlo perché li ho sempre seguiti con un certo interesse ed ammirazione ma dopo questo ennesimo fallimento non posso far altro che constatare come il progetto Dokken sia ‘scoppiato’, fallimentare ed inutile nel 2012!

Dopo il clamoroso scioglimento del 1989 ci hanno provato molteplici volte a rientrare in primis con la formazione originale con tanto di George Lynch… ma niente! Don ha chiesto in seguito aiuto e impegno a chitarristi altisonanti: John Norum, Reb Beach ed altri ancora da piazzare al suo fianco nelle molteplici incarnazioni della band che nel corso degli anni si sono susseguite… inutilmente! Album come “Shadowlife”, “Erase The Slate” e “Lightning Strikes Again” balzavano puntualmente fuori ogni due/tre anni promozionalmente citando in modo poco accurato e oltremodo maldestro – illudendo cosi i pochi fans rimasti con orecchio vigile – un ritorno alle brillanti sonorità di un tempo, per poi puntualmente finire nel dimenticatoio di scaffali polverosi. Sì! Ok! Qualche bel pezzo saltava fuori di tanto in tanto ma mai nulla di clamoroso, nulla da far eccellere nuovamente la band verso vette olimpiche. Niente da fare!

Settembre 2012: Don Dokken e i suoi sgherri ci riprovano per l’ennesima volta, ma aimè, la magia presente in maniera massiccia nel magico trittico ottantiano “Tooth & Nail”, “Under Lock And Key” e “Back For The Attack” non c’è più, è andata svanendo, album dopo album via-via uno dopo l’altro! E dire che l’opner “Empire” mi avevo letteralmente fatto sobbalzare dalla sedia come un cazzotto sferrato in piena faccia e senza mezzi termini, ma già dalle note della title-track (sebbene si difenda piuttosto bene grazie ad un azzeccato ritornello) avevo intuito che le cose non si stavano mettendo per il verso giusto, ma tant’è… quindi proseguiamo nell’ascolto di questo “Broken Bones”. Le seguenti quattro (dico 4) canzoni sono tragicamente tutte simili e difficilmente distinguibili, prolisse e noiose all’inverosimile. Sono sconcertato! Bisogna attendere il valido arpeggio di “Burning Tears” per far smuovere le acque, ma aimè, è giusto lo spazio di pochi secondi e ci risiamo da capo! Questa dovrebbe farci propendere di essere al cospetto della classica ballad presente in ogni disco di classic american rock che si rispetti, ma anche dopo svariati ascolti continua a non convincere. Don canta sempre meno e sussurra sempre più, questa è la verità, non ci siamo proprio.

La cover di “Today” dei Jefferson Airplane non arriva per farci tirare il fiato come sarebbe lecito attendersi dopo 20 minuti di sferzate metalliche, tutt’altro, dato che ‘piazzata’ in questo preciso punto dell’album rende l’ascolto ancor più affannoso e le palpebre tendono inevitabilmente a calare tra uno sbadiglio e l’altro. Sì! Avete letto bene. Il disco è ben suonato, nulla da eccepire, ma è una palla allucinante! Jon Levin talentuoso chitarrista già visto in passato alla corte della evergreen Doro, tenta di indossare i panni di George Lynch fallendo irrimediabilmente per l’ennesima volta, e sebbene il suo guitar-work sia di altissimo livello, viene soffocato a causa della sterilità del song-writing. Sacrificato! Questo chitarrista, a parer mio, potrebbe rendere 100 volte di più al di fuori da un contesto differente che non debba ogni volta confrontarsi e dover rendere conto ad un passato importante con cui è difficile cavarsela senza lividi! “For The Last Time” e “Fade Away” sono un po’ meglio di quanto ascoltato sinora, ma neppure loro riescono a risollevare un album troppo monocorde, moscio e noioso all’inverosimile, mentre la conclusiva “Tonight” come un monellaccio irriverente di quartiere malfamato tenta di alzare un attimo la cresta, ma l’illusione dura il tempo di un riff vigoroso giostrato abbastanza bene su un gradevole up-tempo, ma guardata con occhio critico, questa song non avrebbe mai potuto trovare spazio nei capolavori sopracitati degli anni ottanti, appartenenti ad un momento magico sia della band nonché del genere melodico a stelle e strisce tutto.

Cala così il sipario sull’ennesima uscita deludente dei e di Dokken e non sto neanche più ad esporvi il mio rammarico su ciò che poteva essere e invece non è stato, ne prendo semplicemente atto incassando alla bene meglio come un pugile esperto un tempo abituato a vincere facile. Se siete fans della band non devo certo suggerirvi l’acquisto di “Broken Bones”, dato che regolarmente la farete, ma a parte il sorriso che sicuramente vi strapperà l’opner “Tonight” avrete poco da gioire e converrete ben presto con questa mia amara recensione.

Stando alle ultime indiscrezioni il buon Don sarebbe ora in combutta con ‘Mad’ Michael Schenker per un nuovo progetto che dovrebbe dare qualche segnale di vita verso la metà dell’anno venturo, ma conoscendo i personaggi credo che non dureranno neanche 3 mesi dall’imminente annuncio, dato che Schenker spaccherà tutto lo studio di registrazione, metterà le mani addosso a Dokken e se ne tornerà alla neuro… chi vivrà vedrà…

www.dokken.net

Tracklist:
1. Empire
2. Broken Bones
3. Best of Me
4. Blind
5. Waterfall
6. Victim of the Crime
7. Burning Tears
8. Today
9. For the Last Time
10. Fade Away
11. Tonight

Band:
Don Dokken – voce
Jon Levin – chitarra
Sean McNabb – basso
Mick Brown – batteria

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