Ho il piacere di incontrare Fabio Romagnoli, chitarrista e tastierista dei LUNARSEA, nonché membro fondatore del gruppo. Con lui una lunga ed interessante chiacchierata via mail a proposito di questa importante band romana che da 20 anni ha creato ormai il suo stile all’interno del panorama metal internazionale…

iniziamo?
Iniziamo!

Prima di tutto vi porgo il benvenuto sulla pagine dei Long Live Rock’n’Roll… grazie per averci dedicato il vostro tempo. come state?

Grazie a voi per averci contattato. Stiamo bene grazie, fortunatamente.

E’ un po’ di anni che non abbiamo vostre notizie, discograficamente parlando. Nel 2019 avete pubblicato ‘Earthling/Terrestre‘ (che ha avuto un incredibile riscontro di critica e pubblico e nel 2020 il singolo ‘The Fourth Magnetar‘ (inserito in ‘Earthling/Terrestre‘) e poi? Pandemia di certo, ma poi? come mai questo periodo di pausa?

C’è da fare una piccola premessa.
‘Earthling/Terrestre’ è stato pubblicato a fine dicembre 2019 (Il master venne consegnato ad ottobre). Inizialmente l’idea era di rilasciarlo nel 2020 perchè non avrebbe avuto molto senso pubblicarlo a ridosso delle feste natalizie, visto che le maggior parte delle review sarebbe avvenuta per forza di cose nel 2020.
E avevamo il timore che ci saremmo ritrovati delle recensioni di un album uscito nel 2019, che sarebbe potuto sembrare già “vecchio”, in quanto uno può immaginarsi che fosse uscito il 1 gennaio 2019 non sapendo bene la data di pubblicazione.
In più, nella remota possibilità che il disco fosse piaciuto e inserito in qualche playlist riassuntiva del 2019, non avremmo avuto spazio in quanto già chiuse le “classifiche e playlist personali”
Ma dal precedente album, erano passati 6 anni, e anziché rilasciarlo nel 2020 e farne passare sette, abbiamo deciso di pubblicarlo in extremis nel 2019. Seguito a metà del 2020 da una versione digipack con l’aggiunta di 2 bonus track.

Non abbiamo mai avuto pause, c’è sempre qualcosa da fare, che sia un backup, scrittura di nuovi riff, organizzare live, prove, interviste etc.
La release di un album è un qualcosa di intimo, farla solo “perché’” va fatta o per dimostrare qualcosa è deleterio.
Lo abbiamo già sperimentato in carriera, rilasciare releases ravvicinate senza un piano adeguato di promozione live, finisce quasi sempre nell’avere in scaffale un disco in più in discografia a prendere polvere.

Guarda per esempio i Ramstein. 9 anni di attesa tra un disco ed un altro. Hanno pianificato in questi 9 anni non solo la stesura del disco ma tutta l’organizzazione per gli anni a venire tra tour, di nuovo tour e di nuovo tour e dischi.
O ai Dimmu Borgir che fecero passare 7 anni tra un disco e l’altro, ma nel mentre pubblicarono il fantastico live ad Oslo con l’orchestra

Siamo sempre stati una band underground, dove la musica rimane un hobby e non deve essere una forzatura o un appuntamento fisso. Deve rimanere un piacere far parte della band.
Quindi non avendo vincoli, rilasciamo album quando effettivamente siamo tutti nella condizione, ispirazione, momento di vita ottimale per farlo.

State preparando del nuovo materiale da proporre al vostro pubblico? Coraggio diteci qualcosa…

Certamente, siamo nella fase di scrematura delle centinaia di riff, idee scritte nei passati 3 anni.
Chiuso il cerchio, si passa alla fase di incastro alla tetris di tutti i riff, si cerca di dare una struttura al tutto, a creare una canzone e a dare un mood generale.
Stiamo valutando diversi cambiamenti, il nuovo album (la settima release ufficiale) suonerà come per le precedenti sei, diversa da tutte.

Ho visto che dal vivo vi siete esibiti abbastanza sia in piccoli club italiani che calcando palchi importanti in Italia come quello del Rock in Roma e poi fino in Bulgaria. Come avete vissuto tutte queste esperienze live dalle più piccole fino a quelle più importanti?

A livello logistico, non c’è molta differenza. Puoi trovare la data nel club underground di periferia dimenticato da dio, dove ti trovi benissimo, ben organizzato, con dei bei suoni, e puoi ritrovarti in festival importanti dove regna il caos generale.
E’ tutta una questione di organizzazione dell’evento, non di dove si suona e in che venue.
Personalmente preferisco festival o fare da spalla a gruppi famosi. Ricevo molta adrenalina nel suonare davanti a tante persone, non avendo mai sofferto di ansia da prestazione.

E che differenze avete riscontrato tra le organizzazioni in Italia e quelle all’estero e ovviamente anche che tipo di differenza per quel che riguarda le reazioni del pubblico?

Nessuna in particolare, tutto il mondo è paese. Puoi fare date all’estero davanti a 30 persone, così come in Italia o viceversa.
Dipende anche da dove si vuole battere il ferro in base alle vendite o streaming. Vivendo nel digitale, è abbastanza facile oggigiorno capire quali nazioni hanno più interesse per la tua band e quali meno.
Nel nostro caso, la maggior parte delle vendite/streaming avviene in Germania. Quindi suonando lì si ha una minima certezza di avere un qualche seguito.
Se decidiamo di fare 2 date non so, in Spagna/Francia o in qualche paese sperduto dell’est Europa, sappiamo già che sarà un terno al lotto, e siamo in mano all’organizzazione dell’evento in loco, da come viene gestito/promosso.
Non è varcando i confini nazionali che si trova l’eldorado.
Sfatiamo questo mito che “all’estero è meglio”. No, assolutamente.

Ci sono delle nuove date in programma per il 2023 e soprattutto nuove possibilità per il 2024?

Ci esibiremo il 17 novembre a palestrina al Mentelocale e il 25 novembre a cassino al Metropolis.

E la data di maggior rilievo sarà il 12 gennaio 2024 in INDIA al Word Fest di Chennai, un festival multiculturale della durata di 5 giorni, in cui sono attese 75 mila persone. Non per noi ovviamente, ma il pubblico complessivo del festival.
Siamo estremamente orgogliosi di aver ricevuto questa chiamata.
Immagina lo scenario: Ti trovi come spesso accade a cercare festival in Italia o date, a scrivere mail agli organizzatori, mandando la presskit, chiedendo se ci sono slot, se c’è possibilità di suonare e ad incrociare le dita sperando in una risposta.
Nel mentre fai questo, ti arriva una mail dall’India dicendo che la band è stata scelta come rappresentate italiana per il melodic death metal.
In qualche modo la nostra musica è arrivata fin lì, ed è piaciuta. Cercheremo di onorare la chiamata al meglio delle nostre possibilità.

La domanda te la devo proprio fare… Quanto è difficile suonare in Italia? E rispetto ai vostri inizi, voi siete attivi dal 2003, cosa è cambiato?

Ci sono pochi locali, tante band, pochi organizzatori, c’è tanta domanda e poca offerta.
Bisogna sempre fare a sportellate in qualche modo o a scendere a compromessi per trovare una opportunità, non importa se suoni da 1 mese o 20 anni, c’eèsempre da combattere.
Non ci si annoia mai.

2003 – 2023… Sono quindi 20 anni che esiste LUNARSEA. auguri, un compleanno importante, un momento da non sottovalutare… Quali ricordi affiorano alla mente pensando ai giorni in cui avete iniziato e quali emozioni ne scaturiscono? E quali i propositi per il futuro?

Quando venne a mancare Andre Matos, vidi una video intervista di Kiko Lourerio in cui lo ricordava e celebrava. Parlava quasi esclusivamente degli inizi, pochissimo del mezzo o della fine. E mi chiedevo come era possibile visto che la maggior parte delle soddisfazioni la hanno avuta strada facendo.
Quindi mi sono fatto la stessa domanda io, ossia quando penso ai LUNARSEA, cosa mi viene in mente.
E ugualmente la risposta è la stessa di KIKO. Il primo pensiero è sempre agli inizi, quando si passavano week-end a casa a suonare con un ampli da 15w, con una chitarra sottomarca dell’Ibanez, mentre tutti i tuoi amici andavano a divertirsi, uscivano la sera, e tu eri lì a suonare e suonare.
A quando per la prima volta hai scritto un brano della band, alle primissime registrazioni dei demo, senza una lira, a dover affittare la strumentazione da ‘your music’, portarla a casa, sbrigarti a registrare e a non danneggiarla.
A quando mandavi il demo alle webzine per posta, a refreshare le webzine in continuazione sperando venisse recensito e sperando fosse buona.

LUNARSEA è sinonimo di contrapposizione, di gioco degli opposti. Il vostro viaggio interiore, musicalmente parlando, dimostra proprio questa alternanza, separazione, ambivalenza ma anche unione e fusione. Il tutto connesso a sonorità potenti e passaggi armoniosi, voci che squarciano l’aria e aperture melodiche che distendono e creano una breccia nella mente. Il flusso compositivo e creativo è nato da una serie di punti di vista studiati o da uno spontaneo scorrere di idee?

E’ tutto studiato a tavolino, nessuno spiraglio per le emozioni del momento. Si scrivono tonnellate di riff, poi si cerca di incastrarli per dare una parvenza di canzone. Motivo per cui ogni nostro brano non suona mai lineare, inizia in un modo, cambia ritmo, a volte anche intonazione, prosegue, cambia di nuovo ritmo, e verso la fine riprende la strada tracciata inizialmente. Lo definirei progressive, ma non nel senso stretto del termine. Non ci piace star lì a studiare scale e contro scale, ma il fatto che ogni nostra canzone sia viva e dinamica, si, ha una vena progressive nella struttura.
Opinabile come modus operandi, ma ha contribuito a farci creare un nostro sound.

E quando difficile è poi rendere in musica tali concetti e soprattutto continuare a rimanere legati a una tale scelta stilistica?

Lavorando in questo modo, l’unica possibilità che si ha è quella di iniziare il processo compositivo e concluderlo subito dopo. Altrimenti ci si perde totalmente.
Non scriviamo mai canzoni nel corso del tempo.
Arriva il momento in cui decidiamo che è ora di comporre un nuovo album. Mente pronta. Si inizia, 1 mese per canzone, 12 mesi per 10 canzoni più margine per modifiche e si chiude il progetto.
Solo così riusciamo a rimanere legati allo stile e non avere una accozzaglia di pezzi slegati tra loro.

A proposito di scelta stilistica… Di solito tutti, addetti del mestiere e appassionati di musica, sono propensi a creare delle etichette sullo stile a cui la musica delle band si avvicina. A quale tipologia stilistica potrebbe essere avvicinarsi il vostro? Anche perché circoscrivere ad un’unica definizione mi sembra sia riduttivo per la capacità creativa della band… Perdonate la domanda sciocca, ma io ho difficoltà a rapportarmi con queste ‘categorizzazioni’!

Le etichette servono per avere il tuo spazio negli scaffali, catalogarti per le vendite e nel music business.
Ci definiamo Melodic Death Metal. Nè più, nè meno.
Poi, all’interno della scena MDM trovi band che hanno un’inclinazione verso questo o quel genere, ma alla fine, a monte, è pur sempre MDM.
Anzi, mi viene sempre il sorriso quando ascolto una band che si autodefinisce non so, Post Death Metal 2.0 Tech progressive Antani etc.
Vuol dire tutto e niente.
Non conta l’etichetta che uno si auto-attribuisce. Conta la musica, il resto vien da sé.

Bene ragazzi non voglio annoiarvi ancora… Vorreste concludere voi questa chiacchierata, salutando i vostri appassionati amici che vi seguono ormai da tempo e i nostri lettori di Long Live Rock’n’Roll… e aggiungete voi quello che volete!!!

Di nuovo grazie a te per l’intervista.
Visitate il nostro sito www.lunarsea.it dove troverete tutte le info.
Supportateci e sopportateci.
Stay Lunar.

Grazie ancora e in bocca al lupo

 

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Born to Lose, Live to Win | Rock'n'Roll is my life, so... long live rock'n'roll !!!

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