2026 – Sumerian Records

L’artista statunitense Poppy (nome vero: Moriah Rose Pereiro) ha pubblicato lo scorso 23 gennaio il suo settimo album intitolato “Empty Hands”. La cantante è sempre stata caratterizzata dal fatto di variare ogni volta genere. Molto eclettica e credibile nelle varie sfaccettature dei suoi precedenti lavori, per la prima volta ci propone un album non troppo diverso come sonorità dal precedente “Negative Spaces”, uscito nel 2024. Un album dalla forte identità alternative metal, con qualche venatura industrial sparsa qua e là.

“Empty Hands” è composto da tredici canzoni prodotte da Jordan Fish. Fish è conosciuto soprattutto per essere stato il tastierista e produttore dei Bring Me The Horizon dal 2012 al 2023. Dopo il suo abbandono della band inglese, ha intrapreso una carriera di produttore di successo che può vantare nomi già affermati in precedenza o che, anche grazie a lui, sono esplosi. Babymetal, Halsey, Architects, Amy Lee (cantante degli Evanescence), Good Charlotte e la stessa Poppy sono soltanto alcuni nomi della sua lista come produttore. Tornando ad “Empty Hands”, le canzoni funzionano assai bene nel loro complesso e sono quasi tutte caratterizzate da una durata inferiore ai quattro minuti. Probabilmente pensate anche per un’efficace programmazione radio, TV e siti di streaming musicali e video.

Poppy è stata per ben due volte nominata ai Grammy Awards ed è sicuramente un’artista dotata di forte personalità e originalità. Fin dall’opener “Public Domain” si capisce che anche questo lavoro è curato sotto ogni aspetto. Canzone caratterizzata da distorsioni e un tipico incedere industrial, con la voce ipnotica di Poppy che ti guida in un viaggio in oasi tranquille. Loop e distorsioni la fanno da padroni, insieme a rallentamenti e accelerate improvvise. Il primo singolo “Bruised Sky” è il brano seguente e si muove in territori tipici di Korn, Architects e Bring Me The Horizon, rivisitati con padronanza e fede nei propri mezzi da Poppy. Un pezzo che vede la cantante di Boston passare da parti vocali angeliche ad altre decisamente incazzate, dove il growl la fa da padrone. Anche per questo pezzo i cambi di tempo repentini lasciano l’ascoltatore sempre sul cosiddetto “chi va là”.

Il programmatissimo singolo “Guardian” è sicuramente un pezzo molto radiofonico, con un ritornello che si fa ricordare e un ritmo avvolgente come la coperta per Linus. Ricordo che Poppy si esibirà come supporter degli Evanescence (insieme alle Nova Twins) il prossimo 28 settembre 2026 all’Unipol Arena di Bologna. Insieme ad Amy Lee e Courtney LaPlante, cantante delle Spiritbox (che saranno supporter degli Evanescence nel tour europeo ma non in Italia), Poppy ha anche inciso il fortunato singolo “End of You”, finito al numero 1 della classifica “Hot Hard Rock Songs” di Billboard.

Continuando l’analisi di questo disco, la traccia numero quattro “Constantly Nowhere” è un breve intro, o quasi, con la voce che arriva distorta e con influenze sicuramente della musica anni Quaranta.
Tra le altre cose, “Constantly Nowhere” è anche il nome scelto per il suo tour da headliner. “Unravel” è un pezzo costruito sulla perfetta alternanza di parti vocali angeliche ad altre decisamente più incazzate e selvagge. Canzone che dimostra per l’ennesima volta che Poppy può essere angelo e diavolo allo stesso tempo, certamente come credibilità. Il pezzo più incazzato di tutto il lavoro è sicuramente “Dying to Forget”, brano con la voce growl di Poppy in primo piano e doppia cassa a manetta. Davvero un pezzo che ti fa pelo e contropelo.

“Time Will Tell” mischia sonorità elettroniche a sonorità nu metal, con la voce di Poppy che questa volta non ricerca growl e derivati, se non per brevissimi istanti. Come il titolo lascia presagire, “Eat the Hate” è un pezzo dal ritmo assai veloce e cadenzato, con riff di chitarra assassini. Peccato duri meno di due minuti, però. Per quanto riguarda il mio pezzo preferito, oltre a “Guardian”, cito sicuramente “The Wait”, brano assai lento nel ritmo, con inserimenti strumentali di pregevole fattura e loop sparsi qua e là. “If We’re Following the Light” è invece il pezzo più oscuro e tetro del disco.
Caratterizzato da una lunga parte strumentale iniziale, diventa poi un brano con atmosfere evocative che si trasformano in momenti assai pieni di rabbia vocale. Un pezzo che ricorda anche qualche brano dell’amica Amy Lee, senza volerla clonare.

A seguire c’è “Blink”, breve pezzo di trentanove secondi che per un attimo concede un momento di relax sonoro all’ascoltatore e che poi sfuma nella successiva “Ribs”, che coniuga atmosfere più sognanti a momenti più aggressivi. Insomma, puro “Poppy” style. La title track “Empty Hands” inizia quasi in stile doom metal, per poi diventare un pezzo di estrema violenza sonora, che vede Poppy praticamente sempre cantare in growl, tranne in brevi istanti in cui canta in tonalità più basse rispetto al suo solito. Qualche rallentamento non preannunciato è presente e in un nanosecondo ritorna invece un mero ricordo rispetto all’estrema velocità e violenza del pezzo.

Che dire, Poppy ormai ha intrapreso questa strada. Forse diversi suoi fan non l’apprezzeranno, ma sicuramente saprà attirarne altri. La cantante è sempre stata sul punto di esplodere e passare a un altro livello. Ha raggiunto ottimi risultati di vendita e conquistato davvero tanti fan, ma lo step finale verso il livello “superstar cosmica” non è stato ancora raggiunto.
Che sia la volta buona?

Mauro Brebbia


TRACKLIST

  1. Public Domain
  2. Bruised Sky
  3. Guardian
  4. Constantly Nowhere
  5. Unravel
  6. Dying to Forget
  7. Time Will Tell
  8. Eat the Hate
  9. The Wait
  10. If We’re Following the Light
  11. Blink
  12. Ribs
  13. Empty Hands

FORMAZIONE

  • Moriah Pereira – vocals, composition, lyrics, art layout
  • Ralph Alexander – drums (1-3, 5-10, 12-13)
  • Zakk Cervini – mixing, mastering
  • Jordan Fish – production, composition, guitar & keyboards (1-3, 5-10, 12-13)
  • Julian Gargiulo – composition (3, 6, 10, 12), mixing, mastering, additional guitar (6, 10, 12), additional bass (6)
  • Isaac Hale – composition (6), guitar (6)
  • Stephen Harrison – composition (2-3, 6, 8, 10, 13), guitar (6, 13)
  • Johnuel Hasney – additional guitar (1-3, 5-7, 10, 13), additional bass (1-3, 5-10, 12, 13)

 

Mauro Brebbia
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