Ritorno in Italia per i Paradise Lost unica data italiana del tour europeo per la band britannica, accompagnati dai Lucifer

Uno stoner doom con ampi accenni a band seventies (Blue Oyster Cult, oltre che Led Zeppelin e Black Sabbath), sia per sonorità che per mood e look, e virtuose voci femminili dell’epoca( Grace Slick dei Jefferson Airplane in primis) per i Lucifer, ultima creazione di Gaz Jennings dei Cathedral all’attivo con un solo album di recente pubblicazione. Capitanata dalla talentuosa Johanna Sadonis (già Oath) , si rivelano preludio adatto per gli headliner della serata, calando il pubblico in un’atmosfera cupa e sinistra. Presenza scenica che rende gradevole l’esibizione, il gruppo che dimostra talento ma che necessita ancora di smarcarsi dai predecessori illustri pur restando nello stile del genere. Buona la prova della cantante, ma relegata agli schemi sopracitati  che non valorizzano le potenzialità vocali e che emergerebbero forse sperimentando registri e ampiezze maggiori rispetto al cantato melodico e quasi declamatorio che propone.

Ed ecco gli headliner Paradise Lost, che nella loro esibizione alternano brani del nuovo album ad altri ben conosciuti degli album passati, e il contrasto tra il growl dell’ultimo e la melodicità di alcuni pezzi più vecchi risalta ancora di più. Tutta la set list infatti mette in luce la versatilità di questa band, che ha creato album differenti nei vari anni e uno stile unico come vero e proprio gruppo pioniere del gothic metal, e perciò capace di calare i fan in un’atmosfera inimitabile. L’esordio è affidato a “No hope in sight ” dal nuovo album, riportandoci alle sonorità più ruvide e al cantato growl (“Flesh from bone”, “Beneath  Broken Earth”) delle origini, ma in alcuni dei quali ha ampio spazio anche l’uso di synth, tastiere e parti orchestrali (intro di violino per “An Eternity of Lies”, o il coro di “Return to the sun”) che in sede live sono registrate. Nick Holmes con il suo consueto mood inglese interagisce poco con il pubblico, per presentare il nuovo album e preannunciare l’esecuzione di vari brani tratti da esso. I vecchi brani, “Erased”, “Widow”, “Enchantment”, conosciutissimi dal pubblico e grazie ai quali il pubblico si infervora, fungono quasi da intermezzi rispetto alle canzoni più recenti.

Holmes e la sua interpretazione è sempre intensa ed efficace, a discapito di ampiezza vocale diversa rispetto ai primi anni. Il gruppo è ormai rinsaldato dai membri originali, Greg Mackintosh e Aaron Aedy alle chitarre, Steve Edmondson al basso e l’attuale Waltteri Väyrynen, alla batteria ed è evidente la compattezza ed armonia di esecuzione.

Dopo la “finta” conclusione con “Requiem” ci concedono il bis con altri quattro brani “Return to the Sun” e “An Eternity of Lies”  dal nuovo album, una splendida interpretazione di “Faith Divides Us / Death Unites Us” e in chiusura “Say Just Words”, che è forse la giusta conclusione di un bellissimo concerto  e una canzone quantomai significativa per la particolare storia della band, un ultimo album che ha riportato a sonorità  della prima ora (“Gothic” in primis) dopo varie sperimentazioni e incursioni in generi affini e non, ma coerenti con la loro ricerca musicale e contenuti proposti; significativa per un gruppo che ha sempre parlato di rapporti umani e inquietudini interiori, in un coro collettivo di tutto il pubblico che forse è rimasto insoddisfatto solo dell’ ora e un quarto che purtroppo è volata via troppo in fretta.

Setlist:
No Hope in Sight – Widow – The Painless – Terminal – Erased – Praise Lamented Shade – Victim of the Past – Enchantment – Flesh from Bone – Beneath Broken Earth – As I Die – Requiem – Encore: Return to the Sun – Faith Divides Us / Death Unites Us – An Eternity of Lies – Say Just Words

 

 

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