Lo scorso 4 ottobre al Fabrique di Milano è andata in scena una delle serate più –core degli ultimi tempi: sono tornati headliner sul palco i Killswitch Engage, affiancati per l’occasione da Fit For An Autopsy, Decapitated ed Employed To Serve in apertura.
Abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Justine Jones, voce degli Employed To Serve, band metalcore britannica, la prima a salire sul palco portando in tour il loro ultimo lavoro in studio, dal titolo Fallen Star, uscito lo scorso aprile per Spinefarm Records. Torneranno in Italia nell’estate 2026 il prossimo 23 luglio, per una data con In Flames e Bleed From Within nella cornice di BOnsai Bologna, presso il Parco delle Caserme Rosse.
- Ciao Justine! Avete appena finito di suonare qui al Fabrique! Com’è andata?
Ciao! Il pubblico è stato incredibile nonostante non abbiamo mai suonato così presto al di fuori dei festival, il fatto che le persone fossero così prese bene nel moshpit già a quest’ora del pomeriggio per la prima band della serata è molto bello da vedere. Abbiamo già suonato a Milano tre o quattro volte e ogni volta che torniamo è davvero divertente.
- Avete iniziato il tour poco fa, questa è la quarta data giusto?
Sì! Ci sono stati un po’ di giorni di viaggio nel mezzo, sono due settimane in tutto. Abbiamo fatto da poco la Full Metal Cruise, sul Mar Baltico. Quindi abbiamo iniziato il tour in Polonia, passando per Riga arrivando fino al Portogallo.
- Com’è stata l’esperienza in crociera? Com’è rispetto ai festival e le altre date abituali?
Assurda. Piena di persone, birre… Eravamo sul “pool stage” in piscina, in mezzo a quella che di fatto è la venue e vedevamo comunque persone nei wall of death. Più che andare a lavoro e percepirla come esperienza lavorativa, è stata davvero come una vacanza: suonavamo e poi tornavamo nella nostra cabina piena di cibo e drink, davvero una bella esperienza!
- Parliamo un po’ del nuovo disco, Fallen Star: la copertina mi intriga molto, come siete arrivati alla scelta di questo artwork? Vedo diversi elementi al suo interno, mi chiedo se ci sia una storia dietro, un qualcosa che li collega l’uno all’altro, dato che vedo dei rimandi alla copertina del vostro secondo disco, The Warmth of a Dying Sun…
Volevamo riportare proprio il sole, che è la nostra parte preferita dell’artwork del secondo disco. È un po’ come una mascotte, quindi volevamo riproporlo in questo ultimo disco, a otto anni di differenza dal secondo, un po’ per celebrare l’anniversario dall’uscita.
Questa cosa mostra anche il percorso tra un disco e l’altro, il modo in cui siamo evoluti: nel periodo del secondo disco avevamo poco più di vent’anni, quest’ultimo disco invece è più maturo e positivo ed è per questo che volevamo riportare il sole sulla copertina, ci sembrava davvero adatto. In copertina ci sono anche elementi del terzo disco, Fallen Star ci è sembrata l’occasione per far sì che gli elementi della nostra discografia si amalgamassero al meglio, sulla copertina ci sono vari rimandi a tutti i nostri dischi precedenti.
- Ha perfettamente senso, tra l’altro ho notato qualche anno di distanza tra Fallen Star e il disco precedente, Conquering: c’è stata la pandemia di mezzo, come ha influenzato il processo creativo? Possiamo dire che Fallen Star è l’inizio di una nuova era per gli Employed To Serve?
Assolutamente! Di solito ci sono un paio di anni di distanza tra un disco e l’altro, gli ultimi dischi sono dei “covid album”, il terzo è uscito a maggio 2019 e abbiamo avuto possibilità di portarlo in giro solo per sei mesi prima che iniziasse il lockdown. Conquering è arrivato nel 2021, ci è sembrato opportuno prenderci del tempo per far uscire Fallen Star quest’anno. Non perché non fossimo soddisfatti o perché avessimo bisogno di una pausa, semplicemente perché volevamo rendergli giustizia portando la musica in tour il più possibile. Allo stato attuale delle cose abbiamo quattro album, decisamente abbastanza materiale per suonare dal vivo, non vogliamo fare le cose di fretta e abbiamo voglia di suonare le nostre canzoni.
- Dovrebbe essere così per ogni band!
Sono d’accordo! Quando inizi a scrivere un album è stressante perché tutti vogliono essere più prolifici possibili, fare un disco dopo l’altro non lo definirei noioso, ma è un’abitudine che non mi fa impazzire. Ti tiene bloccato nella produttività e nella quantità, a volte sacrificando la creatività e la qualità. In questo disco ci siamo presi il giusto tempo per lavorare a ogni singola canzone, riarrangiarla e registrarla una per una. È capitato che lavorassimo a una singola canzone per un giorno intero ed è la cosa migliore.

- A proposito, ho visto delle collaborazioni interessanti in questo ultimo disco: Will Ramos dei Lorna Shore, lo stesso Jesse Leach dei Killswitch Engage, Serena Cherry degli Svalbard… Come avete scelto le voci per le vostre collaborazioni? Come sono nate?
Non ci piace avere collaborazioni a tutti i costi nelle canzoni, ci piace solo se davvero funzionano e se le canzoni lo richiedono. Abbiamo iniziato con Serena Cherry che è un’amica, senza la sua voce non avremmo avuto quella canzone specifica nel disco perché le mancava qualcosa. Abbiamo scritto quella canzone pensando a un registro vocale più alto rispetto al solito, lei era la scelta perfetta e poi è un’amica, ci conosciamo da dieci anni e la sua band è uscita in contemporanea con la nostra, abbiamo fatto tour assieme, l’abbiamo scelta anche per celebrare tutti questi anni di amicizia. Purtroppo non abbiamo incontrato Will Ramos per il brano con lui ma l’abbiamo scritto pensando di volere lui in particolare e siamo stati fortunati abbastanza da riuscire ad averlo nel nostro disco, era libero abbastanza da tour e impegni per poter registrare.
- Quindi avete lavorato alla canzone da remoto?
Gli abbiamo mandato la demo con delle idee su come l’abbiamo pensata noi ma era ovviamente liberissimo di fare quello che lo convincesse di più. È stato sorprendente perché siamo abituati a sentirlo nel death metal, non pensavo fosse così bravo nelle voci clean! Poi abbiamo lavorato assieme alla registrazione del videoclip e lì ci siamo visti di persona. Anche Jesse Leach nella collaborazione che abbiamo con lui ha fatto un lavoro in extrabit fighissimo, è salito sul palco con noi appositamente per quella canzone, come avrai visto.
- C’è qualche curiosità sul disco che hai voglia di raccontarci? Processi creativi, canzoni che ce l’hanno fatta e sono nel disco, canzoni che non sono nel disco, avventure varie…
Abbiamo un paio di canzoni che non abbiamo messo in tracklist anche se le adoriamo, magari le facciamo uscire prima o poi. Sarebbero stati ottimi come singoli ma nel contesto dell’intero disco non ci sembravano funzionare, le teniamo da parte e poi si vedrà. Una di queste due canzoni ha assolutamente bisogno di un guest, dobbiamo lavorarci di nuovo e trovare la persona giusta…
- Tornando proprio al discorso collaborazioni, quale delle voci che avete su disco è più impegnativa da “replicare” dal vivo, in loro assenza?
Decisamente Last Laugh con Serena Cherry, nessuno di noi può replicare la sua tonalità! Non la suoniamo senza di lei, per fortuna è praticamente una nostra vicina di casa in UK, quindi lì abbiamo modo di farla. Non abbiamo avuto ancora modo di beccare i Lorna Shore in tour ma speriamo tanto che accada in modo da poter suonare anche Atonement con Will Ramos. E per quanto riguarda Whose Side Are You On? con Jesse, siamo in tour con lui quindi è piuttosto facile e poi è una figata pazzesca.
- Ultimo ma non meno importante: mi hai parlato della registrazione del videoclip con Will Ramos e non è scontato di questi tempi. Sembra che i videoclip abbiano sempre meno importanza ma è un qualcosa con cui siamo cresciuti, come avete vissuto questa parte del processo creativo? Si tratta di qualcosa che avete sentito il dovere di fare o qualcosa che genuinamente avete voluto fare proprio per non darla per scontata?
Un mix di entrambe le cose, direi. Amo i videoclip e li ho sempre voluti fare anche se sono un po’ difficili da gestire per il tempo che ci vuole a registrarli, senza contare che nel mentre sei all’interno del processo di creazione del disco e quindi ti occupi di artwork, canzoni, tracklist e così via. Ai giorni d’oggi, come band, è difficile pensare a cose nuove e avere sempre nuove idee per i video perché sembra essere già stato inventato tutto, ma registrare i videoclip è una parte super divertente e credo sia davvero importante perché le persone hanno bisogno di una specie di collegamento visivo alla musica che ascoltano, di dare un volto ai nomi e alle cose. Questo è stato il modo in cui da ragazzina mi trovavo a scoprire nuove band, tramite i videoclip sulle tv musicali, i CD all’epoca costavano un sacco e forse me ne potevo permettere uno al mese a dir tanto. Ora abbiamo Spotify ma una volta c’erano solo Kerrang, un altro paio di riviste ed i canali musicali quindi sì, credo siano ancora una parte davvero importante della musica.
- Siamo davvero agli sgoccioli e ti ringrazio tantissimo per questa piacevole chiacchierata ma ci tengo a tornare sulla vostra musica: in Fallen Star sento il giusto connubio tra chitarre heavy metal e il vostro sound più moderno. A che punto si trovano quindi gli Employed To Serve, musicalmente?
Abbiamo iniziato più come band metalcore e hardcore, del resto eravamo più piccoli quando abbiamo fatto il nostro primo disco e gli ascolti tra noi erano esattamente quelli: Converge, Slipknot e quel numetal lì. Poi siamo cresciuti e tornati ai classici “big 4” del metal quindi Slayer, Metallica. Sentiamo ancora di avere le influenze hardcore dell’adolescenza ma sentiamo di riuscire a farci ispirare tanto da Iron Maiden, più classici, quanto da In Flames e Soilwork, più moderni. Per noi meraviglioso in ogni caso, stiamo pur sempre omaggiando dei grandi creando la nostra musica!

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