2026 – Sacred Tongue Records

Jay Buchanan è noto per essere il frontman dei Rival Sons, band americana attiva dal 2008. Prima di entrare a far parte della band, Jay Buchanan cantava come solista e fu contattato dai suoi futuri compagni tramite MySpace. L’ascesa discografica dei Rival Sons è stata inesorabile e sicuramente col tempo sono diventati tra le band che davvero meritano di essere ascoltate sia su disco sia live. Buchanan ha collaborato già con svariati artisti di vario genere al di fuori dei Rival Sons. Cito Brandi Carlile, Kaleo, Massive Attack, Bloody Beetroots e Barry Gibb dei Bee Gees. Tutti artisti affermati e diversi tra loro. Qualche mese fa fu annunciato il suo debutto come solista. “Weapons of Beauty” è uscito il 6 febbraio tramite Sacred Tongue Records e segue un’apprezzata partecipazione nel film autobiografico su Bruce Springsteen, intitolato “Deliver Me From Nowhere”.

Jay Buchanan – Rival Sons live @ Firenze Rocks, Firenze – 12.06.2025, Ph. Giulia Breschi

Parto col dire che in questo lavoro c’è ben poco dei Rival Sons, se non la splendida, inconfondibile e caratteristica voce calda di Jay Buchanan. “Weapons of Beauty” è un lavoro molto intimo, dove non ci sono chitarre elettriche e il ritmo è davvero rilassante ed intenso allo stesso tempo. Dieci canzoni, dieci storie che forse non peccano di grande originalità, ma che regalano cinquanta minuti di relax totale. Il potere magico della musica è usato sapientemente da Buchanan, credibile cantastorie di quello narrato in questo album.

“Weapons of Beauty” si apre con la canzone secondo me più bella ed usata come singolo d’anticipo dell’album, intitolata “Caroline”. Lettera sofferta ed essenziale dedicata a una casa o a un amore finito, che introduce un tema ricorrente nell’album, ossia ritorno e perdono. Il video raffigura il percorso di una coppia dapprima in salute e poi malata, con i loro ricordi proiettati sulle pareti della grotta alle spalle di Buchanan che suona davanti alla telecamera. In preparazione per “Weapons of Beauty”, Jay Buchanan è stato nel deserto del Mojave per tre mesi, rintanato a scrivere in un bunker sotterraneo senza finestre. Il suo obiettivo non era tanto la fuga quanto il rinnovamento: vivere in modo semplice in quello spazio minuscolo, alimentato da un generatore a gas, e scrivere alla luce del fuoco ai piedi di miniere d’oro abbandonate. L’album è decisamente cinematografico e il motivo è chiaro. Jay Buchanan ha affidato al regista Scott Cooper, autore del film su Bruce Springsteen, l’ordine in cui le tracce dovevano finire sull’album.

“Durante il volo di ritorno dopo la fine delle riprese, Scott Cooper e io abbiamo avuto una conversazione che mi è rimasta impressa mentre mi recavo direttamente nel deserto. Non voglio entrare troppo nel personale, ma quel giorno vivevamo in qualche modo sui lati opposti della stessa medaglia e lui è stata l’ultima persona con cui ho parlato prima del mio esilio nel deserto.

Mesi dopo, la notte in cui il disco è stato completato, quando l’ho ascoltato per la prima volta, ho pensato immediatamente a lui per la sequenza delle canzoni. L’intera impresa mi aveva lasciato così provato che il piatto era semplicemente troppo caldo per me.

Sapevo che potevo fidarmi di lui, se mi avesse aiutato”.

La produzione dell’album è stata invece affidata allo storico collaboratore e produttore dei Rival Sons, Dave Cobb, e la copertina è stata creata dal famoso pittore americano realista Jeremy Lipking. Pochi davvero i rimandi ai Rival Sons. Sicuramente possiamo trovare qualcosa di loro nel secondo singolo dell’album intitolato “True Black”, che si fa apprezzare anche per parti di tastiera davvero azzeccate. Pezzo che mi ha ricordato anche i The Black Crowes e i Blackberry Smoke. La band scelta da Jay Buchanan per accompagnarlo in questo debutto solista è composta da Brian Allen al basso, Chris Powell alla batteria, Philip Towns alle tastiere e dai chitarristi Leroy Powell e J.D. Simo.

L’esperienza nel deserto finisce pure sotto forma di strofa nella malinconica “High and Lonesome”, lenta e con una slide guitar davvero dominante. Ci sono anche pezzi dal sapore tipicamente soul come “Tumbleweeds”, che è anche quello con maggiore durata, visto che dura 5 minuti e 50 secondi. Questo pezzo è anche quello dove Jay Buchanan canta con tonalità più profonde. “Deep Swimming” è un pezzo dominato dalla batteria di Chris Powell, mentre il pezzo più oscuro e crepuscolare è “Sway”, eseguita lentissima e caratterizzata dal fatto che è solo chitarra acustica e voce. Il pezzo più ritmato è sicuramente “The Great Divide”, un brano dominato da un ritornello assai potente e con alcuni fraseggi di Jay Buchanan che mi hanno portato alla memoria il recentemente scomparso Chris Rea. La titletrack “Weapons of Beauty” è invece un pezzo soltanto voce e piano, un’alternanza molto riuscita che chiude l’album con la voce di Buchanan sugli scudi.

Sicuramente un album che magari in taluni tratti risulta un pelo scontato e, se non si è nello spirito giusto, potrà sembrare noioso. Onestamente non so come potranno accoglierlo i fan dei Rival Sons. Io li seguo dagli inizi e li ho visti sia come headliner sia come supporter e ci ho impiegato un attimo ad apprezzarlo. Una volta superata questa fase, il lavoro sicuramente potrà essere apprezzato per la stragrande maggioranza del tempo.

Mauro Brebbia

TRACKLIST

  1. “Caroline”
  2. “High and Lonesome”
  3. “True Black”
  4. “Tumbleweeds”
  5. “Shower of Roses”
  6. “Deep Swimming”
  7. “Sway”
  8. “The Great Divide”
  9. “Dance Me to the End of Love”
  10. “Weapons of Beauty”

FORMAZIONE

Jay Buchanan – voce
Brian Allen – basso
Chris Powell – batteria
Philip Towns – tastiere
Leroy Powell – chitarra
J.D. Simo – chitarra

Mauro Brebbia
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