Il tour dei Black Stone Cherry, denominato Carnival of Madness (che per le date tenute nel Regno Unito ha visto la band esibirsi all’interno di un bill eccezionale in compagnia di Shinedown e Halestorm!), si ferma questa sera al Live di Trezzo per l’unica tappa prevista nel nostro paese.

La band americana è in giro per l’Europa per una serie di concerti di riscaldamento, in attesa dell’uscita del nuovo album “Kentucky”, la cui pubblicazione è prevista per il prossimo 1 aprile per la Mascot Records e, considerata la meritata fama di energica live band conquistata a suon di una serie di show incendiari, non ci facciamo perdere l’occasione di verificare coi nostri occhi lo stato di salute del gruppo.

Quando arriviamo al locale poco prima dell’orario d’apertura delle porte, la fila, composta prevalentemente da ragazzi molto giovani, è impressionante e si ha subito la sensazione che lo show di stasera vedrà un’ottima partecipazione da parte del pubblico.

In apertura di show, anziché la prevista band di alternative rock dei Theory Of A Deadman (che hanno annullato la prima parte del loro tour europeo per non meglio precisate ragioni), c’è il gruppo dei Toseland, guidato dall’ex pilota motociclistico James Toseland, vincitore del campionato mondiale Superbike nel 2004 e nel 2007 e ritiratosi dall’attività agonistica nel 2011.

L’ex centauro, diplomato tra l’altro in pianoforte, dopo il ritiro ha pensato bene di dedicarsi alla sua seconda grande passione, ossia la musica rock, ed è pronto a pubblicare il prossimo marzo il suo secondo album “Cradle The Rage”: rispetto a quando l’avevamo visto un paio di anni fa in veste di supporting act di Michael Monroe, James e la sua band appaiono oggi decisamente molto più compatti ed affiatati ed il loro hard rock moderno, che a tratti ci ha ricordato alcune cose degli Alter Bridge, fa la sua parte riuscendo a scaldare il pubblico, grazie a brani corposi e d’impatto come “Life Is Beautiful” o “Livin’ A Lie”. Nel finale poi il buon James, introducendo la sofferta ballad “Fingers Burned”, trova anche il modo di scherzare sul fatto che ora non è più cavallo di una Ducati ma che si limita ad esibirsi alle tastiere, prima di lanciarsi nell’esecuzione della bella “Renegade” e di “Singer In A Band”, che chiudono il concerto tra l’approvazione generale.

TOSELAND:
James Toseland – voce, tastiere
Zurab Melua – chitarra
Ed Bramford – chitarra
Roger Davis – basso
Joe Yoshida – batteria

SETLIST:
Living In A Moment – Life Is Beautiful – Puppet On A Chain – Too Close To Call – Livin’ A Lie – Nothing You Can Do About It – Fingers Burned – Renegade – Singer In A Band

Il Live Music Club nel frattempo si è riempito sia in platea che in galleria e nell’aria è palpabile l’attesa per i Black Stone Cherry, che alle 21,30 in punto irrompono sul palco sulle note di “Me And Mary Jane” che scatena subito l’entusiasmo generale. Fa quasi impressione la semplicità di questi quattro ragazzi della provincia americana, a contrasto con la furia che sono capaci di scatenare: a centro palco il cantante e chitarrista Chris Robertson domina la scena con l’immancabile cappellino di baseball e la camicia a quadri da boscaiolo, mentre attorno a lui si muovono forsennatamente il chitarrista Ben Wells e il bassista Jon Lawhon, spesso in piedi sui monitor a incitare la folla; alle loro spalle, dietro un kit minimalista, quella vera e propria forza della natura rappresentata dal batterista John Fred Young.

Il flusso di adrenalina non accenna a diminuire con le seguenti “Rain Wizard” e “Blind Man” che scatenano anche momenti di pogo tra le prime file: la pacca e il tiro che questa band ha dal vivo non è riscontrabile in nessuna altra nuova band “moderna” in circolazione. L’arcinota “In My Blood” calma un po’ le acque dopo il trittico iniziale senza respiro e viene cantata in coro da tutti: la band sembra sinceramente sorpresa dell’accoglienza riservatagli e si prodiga in continui ringraziamenti ed apprezzamenti nei confronti dei tanti “bad ass” fans accorsi a vederli questa sera, ripromettendosi di tornare più spesso in Italia.

Una terremotante versione di “Violator Girl”, riapparsa dopo qualche anno nella setlist, e la sempre potente “Soulcreek” scuotono le fondamenta del Live, prima che la malinconica vena southern della splendida “Things My Father Said” faccia emozionare anche i duri e puri presenti in sala. C’è anche spazio per proporre in anteprima due brani del prossimo album in uscita: inframezzate dall’assolo di batteria di uno scatenatissimo John Fred Young, vengono presentate la già nota “In Our Dreams”, che dal vivo sembra acquisire ancora più fascino, e la ballad per sola chitarra acustica e voce “The Rambler”, in cui si mette in evidenza la calda voce di Chris Robertson.

Le classiche “White Trash Millionaire” e “Blame It On The Boom Boom” conducono il concerto verso la fine, prima che la band ringrazi nuovamente tutte le persone che sono venute a vederli, grazie alle quali possono “continuare a suonare e a portare un messaggio di positività in un mondo che va sempre più a rotoli”, lanciandosi poi in una “Lonely Train” che non da tregua a nessuno.

Al grido di “We are Black Stone Cherry and We Play Rock n Roll” il concerto si chiude con la cover di “Ace Of Spades” in tributo a Lemmy, il cui spirito dimostra di sopravvivere ancora, almeno finché ci saranno band come questa, capace di sputare l’anima e di dare tutto quello che ha prima di scendere dal palco.

A questo punto il concerto sarebbe da considerarsi concluso, non ci sono altri pezzi previsti in scaletta. E invece no. Perché il pubblico non ne ha ancora abbastanza e non vuole saperne di far scendere la band dal palco: alto si leva il coro “One More Song”, tanto che Chris Robertson e Ben Wells, raccolta l’indicazione di uno striscione alzato dalle prime file, decidono di improvvisare una versione chitarra e voce di “Peace Is Free”, che regala brividi incredibili soprattutto quando tutti veniamo invitati a prendere per mano la persona al nostro fianco e ad intonare tutti insieme il coro della canzone, con tutta la band visibilmente emozionata ed addirittura le lacrime a bagnare il viso di Chris, sinceramente commosso da quanto stia accadendo davanti ai suoi occhi (qua potete vedere il video postato dalla band il giorno successivo).

Genuini e devastanti questi Black Stone Cherry: impossibile non esserne conquistati!

BLACK STONE CHERRY:
Chris Robertson – voce, chitarra
Ben Wells – chitarra
Jon Lawhon – basso
John Fred Young – batteria

SETLIST:
Me and Mary Jane – Rain Wizard – Blind Man – In My Blood – Yeah Man – Violator Girl – Holding On… To Letting Go – Soulcreek – Things My Father Said – In Our Dreams – Drum Solo – The Rambler – Maybe Someday – White Trash Millionaire – Blame It On the Boom Boom – Lonely Train – Ace of Spades (Motörhead cover) – Peace Is Free

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All you need to know about me is that I was born and raised on Rock 'n' Roll. We'd better let the music do the talking, as Joe Perry used to say...

2 Comments

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    un ringraziamento ad Andrea Donati sempre molto preciso e dettagliato nelle sue recensioni. \m/ long live rock’n’roll \m/

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