Portare il peso del rock sulle spalle per 4 decadi, senza essere scalfiti minimamente dal passare del tempo, ma anzi essere ancora considerato oggi come un disco tra i migliori di sempre, non è da tutti. Oggi celebriamo il quarantennale di un disco che per via del suono magnificamente potente, negli anni a venire venne usato dagli studi di registrazione a Nashville per testare l’acustica delle sale di registrazione. Di un disco che più di ogni altro sta a significare la rinascita di una band che dalle proprie ceneri non solo resuscita, ma dà alla luce un capolavoro che diventerà il disco più venduto della stessa band e il secondo più venduto di sempre, ottenendo 25 dischi di platino nei soli Stati Uniti d’America. Di un disco dal quale il 99% delle rock band attuali ha attinto a piene mani.

È il 25 luglio 1980, sono passati poco più di 5 mesi da quando Bon Scott è stato trovato morto nella Renault 5 dell’amico Alistair Kinnear, c’è ancora mistero sulle reali cause della morte ma probabilmente si è trattato di un’intossicazione da alcol.

Qualsiasi band, vista la tragica situazione, starebbe ancora pensando come annunciare il ritiro.

Ma non gli AC/DC, i fratelli Young sanno infatti che hanno ancora molto da dare alla musica, e devono tributare in qualche modo l’amico fraterno Bon. Decidono così di dar seguito al disco che li ha consacrati nell’olimpo del rock, ‘Highway to Hell’, uscito appena un anno prima, e pubblicano il loro settimo album, Back in Black, destinato a diventare uno dei dischi più iconici del rock.

Le canzoni in realtà erano in lavorazione da prima della tragedia, sono però da terminare e mancano completamente i testi.

C’è poi la parte più difficile, trovare il giusto erede del compianto cantante e leader carismatico, una scelta per niente facile.

I fratelli Young non possono sbagliare, devono scegliere un cantante che non dia modo ai fan di pensare che forse era meglio fermarsi li.

Così, dopo aver valutato diversi cantanti, tra cui Marc Storace dei Krokus, Buzz Shearman dei Moxy, Noddy Holder degli SladeAlan Fryer degli Heaven e John Swan, il 19 aprile gli AC/DC annunciano l’ingresso nella band di Brian Johnson, che all’audizione sbaraglia la concorrenza cantando “Nutbush City Limits” di Tina Turner e “Whole Lotta Rosie”.

Nato il 5 ottobre 1947 a Dunston, nel nord dell’Inghilterra, il cantante britannico di origine italiana (sua mamma è di Rocca di Papa, comune nei pressi della Capitale) era in quel momento il cantante dei Geordie, gruppo di Newcastle che ebbe un discreto successo nelle classifiche del Regno Unito, senza però mai sfondare. Brian era sul punto di tornare a lavorare in fabbrica, abbandonando del tutto il sogno di diventare una rockstar, quando ricevette la convocazione dagli AC/DC.

In realtà la scelta del suo successore l’aveva già fatta inconsciamente Bon Scott nel 1973. Durante un live dei Geordie rimase colpito in maniera particolare dalla performance di Brian Johnson, tanto da riferirlo ai suoi compagni di band.

Convinti della loro scelta, Angus, Malcolm, Phil Rudd e Cliff Williams decisero di chiudersi con Brian in studio. Giacché gli studi di Londra erano tutti occupati, optarono per uno studio a Compass Point, a ovest di Nassau, sull’isola caraibica di New Providence. Servirono 4 settimane, fra aprile e maggio, per registrare i 10 pezzi del disco. I fratelli Young si occuparono di comporre la musica, mentre Johnson scrisse i testi e le melodie.

Le registrazioni non partirono però con il piede giusto, prima le loro attrezzature vennero bloccate alla dogana, poi anche la natura si mise di traverso, dal granchio che disturbava le registrazioni camminando sulle assi di legno del pavimento dello studio, alle violente tempeste tropicali che durante le sessioni colpirono l’isola mandando in cortocircuito le apparecchiature dello studio. Proprio questo episodio diede spunto a Brian per la strofa iniziale di Hells Bells “I’m rolling thunder, pourin’ rain. I’m comin’ on like a hurricane. My lightning’s flashing across the sky. You’re only young but you’re gonna die”.

Insieme all’ingegnere del suono Tony Platt e al produttore Mutt Lange, già collaboratori su ‘Highway to Hell’, in 12 giorni completarono poi il mixaggio agli Electric Lady Studios di New York.

Quello che ne viene fuori è un album stratosferico, che può esser annoverato senza se e senza ma tra le 4 o 5 pietre miliari del rock.

10 tracce, 4 singoli (in ordine cronologico ‘You Shock Me All Night Long’, ‘Hells Bells’, ‘Back in Black’ e ‘Rock and Roll Ain’t Noise Pollution’) e 6 videoclip (semplici riprese del gruppo che esegue ‘Back in Black’, ‘Hells Bells’, ‘What Do You Do for Money Honey’, ‘You Shook Me All Night Long’, ‘Let Me Put My Love into You’ e ‘Rock and Roll Ain’t Noise Pollution’). Il disco ha tutte le carte in regola per essere considerato un concept-album incentrato sulla morte e sull’edonismo. Sin dalla copertina, minimale, completamente nera, con il logo della band e il titolo dell’album stampato in rilievo, si capisce che il tributo funebre a Bon Scott deve essere ben chiaro. Se ciò non bastasse ci sono i 13 rintocchi di campane a lutto che annunciano l’inizio del primo pezzo, ‘Hells Bells’, a spazzare via ogni minimo dubbio.

C’è un simpatico aneddoto sulla campana utilizzata per i rintocchi, dapprima si provò a registrare il suono della campana della Torre del Carillon in Inghilterra, ma ogni volta che la facevano suonare, lo sbattere d’ali degli uccelli che avevano nidificato sulla torre rovinava la registrazione. Fu così fatta costruire in fretta e furia una campana in bronzo da 2000 libbre da una fonderia nel Leicestershire, che fu poi portata in giro per il mondo nel tour successivo all’uscita dell’album.

Il disco in sé non sarebbe nemmeno da recensire, tutti almeno una volta hanno ballato o cantato uno dei pezzi presenti, le 50 milioni di copie vendute dovrebbero esser sufficienti a far capire la sua monumentale importanza.

Ma per tributarlo come si deve non posso esimermi dal fare una presentazione Track by Track.

Hells Bells è l’inizio di tutto. Il brano che più di tutti è dedicato al compianto Bon.  Dopo i rintocchi della campana, arriva la chitarra di Angus Young, con un arpeggio dal ritmo cantilenante ed ipnotico al quale si sommano pian piano gli altri strumenti creando un crescendo continuo, fino a quando non arriva Brian Johnson, che si presenta alla grande ai fan con una voce sempre al limite, acuta, urlata, raschiata e potente. Il cantante dimostra sin da subito carisma e personalità da vendere, calandosi nel ruolo, senza voler imitare il suo predecessore, ma facendo capire che, seppur con una voce simile, ha uno stile tutto suo.

L’album prosegue con un’altra hit, Shoot to Thrill. Tipico brano AC/DC, rabbioso e coinvolgente, pieno di riff veloci, con la chitarra solista di Angus che si mescola alla perfezione con la martellante sezione ritmica formata dal basso di Cliff Williams, dalla batteria di Phil Rudd e dalla chirurgica chitarra di Malcolm che ancora una volta si dimostra uno dei migliori chitarristi ritmici rock di sempre.

Qui Johnson è più spavaldo e si prende la scena soprattutto nel finale, qualcosa di unico, trascinante, che tiene altissimo il livello di tutto il pezzo.

Angus Young ha recentemente rivelato che è stato ispirato da “il Triello”, composizione di Ennio Morricone presente nel classico di Sergio Leone “Il buono, il brutto e il cattivo”, per creare la tensione che aumenta piano piano per poi sfociare nel finale fragoroso.

C’è poi What do you do for Money Honey, canzone che racconta la storia di una prostituta che continua ad esercitare nonostante l’età avanzata. Il ritmo è semplice, in puro stile AC/DC, ma trascinante, degno di nota anche l’assolo blueseggiante di Angus.

Esplicita e diretta come piace fare a loro anche la traccia successiva, Given the Dog a Bone. Il brano è un inno sfacciato al sesso orale, la frase “Oh, she’s using her head again, I’m just a givin’ the dog a bone” lascia poco spazio all’immaginazione. Musicalmente un altro riff di chitarra da orgasmo, ed un altro mega ritornello, dove la voce di Brian duetta con il coro in maniera perfetta.

I ritmi ora rallentano leggermente con Let Me Put My Love into you, un blues accattivante ed ammiccante. Così come piaceva a Bon, anche a Brian piace giocare con i doppi sensi, soprattutto a sfondo sessuale, e qui dà il meglio di sé. Let me put my love into you è uno dei pezzi più sottovalutati dell’album, ma a mio avviso è una chicca da non trascurare assolutamente.

Arriviamo così al punto clou del disco, la title-track, praticamente la canzone rock perfetta, il Sacro Graal del rock n’ roll, ogni gruppo rock venderebbe l’anima al diavolo per poter incidere qualcosa di simile. Back in Black, forse l’unica canzone che si riconosce ancora prima che risuoni la prima nota, le 6 pennate stoppate che annunciano tre semplicissimi accordi (Mi5/Re5/La5) sono ormai riconoscibili anche da un bambino. Il riff iniziale, per quanto semplice, è di un’efficacia sconvolgente. Brian nelle prime strofe si lancia in quello che è una delle prime prove di Rap-Rock mai sentite, poi dà sfogo a tutta la sua voce, urlata e tirata come se fosse sempre sul punto di scoppiare. Uno degli assoli più riusciti dello scolaretto del rock, accompagnato dalla sempre puntuale sezione ritmica, è la ciliegina sulla torta che rende questo brano unico ed immenso.

Questo pezzo più di tutti spiega cosa sono gli AC/DC, un gruppo che non ha la pretesa di innovare, di sperimentare o di stravolgere la loro idea di musica. Negli anni sono piovute critiche per la ripetitività e la staticità delle loro canzoni, ma gli AC/DC sono questo: un rock scarno, unico è difficilmente replicabile, ma anche coinvolgente, riconoscibile ed emozionante come pochi altri nel panorama musicale.

Qualche anno dopo, alla domanda di un giornalista che gli chiedeva una risposta a chi sosteneva il fatto che i loro dischi fossero tutti uguali, Angus risponderà “Alcuni dicono che abbiamo 13 dischi tutti uguali, non è vero…ne abbiamo 14 tutti uguali”.

Si continua con un’altra song tra le meglio riuscite della band australiana, You Shook Me All Night Long, la canzone più commerciale e pop del disco, ed infatti fu anche quella che le radio suonarono più di frequente, portandola fino alla posizione 35 nella classifica Billboard Hot 100 nel 1980. Anche qui gli espliciti riferimenti sessuali si sprecano, e sono ben evidenti anche in una delle due versioni del video musicale, che fu molto criticato e parzialmente censurato per la presenza di diverse donne “poco vestite”.  Un brano da stadio, “sing-along”, con il celeberrimo coro che ti costringe ad abbracciare il tuo vicino e a cantarlo fino a perdere la voce.

Un ennesimo riff di chitarra sensazionale ed un assolo stratosferico completano il quadro.

In una recente intervista Brian Johnson ha raccontato la genesi di questa canzone, i fratelli Young gli chiesero di comporre il testo, ma Brian aveva come un blocco e non sapeva da dove cominciare, dopo aver fissato il foglio bianco per più di un’ora, scrisse il titolo ”You Shook Me All Night Long” e la sua mano cominciò a scrivere senza che se ne rendesse nemmeno conto. Nel giro di pochi minuti il testo era lì, sul foglio. Anche se Brian è ateo, gli piace pensare che sia stato Bon Scott a guidare la sua mano.

Rallentiamo nuovamente, con un’altra canzone dal ritmo blues. Dal titolo potrebbe sembrare quasi irrispettosa verso Bon, ma invece vuole essere un brindisi all’amico defunto. Have a Drink on Me, altra canzone sottovalutata ma di gran impatto, ha un ritmo piacione che si insidia sottopelle e non ne esce più. Ritornello con botta e risposta tra Brian e il coro e con un finale da pelle d’oca, come solo gli AC/DC sanno fare.

Arriva poi la nona traccia del disco, Shake a Leg, un boogie frenetico che non può lasciare indifferenti. L’intro è lento, ma poi le gambe, come consiglia il titolo, iniziano a muoversi e non riescono più a fermarsi. Anche qui Angus tira fuori un paio di assoli dei suoi. Seppur questo brano non sia considerato da molti uno dei punti salienti del disco, è comunque un ottimo brano.

Dopo la frenesia di Shake a leg è il turno di un inno, quasi una marcia militare dell’esercito del rock n’ roll: Rock and Roll Ain’t Noise Pollution, canzone scritta in circa 15 minuti quando il gruppo si accorse che mancava un brano per completare l’album. Una curiosità, all’inizio si può sentire Brian che si accende una sigaretta e da un tiro prima di iniziare a cantare.

Un altro semplicissimo riff blues che la rende però la perfetta traccia conclusiva per un disco epico, una canzone che incarna al meglio l’AC/DC pensiero:

“Rock ‘n’ roll ain’t noise pollution
 Rock ‘n’ roll will never die
 Rock ‘n’ roll ain’t no pollution
 Rock ‘n’ roll is just rock ‘n’ roll”

Se oggi siamo ancora qui a celebrare Back in Black dopo 40 anni dalla sua uscita, è perché questo album è fottutamente Rock n’ Roll, senza fronzoli ed orpelli inutili, ma con una carica incredibile. La band australiana ci ha insegnato che quando la vita ti dà una spinta e ti butta a terra, quello è il momento per rialzarsi, scrollarsi la polvere di dosso e far vedere di cosa si è capaci.

Tracce:
Hells Bells
Shoot to Thrill
What Do You Do for Money Honey
Given the Dog a Bone
Let Me Put My Love Into You
Back in Black
You Shook Me All Night Long
Have a Drink on Me
Shake a Leg
Rock and Roll Ain’t Noise Pollution

Band:
Brian Johnson – voce
Angus Young – chitarra
Malcolm Young – chitarra
Cliff Williams – basso,
Phil Rudd – batteria

 

 

foto: from the web

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