The Darkness – Alcatraz, Milano – 24 gennaio 2016

 

Arrivo all’ Alcatraz con largo anticipo, per assistere al concerto del gruppo d’apertura dei Darkness, i River 68’s, duo scozzese che si ispira a mostri sacri del rock come Led Zeppelin e Rolling Stones. Sentire e vedere cosa ha da offrire l’ industria musicale internazionale è sempre interessante ma, questa volta, non ne ho avuto la possibilità; i controlli della sicurezza sono durati più del solito e l’ora e mezza di coda non se l’è risparmiata quasi nessuno.

 

 Sono le 21.20 e riesco finalmente ad entrare in un Alcatraz pieno per metà. L’attesa è breve, le danze si aprono alle 21.40, le luci si spengono e parte Arrival degli ABBA, che accoglie i Darkness sul palco. I protagonisti della serata partono subito con Barbarian, il primo pezzo dell’ultimo album, Last Of Our Kind; la voce di Justin deve ancora scaldarsi, e lo stesso vale per il pubblico che, nonostante la grande carica della prima canzone, è piuttosto freddo. La coda all’esterno del locale non è ancora finita, e Hawkins cerca immediatamente un contatto con i presenti, scherzando sulla fila interminabile e sull’inizio dello show con qualche minuto di ritardo, promettendo uno spettacolo più lungo del normale. Sia la voce di Justin che il pubblico, iniziano a riprendersi con Growing On Me e Black Shuck del primo album.

 

L’atmosfera si scalda e Hawkins si destreggia in vari numeri e gag, si toglie la giacca, si mette a testa in giù per battere i piedi a tempo di musica, prende la macchina fotografica di un fan ed immortala i suoi lati a e b e si mette in piedi sulla transenna per chiamare a rapporto la folla.

 

La scaletta continua con una successione ben bilanciata tra i gloriosi album degli esordi ed i più recenti, dando comunque grande spazio al disco che li ha portati al successo nel 2003, Permission To Land. Il concerto, partito in sordina, inizia a decollare con One Way Ticket e Love Is Only A Feeling, ma il frontman non si accontenta e chiede ancora più casino, più urla, più voci che cantano all’unisono le loro canzoni. È con la potenza di English Country Garden che il pubblico si scatena sul serio. I falsetti, marchio di fabbrica di Justin, non mancano e arrivano all’apice con I Believe In A Thing Called Love.

 

Hawkins scende senza paura in mezzo al pubblico e percorre l’Alcatraz da parte a parte, continuando a suonare e la folla estasiata, non si lascia sfuggire l’occasione di avvicinarsi al proprio idolo, correndo il più avanti possibile.Open Fire apre gli encore che continuano con una Street Spirit (Face Out) dei Radiohead, in una tonante versione heavy metal, che si rifà molto agli Iron Maiden. Chiude il concerto Love On The Rocks With No Ice.

 

Nonostante i problemi della gestione dei controlli all’ingresso della struttura, l’audio che non ha reso giustizia ai Darkness ed il pubblico stranamente sottotono, Justin e Daniel Hawkins, Frankie Poullain e Rufus Taylor (figlio del batterista dei Queen) si sono dimostrati dei grandi musicisti, dei professionisti in grado di salvare una serata interagendo costantemente con i loro fans dei ragazzi che amano il loro lavoro e con la voglia di recuperare il tempo perso durante la lunga pausa dai riflettori. Malgrado tutto, non posso che consigliarvi, in futuro, di non perdervi i loro concerti!

SETLIST:
Barbarian – Growing on Me – Black Shuck – Mudslide – Givin’ Up – Roaring Waters – One Way Ticket – Love Is Only a Feeling – Friday Night – English Country Garden – Every Inch of You – Rack of Glam – Get Your Hands Off My Woman – Stuck in a Rut – I Believe in a Thing Called Love – ENCORE: Open Fire – Street Spirit (Fade Out) [Radiohead] – Love on the Rocks With No Ice

 

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