A Parma, vibrante, impagabile esibizione del quartetto guidato dagli ex-Dio, Vivian Campbell e Vinny Appice

Sarà che Parma è stata recentemente nominata Capitale della Cultura Italiana per il 2020. Sarà anche che c’è voglia di ‘reagire’ a una situazione che, a livello di attività prettamente live della scena musicale, cominciava ad odorare di stantio.

Fatto sta che, negli ultimi tempi, e soprattutto negli ultimi mesi, autentici ‘pezzi da novanta’ della musica leggera hanno scelto la città emiliana, prossima (o almeno così pare?) a un rinnovamento o rifioritura culturale -complice anche la recente, prestigiosa nomina-come tappa dei propri tour.

Killing Joke, Rival Sons, Sinèad O’Connor (il tour dell’esplicita e polemica irlandese toccherà Parma nella seconda decade gennaio), giusto per fare alcuni nomi, sono solo alcuni tra gli artisti di fama internazionale che hanno calcato i palcoscenici di Parma negli ultimi tempi. A Patti Smith è andato persino l’onore di suonare, ed in elettrico, nel celeberrimo Teatro Regio, autentico tempio della musica classica e lirica mondiale. Il 20 dicembre, sarà il turno di un attesissimo concerto di Natale dei leggendari Jethro Tull di Ian Anderson, che si esibiranno presso la Chiesa di San Vitale, splendido esempio di barocco situato in pieno centro storico.

E stasera, mercoledì 11 dicembre, è stato il turno dei Last In Line, che hanno scelto il Campus Industry Music come unica data del loro tour 2019.

Ed una performance veramente sfavillante, piena di grinta, cuore, e passione (oltre, manco a dirlo, a una notevolissima tecnica strumentale) è, né più, né meno, ciò che i Last In Line hanno regalato ai numerosi accorsi a sostenerli in questa fredda serata di metà dicembre.

In apertura, la simpatia e la frizzante energia delle milanesi Rougenoire.
Amano definirsi “Rock’N’Roll Chicks”, ed infatti il loro sound dinamico, semplice, energico, eseguito con buona padronanza strumentale, ruota intorno alla voce, corposa e ‘soul’ della cantante Leez. Si presentano sul palco in formazione ‘alla April Wine (o Outlaws)’, potendo disporre di ben 3 chitarriste.

L’unico membro maschile della band su sei elementi è il batterista Edo Sala, già visto con i Folkstone.

Confesso di non conoscere per nulla il repertorio di queste agguerrite ragazze e del gentiluomo seduto dietro piatti e tamburi, però il loro sound allegro, frizzante, e disimpegnato mi fa pensare alle Vixen dell’hit “Edge Of A Broken Heart”, così come ai maestri britannici dell’hard rock, Led Zeppelin e Deep Purple, a cui, peraltro, la band lombarda non fa mistero di ispirarsi.

Alle 22 esatte, arriva l’atteso esordio in terra emiliana per i Last In Line.

C’è poco da dire di un’esibizione che sfido chiunque tra i presenti di questa sera a non definire assolutamente eccellente e carica di pathos.

Nel corso di 27 lunghi anni spesi in giro per i club e i festival di mezza Europa, giuro che raramente mi è capitato di assistere a performance di cotanta intensità. Non finisce di stupire, soprattutto, Andrew Freeman, che, più che essere una ‘spalla’ per i Green Day, è un vocalist dotato di un carisma, di un talento, e soprattutto, di una voce veramente straordinari. Davvero un musicista completo, e molto di più che un ‘session man di lusso’. E che dire dell’ex-Ozzy Osbourne, Phil Soussan? Sostituire il compianto Jimmy Bain, noto, oltre per il suo passato nei Rainbow del testardo e umorale Ritchie Blackmore, anche per essere stato per anni uno degli uomini di fiducia di Ronnie James Dio, è un onere che pochi vorrebbero assumersi. Eppure, Soussan è riuscito ad integrarsi in maniera a dir poco perfetta nella band, aggiungendo un tocco di personalità e non cercando di riproporre pedissequamente le particolari linee melodiche di basso di Bain.

Nella setlist, ampio spazio viene ovviamente dato alle gemme dell’epoca Dio, con “Stand Up And Shout” (versione a dir poco furiosa e posta in apertura, per poco non scatena da subito il pogo), “Last In Line”, “Don’t Talk To Strangers” e “Straight To The Heart”. Ma anche i brani tratti dal repertorio di quanto inciso fin qui dalla band non sfigura affatto dinnanzi a cotanti capolavori, e quindi non deve sorprendere che i Last In Line peschino a piene mani dai due album finora incisi, “Heavy Crown” (2016), e il più recente “II”, pubblicato a febbraio di quest’anno.

“Black Out The Sun”, “Martyr”, “The Devil In Me” e “Starmaker” sono preziose testimonianze circa il fatto che si sta parlando di una vera band, e non di un gruppo che vuole vivere sulle glorie del passato, tutte eseguite magistralmente dalla prima all’ultima nota, soprattutto da un Andrew Freeman veramente spaventoso, che non ha mollato mezza nota (mai un cedimento, mai un calo di voce. Semplicemente impressionante!), prima della chiusa, praticamente obbligatoria, con il sempiterno inno di “We Rock”.

Peccato per la totale esclusione dei brani tratti dallo splendido (e stranamente non considerato alla stregua dei due primi capitoli della discografia dei Dio, “Holy Diver” e “The Last In Line”), “Sacred Heart”, e a poco varrà un piccolo ‘siparietto’ messo in piedi dal sottoscritto con la gentile collaborazione di Andrew Freeman (tranquillo Andrew, giuro che ci vediamo ad Honlolulu!-nda) in cui chiedo con toni quasi di supplica un pezzo qualsiasi del notevole album del 1985, ma nulla da fare.

A riprova della simpatia e gentilezza di tutti i membri dei Last In Line (straordinario Phil Soussan, che a fine show passeggia tranquillamente con il pubblico a firmare autografi, dimostrandosi oltremodo loquace, disponibile e sorridente; ma anche Vivian Campbell, che si sa essere il più schivo dei 4, questa sera si dimostra invece essere molto affabile e garbato con tutti i presenti), l’intera band si rivelerà molto cordiale nei confronti dei fan accorsi ad acclamarli, trattenendosi a lungo con tutti i presenti rimasti in sala al termine dello show.

 

 

 

 

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