Dieci anni fa i The Dead Daisies fecero la loro comparsa sulla scena musicale con l’intento di creare un buon vecchio rock anni ’70, riunendo alcuni dei migliori musicisti al mondo e divertendosi mantenendo viva la musica rock.

Ad agosto, per celebrare il decennale di questo progetto, i Dead Daisies hanno pubblicato un album “Best Of” che include le canzoni preferite della band degli ultimi dieci anni, e per presentarlo ai loro fan si sono imbarcati in un lungo tour autunnale tra USA, Asia ed Europa. Tour che ieri, Mercoledì 8 Novembre, ha toccato l’Italia con il concerto al Live Music Club di Trezzo sull’Adda.

Con il ritorno di John Corabi (Mötley Crüe/The Scream) e quello, avvenuto ormai 2 anni fa, del batterista Brian Tichy (Foreigner/Ozzy Osbourne), si è riformata per 4/5 quella che è stata forse la formazione più amata (non me ne voglia Glenn Hughes) e rappresentativa del supergruppo voluto da David Lowy (Mink/Red Phoenix). Gli altri membri della band sono il mitico Doug Aldrich (Whitesnake/Dio) e il nuovo bassista Michael Devin (Whitesnake)

Ma torniamo al concerto di ieri sera, che non inizia nel migliore dei modi visto che per problemi di trasporto la band arriva in ritardo, posticipando tutta la scaletta della serata. A farne le spese è il buon Spike (The Quireboys), che doveva aprire la serata col suo progetto solista, ma che dopo un paio di canzoni in acustico ha dovuto prender su armi e bagagli per lasciare il posto agli headliner. Un vero peccato per il sempre bravo cantante inglese e per chi voleva gustarsi il suo set.

Dopo una breve attesa fanno l’ingresso sul palco i DD e partono subito a cannone con Resurrected, seguita da Rise Up e Dead and Gone, tutte e tre provenienti dall’album Burn it Down del 2018. Un ringiovanito Corabi, in forma smagliante, coinvolge il pubblico presente; devo ammettere che il Live Club non è murato, complice anche il fatto che è mercoledì sera, ma la partecipazione è comunque accorata.

La band continua snocciolando una dietro l’altra le loro hit provenienti dai 6 album all’attivo, si va dall’antemica Make Some Noise, a brani che non vedevano Corabi in origine alla voce, come Miles in Front of Me e Face I Love o le più recenti Unspoken e Bustle and Flow, che il cantante statunitense però porta sul palco con una naturalezza da far pensare al contrario.

Si arriva ad un momento ormai iconico, dove la band si prende una breve pausa e lascia il palco a Brian Tichy che dà spettacolo col suo assolo e le sue bacchette roteanti

Corabi impugna poi la chitarra acustica e accompagna il resto della band in Something I Said e Lock n’ Load. Abbiamo scavallato la metà del concerto e si torna al recente passato con la carica Born to Fly dall’ultimo album in studio Radiance.

È il turno delle presentazioni di rito, parte così il solito medley di pezzi iconici della storia del rock, Living After Midnight, The Boys Are Back in Town, Highway to Hell, Smoke on the Water e Heaven and Hell vengono coverizzate uno alla volta per introdurre i 5 membri con un brano rappresentativo per ognuno di loro.

John intanto racconta anche di come abbia conosciuto Devin anni fa, trovandolo sul divano di casa dell’allora moglie e di come lo abbia salvato sco***dosela e “portandosela” via, cosa per cui ancora oggi lo ringrazia.

I musicisti sembrano divertirsi, e così facciamo anche noi, mentre il sempreverde Doug Aldrich con la sua immancabile Gibson Les Paul Goldtop e il sapiente utilizzo del Talkbox, introduce With You and I, con cui dà il La al potente trittico finale composto da brani che storicamente riscuotono un grande successo tra i fan della band: la cover dei CCR Fortunate Son, il classico blues Mexico e un’altra cover, Midnight Moses della The Sensational Alex Harvey Band. Trittico che mostra la bontà di questa band ritrovata.

Chiaramente la serata non può finire qui, la band “finge” l’abbandono del palco, ma richiamata a gran voce dai presenti , torna per l’encore con l’ormai iconica Long Way to Go, e con l’ultimo brano registrato dalla band, il bellissimo tributo ad un mostro del rock, la cover di Slide It In dei Whitesnake, e di chi se no? Considerato che 3 dei 5 musicisti sul palco hanno un passato nella band del serpente bianco?

Nonostante il saluto della band al pubblico, con lancio di plettri e bacchette, la gente arrivata al Live non ha intenzione di andarsene e richiama la band sul palco per l’ultimissimo encore, la stupenda cover di Helter Skelter dei Beatles, che pone il sigillo sulla conclusione, questa volta per davvero, del concerto.

Insomma, una bella serata, cominciata un po’ in salita per via dei problemi e del ritardo della band, ma conclusa alla grande. I Dead Daisies si confermano un gruppo che sa fare benissimo quello per cui è nato, cioè portare in giro del puro Rock n’ Roll e divertire, divertendosi, suonandolo sui palchi di mezzo mondo.

LineUp

David Lowy – chitarra ritmica

Brian Tichy – batteria

John Corabi – voce, chitarra acustica

Doug Aldrich – chitarra solista

Michael Devin – basso

 

Setlist:

Resurrected

Rise Up

Dead and Gone

Make Some Noise

Miles in Front of Me

Face I Love

Unspoken

Bustle and Flow

Drum Solo

Something I Said

Lock ‘n’ Load

Born to Fly

Living After Midnight / The Boys Are Back in Town / Highway to Hell / Smoke on the Water / Heaven and Hell

(band introductions)

With You and I

Fortunate Son

(Creedence Clearwater Revival cover)

Mexico

Midnight Moses

(The Sensational Alex Harvey Band cover)

Encore:

Long Way to Go

Slide It In

(Whitesnake cover)

Encore 2:

Helter Skelter

(The Beatles cover)

SPIKE (FROM THE QUIREBOYS)

THE DEAD DAISES

Testo di Pietro Minardi e foto di Monica Ferrari – La Dame Blanche Photography.

Si ringrazia Vertigo Hard Sounds.

La Dame B.
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