Ci sono conversazioni che ti restano dentro, perché non si limitano a parlare di musica, ma arrivano dritte al cuore delle cose.

Quella con Karim Qqru degli Zen Circus è stata una di queste: un incontro denso, lucido e umano, capace di toccare corde profonde e di aprire riflessioni sul nostro tempo.

Parlare con lui del nuovo album, Il Male, è stato come attraversare un paesaggio interiore e sociale insieme. Karim ha una visione acuta, disincantata ma mai cinica, e riesce a raccontare la realtà con una sensibilità rara: quella di chi osserva il mondo con empatia, ma senza smettere di metterne in discussione le distorsioni.

Abbiamo parlato di male e di bene, di collettività e individualismo, di un’epoca che ha perso l’abitudine all’ascolto e alla profondità.

E, come sempre accade con gli Zen Circus, dietro la musica c’è molto di più: c’è un pensiero, una tensione etica, un’urgenza di raccontare il presente senza filtri.

The Zen Circus, press – Ph Ilaria Magliocchietti Lombi

Isabel: Ciao! Buongiorno!

Karim: Ciao, buongiorno anche a te. Tutto bene?

Isabella: Sì, sì, tutto bene. Benvenuto su Longliverocknroll! Direi di iniziare subito, così ti porto via meno tempo possibile! 

Karim: Grazie per averci invitati! Vai, tranquilla.

Isabel: È uscito questo nuovo album, intitolato Il Male, che esplora il tema del male in tutte le sue sfaccettature: dolore, frustrazione, rabbia.

Perché avete scelto di indagare proprio il male come tema centrale del disco e, secondo te, quale traccia costringe maggiormente l’ascoltatore a guardarsi dentro e confrontarsi con la propria parte di male?

Karim: In realtà il disco si è “autopromosso”. Quando abbiamo iniziato le prove, nell’ottobre 2023, avevamo deciso di prendercela con calma, registrando in presa diretta — chitarra, basso e batteria — senza editing né quantizzazione, come nei dischi classici di una volta.

Dopo due o tre blocchi di prove avevamo già quattro o cinque brani, e in tutti ricorreva la parola “male”. Non era nulla di programmato, non avevamo deciso a tavolino che l’album avrebbe parlato di questo tema. Anche perché quando si parte così, spesso il disco riesce male.

Non lo definirei nemmeno un concept album, perché oggi quel termine appartiene a un’altra epoca musicale, ma la direzione è nata naturalmente.

Con il tempo, il disco si è sviluppato, e come spesso accade nei nostri lavori, la narrazione e l’estetica si costruiscono man mano, radice su radice, intorno ai brani. Verso la fine della lavorazione era chiaro che il titolo sarebbe stato Il Male e che avremmo voluto rappresentare il male come un prodotto — nel senso più bieco e contemporaneo del termine.

Isabel: Lo presentate anche nella quotidianità, nelle piccole cose che possono diventare male a posteriori.

Karim: Esatto. Anche noi stessi possiamo diventare il male. Il disco si chiude con il brano La fine, che dice “Adesso il male siamo noi”.

C’è una riflessione che, soprattutto dopo il Covid, ha assunto un’importanza centrale: quel periodo, pieno di lutto, dolore e malattia, avrebbe dovuto riportarci all’essenza della vita — che è legata anche alla morte — ma è successo l’opposto.

I social hanno esasperato una positività malata: “morning routine”, filtri ovunque, incapacità di guardarci davvero in faccia. Tutto ciò che è legato alla malattia o alla morte è stato rimosso.

Pensiamo agli “shadowban” sui social: immagini naturali, ma legate alla malattia o al lutto, vengono censurate, mentre altre cose più superficiali no.

Isabel: Sì, è come se il male fosse scomparso dal discorso pubblico, ma in realtà si è solo travestito.

Karim: Esatto. Il bene e il male sono inscindibili, ma viviamo in un’epoca in cui sembra che il male abbia vinto. C’è un processo di annullamento dell’empatia, soprattutto nelle nuove generazioni.

Ti faccio un esempio: negli Stati Uniti esiste un forum molto famoso, 4chan, nato come spazio underground e poi diventato il terreno delle nuove controculture politiche, anche di estrema destra.

Da lì sono nati molti meme politici e razzisti che, col tempo, hanno desensibilizzato le persone. Meme di una cattiveria disumana, che deumanizzano chi li guarda.

Viviamo in un’era di post-verità, in cui puoi negare anche un fatto storico con vittime reali, e troverai comunque chi ti crede.

The Zen Circus live @ Cesena, 2025 – Ph Linda Fenara

Isabel: Mi dicevi che non è stato un tema deciso a priori, ma che ve ne siete resi conto lavorando.

Nel momento in cui è diventato chiaro che il disco avrebbe parlato del male, come avete bilanciato nei testi la rabbia e la critica sociale che sono sempre presenti nella vostra musica?

Karim: Con noi funziona sempre così: Andrea scrive i testi, e noi non mettiamo mai mano alle sue parole.

Andrea riesce ad assorbire da tutti e tre: dalle esperienze personali, collettive, dal modo in cui viviamo il mondo.

In questo album c’è un forte equilibrio tra la sua vita personale e la direzione che sta prendendo il mondo intorno a noi.

Venivamo da una pausa lunga: il nostro ultimo album è di fatto L’ultima casa accogliente, perché Cari fottutissimi amici non è un disco degli Zen in senso stretto, ma un progetto corale, fatto con amici. È stato scritto e registrato in un modo molto diverso dal nostro solito processo, e infatti non lo consideriamo parte dell’asse principale della discografia degli Zen Circus.

Isabel: Visto che parli di questa pausa, che effetto ha avuto per voi tornare a lavorare su un disco insieme? Avete deciso di cambiare qualcosa nelle vostre esibizioni live con questi nuovi brani?

Karim: Noi non siamo una band che, quando fa una pausa discografica, smette di sentirsi. Ci sentiamo ogni giorno.

Durante quel periodo Andrea ha fatto il disco solista, io ho avuto le sonorizzazioni, e Ufo si è messo a girare in barca per l’Italia, ma eravamo sempre in contatto.

Quando ci siamo ritrovati per scrivere, è scattato qualcosa. Abbiamo capito subito che questo sarebbe stato un disco importante.

Non voglio sminuire i lavori precedenti, ma quando hai tanti album alle spalle impari a riconoscere quando hai in mano dei pezzi buoni.

Quando è uscito È solo un momento ce ne siamo resi conto anche dai risultati: è stato il singolo più di successo immediato della nostra carriera. Arrivare a questo punto dopo tredici album non è scontato. Abbiamo visto che le persone sentivano lo stesso che sentivamo noi. È una cosa rara: a volte credi tanto in un disco e il pubblico non lo capisce fino in fondo. Stavolta, invece, c’è stata un’identificazione totale.

Isabel: Capita spesso anche il contrario: band che sentono profondamente un album, ma che non viene recepito.

Karim: Sì, succede. Pensa a Nick Drake: dischi straordinari, ma all’epoca ignorati.

Ci sono band che credono tanto in un lavoro che poi il pubblico non capisce — e magari ha ragione il pubblico. Col tempo, però, è la storia che decide se un disco resta.

Con Il Male abbiamo sentito fin dall’inizio che sarebbe stato speciale.

L’ultima casa accogliente era nato durante il Covid, un periodo particolare per la musica. Prima avevamo fatto La Terza Guerra Mondiale, che ci aveva portato gran parte del pubblico attuale. Ogni disco ha la sua storia, ma ti rendi conto del suo peso solo quando esce e capisci come arriva.

Siamo molto contenti e porteremo molti brani di questo album dal vivo.

Isabel: Siete una band longeva, attiva da tanti anni. Guardando indietro, quali sono state le sfide più grandi e cosa vi ha permesso di mantenere viva l’energia creativa nel tempo?

Karim: Gli Zen hanno avuto diversi periodi. Il primo, che io chiamo “periodo della miseria”, va dai primi anni 2000 al 2008. È stato il più difficile, ma anche il più romantico.

Prendevamo multe in autostrada perché non avevamo i soldi per pagarla, e le saldavamo solo dopo aver suonato davanti a 50 persone.

Abbiamo visto tante band bravissime mollare, perché è frustrante vivere per anni senza sicurezza economica e senza pubblico crescente. Ma per noi suonare non era una scelta: era la nostra vita.

Poi è arrivato Villa Inferno e, piano piano, abbiamo costruito tutto un mattoncino alla volta, fino al 2016, quando abbiamo avuto la svolta e un pubblico molto più grande.

È stato un periodo di tour infinito — 160 date — che ci ha ripagato di tutti i sacrifici.

Isabel: Anche quello è stato un periodo duro, ma diverso.

Karim: Sì, ma c’era entusiasmo. Ci costruivamo il pubblico un fan alla volta: tornavi in un locale dopo tre mesi e c’era il 20% di gente in più. È così che ti costruisci una fanbase solida, una specie di famiglia allargata.

The Zen Circus live @ Cesena, 2025 – Ph Linda Fenara

Isabel: Oggi raccogliete anche molti giovani ascoltatori. Come si avvicinano a voi e ai temi che trattate — sociali, politici, personali?

Vi sentite vicini a queste nuove generazioni, nonostante il cambiamento di linguaggio? E come pensi che la musica “vecchia scuola” possa comunicare con loro attraverso i nuovi canali?

Karim: È una domanda che non ci facciamo mai, perché avviene tutto in modo naturale.

Abbiamo la fortuna di avere un pubblico che va dai 18 ai 60 anni, con una concentrazione maggiore tra i 25 e i 33, ma anche fan di 13 o 14 anni.

Non sappiamo bene come succeda, perché non siamo una band “social” nel senso moderno del termine. Non puntiamo alle grandi playlist, ci costruiamo le cose da soli.

Ma una cosa è certa: se a 14 o 15 anni ti piacciono gli Zen, hai qualcosa di particolare dentro.

Io ho un figlio di 13 anni e so che la maggior parte dei suoi coetanei ascolta altro. Quindi chi si avvicina a noi lo fa per una sensibilità diversa: magari grazie a un fratello maggiore o a un genitore, oppure perché appartiene a  quel gruppo di ragazzi che a scuola ascolta punk, darkwave, new wave.

È bello sapere che, pur essendo una band nata negli anni Novanta, riusciamo ancora a intercettare anche loro. Io ho 43 anni, Andrea 47, Ufo 52 — siamo adulti — eppure qualcosa nel nostro linguaggio arriva.

Credo sia un linguaggio empatico, un metalinguaggio che crea ponti tra generazioni.

Isabel: E immagino che ci sia anche chi vi percepisce come “i grandi”, no?

Karim: Certo, tanti tredicenni ci vedono come “tre vecchi di merda”, e ci sta.

Dobbiamo accettarlo, come accetti quando qualcuno ti chiama “signore” o “signora” e ti rendi conto che… è vero! (Ridiamo)

Isabel: Parliamo ora degli aspetti musicali e sonori dell’album. Prima accennavi al fatto che volevate fare un disco “vecchia scuola”, semplice. Come avete lavorato per costruire questo suono? Ci sono state influenze nuove o scelte produttive inaspettate?

Karim: Abbiamo registrato l’album come facevamo i primi dischi, negli anni Novanta: basso, batteria, chitarra, poche sovraincisioni, nessun editing.

La batteria che senti non è quantizzata né modificata, non ci sono trigger.

Negli ultimi album qualche campione sul rullante o sulla cassa lo usavamo, ma questa volta abbiamo scelto di evitarlo completamente.

Volevamo un disco “da sala prove”, suonato al primo o secondo take al massimo.

Alcuni pezzi, come Un milione di anni, sono stati registrati interamente insieme, senza click.

Abbiamo cercato di lavorare nel modo più analogico possibile, pur usando strumenti digitali: ad esempio, tutto è stato ripassato su nastro.

Abbiamo usato pochi plugin, molti compressori e distorsori reali.

E soprattutto, non c’è nessuna correzione vocale: niente Melodyne, nessun intervento sull’intonazione.

È come un disco live, anche se non lo è tecnicamente.

È fatto come si facevano i dischi prima dell’arrivo del “turbo digitale”.

Isabel: Quindi, in sostanza, siete voi al 100%.

Karim: Esatto, siamo noi, punto.

Non che negli altri dischi fossimo pieni di editing — abbiamo sempre cercato la naturalezza — ma questa volta abbiamo spinto ancora di più in quella direzione.

È stato un impegno consapevole per ritrovare un suono vero, diretto, umano.

Isabel: Ti faccio un’ultima domanda.

Anche se il disco parla molto del male, spesso nell’arte e nella musica resta sempre un margine di speranza.

Nel vostro nuovo album, quanto spazio c’è per la speranza? E, dopo aver parlato del male, quale pensi sia il bene che vale la pena costruire e difendere oggi, anche attraverso la musica?

Karim: Il bene è la collettività.

È un concetto che negli ultimi anni sembra quasi scomparso, come se fosse diventato un ostacolo.

Negli ultimi dieci, quindici anni c’è stato un cambiamento enorme: viviamo in un individualismo sfrenato.

Negli anni Ottanta c’era individualismo, sì, ma all’interno di una collettività; oggi invece la collettività viene vista quasi come un nemico.

La vita contemporanea è completamente sbilanciata verso l’“io”, verso l’esasperazione dell’ego e di uno spirito egoistico che invade ogni ambito, anche la famiglia.

È come se questo fosse diventato il “peccato originale” dei nostri tempi.

Bisogna riflettere seriamente su quanto i cellulari e i social stiano invadendo le nostre vite.

La situazione è sfuggita di mano, e lo dicono anche psichiatri, psicologi, sociologi: è come se la società avesse fatto un giro a vuoto, non pronta a gestire un’accelerazione tecnologica così improvvisa.

Questa corsa ci sta tirando fuori il peggio. Non che certi lati oscuri non ci fossero già, ma ora sono diventati evidenti e quotidiani.

I social, le fake news, il bullismo online, l’incapacità di relazionarsi: tutto nasce da lì.

Le persone si sentono protette da uno schermo e credono di poter dire qualsiasi cosa, anche minacciare, dimenticandosi che la vita vera è fatta di odori, contatti, sensazioni.

Mi piacerebbe che la società, prima o poi, si rendesse conto di questo errore e decidesse di regolamentare il modo in cui viviamo la tecnologia.

Non possiamo consegnare tutto il futuro alla tecnologia e ai social.

La tecnologia è fondamentale in medicina, nella ricerca scientifica, persino l’intelligenza artificiale può essere utilissima per diagnosi o operazioni.

Ma non possiamo estendere quella logica a ogni aspetto della vita quotidiana.

Se continuiamo così, ci resta davanti solo l’entropia.

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