Intervista a Michele Luppi

 

Chi c’era il 29 novembre 2015 all’ Alcatraz di Milano, al concerto (sold out) dei Whitesnake, (qui il live report della serata) ricorda bene l’emozione di sentire la folla gridare all’unisono “Michele!! Michele!! Michele!!” acclamando il ragazzo italiano coi capelli lunghi e ricci discretamente posizionato dietro alle tastiere, su quel palco illuminato a giorno dalla presenza stellare di Mr Coverdale, uno che appena respira il pubblico lo fa sussultare. Michele Luppi, per tutti noi amanti delle favole a lieto fine, è diventato di diritto l’incarnazione di un sogno, un sogno che accomuna moltissimi giovani (e non più giovani) talenti… quello di suonare nell’olimpo del Rock, insieme ai migliori, come membro ufficiale di una band che ha fatto la storia e continua a riempire le arene. Abbiamo cercato di capire meglio chi è e cosa sogna ancora questo ragazzo di Fabbrico, un paesino di 6 mila anime dell’Emilia Romagna che contando le province fa un’area di appena 23 km quadrati.

Incontro virtualmente Michele via Skype, lui a Tenerife, io nella mia cucina, e a vederlo rilassato e sorridente, così disponibile a condividere i suoi ricordi e la sua passione, viene da pensare che a volte il duro lavoro e la pazienza valgano bene la pena se ottieni tante soddisfazioni.  Lui di strada ne ha fatta con la musica, una bella gavetta lastricata di ogni genere di palco, pubblico, sfida e collaborazione – Maurizio Solieri (Vasco Rossi), Alex De Rosso (Dokken),  Alberto Bergonzoni (Gli Atroci), Gregg Giuffria (ex House of Lords), Ian Paice, George Lynch, Umberto Tozzi… cerchiamo di cominciare dal principio, come in un libro di storia, con la sua primissima passione.

Capitolo I. “Michele e la musica”

Long Live Rock’n’Roll: So che ti hanno regalato la prima tastiera “seria” a 13 anni; cosa pensavi quando hai iniziato a suonare, che fosse solo un passatempo o si è trattato di un colpo di fulmine, di un’illuminazione? Spesso da piccoli non sappiamo esattamente ciò che vogliamo.

2Michele: Ho iniziato a suonare già all’età di 7 anni: la Musica è sempre stata apprezzata in famiglia… Poi mi sono “testato” e scoprendo di avere l’orecchio assoluto ho creduto di avere molte più chances con questa passione che con il calcio, che era stato il mio primo amore… (ndr ride). Ho sempre cercato fin da piccolo di prendere tutto molto sul serio, poi come in ogni cosa ci si appassiona approfondendone ogni dettaglio. All’inizio non ero molto dell’idea di studiare il pianoforte in modo canonico, preferivo fare di testa mia, sperimentare… Ricalcare quello che facevano gli altri mi sembrava allora stupido, troppo noioso… Sono sempre stato un po’ autistico in questo senso; odio i cloni, mi fanno senso. Ricordo il mio primo disco, mi è stato regalato all’età di 6 anni, si trattava di Unmasked dei KISS (ndr ottavo album registrato in studio dei Kiss, 1980 – Casablanca Records). A casa mia funzionava così: ogni anno, in occasione del mio compleanno mi veniva regalato un disco. Ovviamente poi per un anno intero andavi avanti ad ascoltarti solo quello (ride)…a sette anni mi regalarono Music from “The Elder” (ndr nono album registrato in studio dai Kiss1981 – Casablanca Records) e così via… Ricordo che non facevo altro che ascoltare i miei dischi in cuffia diverse volte al giorno… (ndr si fa serio) Quei vinili erano intoccabili, un piccolo tesoro che ho ormai mescolato al mio DNA. Li so ancora a memoria, anche se poi la Musica che ho composto e/o eseguito in seguito apparentemente non ha molto a che vedere con quella lì… In realtà approfondendo qualsiasi genere musicale o cinematografico così come ogni forma d’arte, ti accorgi che le modalità e i pattern spesso richiamano le “radici”.

Long Live Rock’n’Roll: Hai proseguito con gli studi anche all’estero diplomandoti in Canto al Musicians Insititute di Hollywood, CA. Che differenze hai trovato nel metodo americano?

Michele: Guarda, ti dirò che ho scoperto con gli anni che chi usa la parola “metodo” nella maggior parte dei casi ti sta rifilando una fregatura. Il mio metodo è un “non metodo”, basato sull’ unione di esperienza e studio approfondito di ogni aspetto del Canto. L’esperienza negli Stati Uniti mi è stata utile per avere un metro di paragone, ma se devo essere sincero tutto quello che ho imparato là non mi ha arricchito dal punto di vista artistico, mi ha soltanto dato delle nozioni che una volta a casa ho potuto ancora una volta approfondire: l’Arte la impari da casa ascoltando e… riascoltando. Ti faccio alcuni esempi: la psicoacustica, la fisica del suono, l’anatomia, sono tutte materie che venivano allora affrontate a livello delle nostre scuole superiori per intenderci. Considera che il Canto “Moderno” è una materia molto recente. Prendi la psicoacustica; è alla base della musica ma non la studia quasi nessuno, forse perché è troppo complessa. Sarà che a volte il gioco non vale la candela ma a me affascina “capire” cosa “sento”. Mi sono comprato dei libri , ho studiato, ho cominciato a seguire delle metodologie classiche giusto per partire… Il VIT mi ha insegnato che era arrivato il momento di studiare.

Long Live Rock’n’Roll: Tu suoni,  componi e canti. Parlaci di queste parti del tuo lavoro, e toglici una curiosità:come si fa, nel canto, a trovare il proprio sound?

Michele: Per quanto riguarda la parte di composizione, quando si tratta dei miei dischi, come “Strive”, “Killing Touch”… lì scrivo proprio tutto lo score,  compresi i colpi di batteria, le parti di basso, i fill… In genere so cosa voglio, e questo non mi rende simpatico. Parlando invece delle collaborazioni con altri, come è successo coi Vision Divine, mi venivano date delle basi musicali sulle quali io componevo delle linee melodiche e testi sommari. Trovare il proprio sound è un discorso estremamente complesso:  significa, a livello di feeling, decidere quale sia la tua voce. Fondamentalmente io potrei anche cantare come un altro se mi piacesse; a differenza degli altri strumenti dove è più facile arrivare ad avere un buon sound limitandosi a prendere spunto, la voce rappresenta lo strumento più personale che ci sia. Nel mio caso, essendo stato prima tastierista e poi cantante ho avuto un percorso di evoluzione vocale molto deludente, perché mi facevo letteralmente cagare. (ndr ride) Scimmiottare qualcun altro non avrebbe avuto senso, e io non volevo assolutamente farlo! Per capirci: se ti va di fare un tributo ai Queen, con un buon anno e mezzo di lezioni ce la puoi fare se un minimo di Musicalità ce l’hai! Non è difficile copiare… Invece è molto difficile trovare il proprio sound, il proprio tratto Musicale/vocale e questo arriva solo attraverso lo studio, le registrazioni, le cose che scrivi tu, e cercando di proiettare la tua personalità nel tuo suono… Nel mio caso inizialmente l’idea era quella di avere una voce che andasse molto in alto, un po’ perché mi veniva… Inoltre volevo esprimere libertà. Con gli anni ho cercato di aumentare sempre di più le basse nel mio suono, cercando di formare il mio sound anche dal punto di vista delle armoniche, e non soltanto facendo inutili “acrobazie” che comunque divertono tutti. Questo dovrebbe farti capire che se senti cantare uno e sei abbastanza sgamato riesci anche a capire che persona è, un pò come un osteopata può farlo osservando una persona camminare. Questo per dire che la ricerca del proprio sound è una cosa che non finisce mai, forse i cantanti sessantenni possono permettersi di dire “ho il mio sound”. Io sono a buon punto ma credo che finirò nel trovarlo ascoltando vecchie registrazioni! Quando sei te stesso non te ne puoi rendere totalmente conto, non trovi? Avendo questo tratto un po’ “autistico” e non volendo assolutamente somigliare agli altri, ho fatto fatica a trovare il mio, ma poi mi ci sono davvero affezionato, tant’é che mi si può dire di tutto tranne che somigli a qualcuno in modo particolare. Forse questo all’ inizio era pure un handicap, perché nel momento in cui non sei “catalogabile” non sei nemmeno commerciale…ma questo è un altro discorso.

Long Live Rock’n’Roll: E delle tue band attualmente all’attivo, la Michele Luppi Band, i Secret Sphere e i Whitesnake cosa ci dici, cosa bolle in pentola ora che non sei almeno momentaneamente in tour? L’ultimo album dei Secret Sphere è del 2012 – Portrait of a Dying Heart (in seguito è uscito il remake storico della band “A Time Never Come – 2015 su richiesta dell’ etichetta che ha voluto ri-registrare l’album con la line-up attuale)

Michele: Il repertorio della mia band solista racchiude tutti i miei progetti, tant’è che nei live propongo anche i pezzi dei Secret Sphere coi quale canto ancora! In questa band suono il basso, uno strumento che ho sempre amato e suonato in quanto mi è sempre piaciuto scriverne le parti. Ho voluto con me dei bravi chitarristi visto quanto sono scarso in merito… (ndr ride). Posso dire di aver messo insieme davvero la mia formazione ideale: io basso e voce, due chitarre , le tastiere, e addirittura due coristi. Così assortiti riusciamo a fare tutto quel che ci pare dal vivo, e ne consegue esattamente il modo in cui a me piace suonare; forte, diretto, pulito e “vivo”. Per quanto riguarda i Secret Sphere, è uscito questo remake su richiesta, adesso Aldo (ndr Aldo Lonobile – chitarra) sta buttando giù dei riff e quindi siamo in fase di stesura, non appena sarà pronto inizieremo a registrarlo. Per quanto riguarda i progetti in Studio voglio assolutamente fare un disco mio di hard rock, la musica che amo di più.  Sai, in passato mi è capitato di dover far dei dischi “da contratto” e di sentirmi dire “c’è da fare il disco”, però se posso, ora come ora preferisco fare le cose quando pare a me. Ora ho una gran voglia di fare un disco che non c’entri niente con quello che ho fatto fino ad ora, perché le esperienze recenti mi hanno davvero aperto la mente, mi hanno dato tante conferme  e mi hanno ricordato del perché uno deve fare un disco che magari valga la pena di essere ascoltato. Ci vorrebbe più fame di cultura anche negli ascoltatori, ci vorrebbe un pubblico attento, che consumi la musica non limitandosi al mega concerto degli AC/DC una volta l’anno… sarebbe più facile anche far venir fuori chi ha veramente idee e voglia di far dei dischi fatti a modo, il problema è che la gente non li ascolta bene.

Long Live Rock’n’Roll: Cosa ascolta Michele Luppi?

Al di là di quello che metti su in macchina o delle cose alle quali dai un ascolto perché qualcuno te lo chiede, quando io dico che “ascolto” qualcosa, significa che mi gira nelle orecchie centinaia di volte, come ho sempre fatto del resto. Vado a periodi. Sono praticamente 5 anni che ascolto solo un artista, Todd Rundgren, un “illuminato della Musica” che la affronta nel modo che piace a me in tutto e per tutto… Quando ti appassioni ad un genere ricco di contenuti e colori, fai poi fatica ad andare ad ascoltare le altre cose, perché entri in un trip in cui la musica è l’unica cosa che conta, non conta più l’ “atteggiamento” alla Mick Jagger o il ritornello lecca culo alla Bon Jovi: ascoltare la Musica senza nessun tipo di pregiudizio entri in un mondo in cui la classica e il rock vengono trattate con lo stesso rispetto. C’è gente che ascolta i Dream Theater e pensa che quella sia la Bibbia… Io invece no, nonostante sia felice ci siano Musicisti del genere al Mondo. La Musica per me è un insieme di troppi elementi e se posso credo che oggi funzioni solo se ne si estremizza un particolare aspetto. Ascoltare la Musica senza vederla percepisci tutto in modo completamente diverso…

Capitolo II. “Michele e l’insegnamento”

Long Live Rock’n’Roll: Hai ormai alle spalle quasi 20 anni di insegnamento, seminari e workshop presso varie Accademie e istituti musicali italiani per un totale di circa 2500 allievi. Qual è la prima cosa che spieghi ai ragazzi quando vengono a dirti “io voglio imparare a cantare”?

Michele:Li faccio parlare. Li registro e gli faccio riascoltare la loro voce per fargli capire che quello che sentono mentre parlano o cantano non è quello che esce dalla loro bocca. Spiego i principi del suono e cos’è la reattività del corpo, dei suoni, dei sensi… Cerco di svegliarli insomma… Sai spesso quando uno canta cerca di visualizzare tante immagini, come una passeggiata in una galleria d’arte in cui vedi tanti quadri… In realtà la Musica si sviluppa nel tempo e nello spazio, nemmeno un PC fa in tempo a visualizzare tutte queste immagini, quindi devi vederle prima che queste vengano proiettate. Per questo cerco di farli sentire a loro agio, fargli scoprire quali sono le loro vere potenzialità… Poi riuscire ad insegnargli ad avere il controllo per gestirle richiede tempo. Cerco anche di capire se hanno dei difetti congeniti, sai non è che siamo tutti nati per cantare dal punto di vista fisiologico, però tutti possiamo farlo. Il raggiungimento di risultati di un certo tipo dipendono soprattutto dalla capacità di avere una Visione del proprio Sound e di avere Fantasia. C’è gente con poco collo che fa fatica, c’è gente che ha la voce rovinata per il lavoro che fa (penso alle molte insegnanti delle elementari), ho anche molte persone che vengono da me per imparare ad usare la voce, non solo per imparare a cantare… Cerco di individuare che lavoro c’è da fare, questo senza dare ordini; io fornisco solo gli strumenti. Quando insegno cerco di usare il linguaggio giusto: mi può capitare l’allievo laureato in medicina come quello che non ha fatto la terza media; sta a me riuscire a comunicare la stessa cosa a entrambi nel modo migliore, e aver avuto tanti allievi mi ha aiutato molto in questo senso, ora come ora sono in grado di dividere le tipologie di studenti in non più di una decina di categorie; dopo un po’ impari a capirli al volo e insieme si fa un percorso personale che consente loro di fare delle scelte. In passato è successo che abbia involontariamente creato dei miei cloni e queste persone sono arrivate ad “odiarmi” pur essendo stati magari gli allievi più “devoti”; per fortuna sono cose vecchie, parliamo ormai di 15 anni fa, oggi me ne guardo bene, non succede più. Purtroppo quando le persone si rendono conto di tutto il lavoro che c’è da fare si scoraggiano e mollano; per far bene le cose c’è da lavorare e studiare tanto, non è un gioco.

Long Live Rock’n’Roll: Che ne pensi della recente dichiarazione di Laura Pausini che in un’ intervista sulla Rai ha detto “Non voglio fare una polemica su questo perché ognuno ha il suo punto di vista, ma io sono contraria alle scuole di canto. Non ci può essere nessuno che insegna ad un altro come cantare perché diventa tecnico e secondo me tutto questo è lontanissimo dall’arte del canto”?

Michele: Quello che ha detto non ha senso e manca totalmente di rispetto nei confronti di chi crede veramente in questa professione. Credo anche che qualunque cosa volesse comunicare non sia arrivata innanzitutto per come è stata detta. Molta gente insegna solo perché non sa come sbarcare il lunario, ma ci sono insegnanti che lo fanno con passione e serietà. Io ho allievi che sono con me da 15 anni, magari vengono una volta ogni sei mesi a fare come lo chiamano loro “il tagliando” per un confronto. Questo è importantissimo nell’insegnamento: io non sono nessuno per insegnarti qualcosa, posso solo fornirti i migliori strumenti per capire cosa vuoi ottenere senza perdere tempo. Io per esempio ho fatto il primo disco a trent’anni perché sono sincero, prima di allora facevo schifo! Ho preferito studiare, approfondire, registrarmi, avere una disciplina ferrea. Poi è anche vero che esistono delle persone particolarmente istintive che, senza sapere nemmeno come, riescono a trovare esteticamente delle soluzioni musicali bellissime…senza nemmeno essere capaci di leggere uno spartito! Poi però questi talenti hanno bisogno di un produttore che li segua e li faccia funzionare, mentre chi viene da me ha modo di diventare abbastanza autonomo. Per me insegnare è una missione, una missione per migliorare il mondo a livello artistico, e insegno canto come insegnerei cucina o qualsiasi altra cosa se ne avessi gli strumenti e le capacità: al meglio.

Long Live Rock’n’Roll: Qual è stata la soddisfazione più grande che hai avuto come insegnante?

Michele: Rendermi conto che nell’arco di un paio d’ore le persone possono veramente migliorare la loro emissione del 1000%. Poi dopo altre due ore purtroppo tornano come prima! (Ndr ride) La Passione deve essere reciproca altrimenti tutto ciò è frustrante.

Long Live Rock’n’Roll: Hai scritto un libro sul canto o lo stavi scrivendo?

Michele: E’ vero. Esiste, è nel mio computer, sono a pagina 300 solo di appunti! Non ho mai pensato di pubblicarlo presto. Quello che sto cercando di racchiudere in questo libro è il frutto della mia esperienza e non ha nulla a che vedere con nessun metodo, è il mio approccio alla Musica dal punto di vista dell’insegnante/uomo. Molti spunti che mi hanno ispirato sono arrivati leggendo libri di medicina, di fisica… Pensa, uno dei libri più interessanti ed utili che abbia letto in quest’ ambito è quello di Bruce Lee. Parla di karate, non di canto, eppure insegna la disciplina (jet kun do) e di come unire in una sinergia unica istinto e controllo. Vedi, un musicista è sempre preso tra cercare la nota giusta ed evitare la nota sbagliata; la mia idea è quella di passare da un atteggiamento analitico ad uno più macroscopico, imparare a vedere l’immagine d’insieme pur continuando a visualizzare le singole tessere del mosaico, che è come io concepisco la Musica. Mi ero imposto di pubblicarlo a quarant’anni… Sono andato un po’ lungo, ho fatto altre cose, ma continuerò a scriverlo.

Capitolo III. “Michele nell’Olimpo del Rock”

Long Live Rock’n’Roll: Il 17 aprile del 2015, David Coverdale, cantante della storica band inglese Whitesnake, annuncia ufficialmente il tuo ingresso nella formazione come nuovo tastierista/corista. Adesso possiamo cominciare a chiamarti rockstar? (ndr Michele non è d’accordo) Visto che il come è andata l’hai raccontato più volte – riassumo io: dopo aver saputo che stavano cercando un tastierista con determinate caratteristiche Michele ha registrato un video nel quale cantava e suonava i loro brani, il video è piaciuto molto a David e alla fine tra tanti candidati la scelta è ricaduta su di lui – dicci qualcosa che non sappiamo sull’esperienza Whitesnake, per esempio come ti hanno accolto i fans, il momento più divertente del tour, il ricordo più straordinario…e cosa possiamo aspettarci sulla vostra futura collaborazione?

3Michele: Ah guarda, momenti divertenti tantissimi, soprattutto in un modo sano. L’idea che la gente si fa delle rockstar è un’immagine e basta, io ho trovato delle persone appassionate alla Musica come me, che l’hanno messa davanti a tutto senza essere freddi calcolatori… Parliamo di gente molto istintiva con un talento smisurato, gente che usa il cuore. Ho trovato persone molto più genuine in una band come i Whitesnake che in altre band che ho frequentato in passato e che sono di gran lunga meno blasonate. La sensazione più inaspettata è stata ritrovarmi a pensare: “Sai che come suonavo a 15 anni andava bene?” Suonare per il piacere di suonare, toccare la tastiera e sentirsi a posto, come cavolo ti viene… Ho suonato così in questo tour, cercando di entrare davvero in sintonia con la band. Sai, in passato mi è capitato di fare il turnista, e l’esperienza è stata ben diversa; quando lo fai in modo classico non devi sbagliare o cambiare una nota, mentre la vera sorpresa coi Whitesnake è stata scoprire che l’approccio “old school” è sempre il top! Il tour americano è stato un sogno: fai la musica che hai sempre amato con quelli bravi, tra i fan c’è gente attenta che sa tutti i testi, che conosce la storia della band, c’è cultura… Come puoi non piacere a gente così se tu per primo sei uno che rispetta quello che fa? Da parte del gruppo poi sono stato felicissimo di trovare molto rispetto per quello che era il mio suono, tutto ciò che ho sempre fatto e creduto per non copiare gli altri e non somigliare a nessuno è stato apprezzato. Pensa che quando ho fatto l’ intro di “Here I go again” alle prove Coverdale ad un certo punto mi ha guardato e mi ha detto: “senti, ma fallo un po’ come pare a te!” E così è stato! Questo vuol dire dare fiducia. Sai io non ho vissuto questa cosa dell’ansia da prestazione con loro, perché conoscevo i pezzi talmente bene… Come ho già detto ho avuto più ansia con Solieri, un po’ perchè ai tempi ero più giovane… So che detta così è difficile da capire, uno va a suonare coi suoi miti e dovrebbe emozionarsi tanto ed essere ansioso… Invece mi sono davvero divertito come un pazzo! Magari a 20 anni mi sarei montato la testa, ma adesso la vedo più come un “che culo, mi diverto!” e ho affrontato tutto con la mente aperta, con la curiosità, per imparare da quelli bravi cosa si fa e cosa non si fa… Questo mi ha aiutato a non annoiarmi mai! Sai, fai gli stessi pezzi tutte le sere per tre mesi, nello stesso ordine, nello stesso modo, con le stesse persone… C’è il rischio che la cosa diventi ripetitiva… (ndr ride) Coi Whitesnake? Impossibile! Penso di essere uno dei più fortunati al mondo a questo punto. Uno dei ricordi più belli è legato a Wembley con un Brian May a due passi da me per tutto il concerto! Poter suonare con Tommy Aldrige (ndr batterista dei Whitesnake) è stato un onore, una lezione continua e un immenso piacere.

Long Live Rock’n’Roll: Come è stato suonare a Milano?

Michele: A Milano siamo entrati direttamente col tourbus all’ Alcatraz. Sai, c’era appena stato l’attentato a Parigi, controllavano tutti col metal detector… è stato strano… perché quando sono entrato nel locale, che per me era da sempre un locale che consideravo enorme ho pensato tra me e me “ma quanto è piccolo rispetto a come lo ricordo”(ndr ride imbarazzato) un po’ come quando ti ricordi i corridoi della scuola elementare dove giocavi a pallone in venti e quando ci ripassi per andare a votare devi stare attento a non prender contro nessuno… Per la serata abbiamo avuto un riscontro fantastico e il pubblico italiano mi ha fatto sentire superfico, tant’è che per giorni gli altri della band hanno continuato scherzare su quanto io fossi profeta in patria hahaha!

Long Live Rock’n’Roll: Abbiamo appena perso due icone del panorama musicale internazionale: Lemmy Kilmister dei Motörhead e David Bowie, e abbiamo letto e continueremo a leggere dell’enorme contributo che entrambi hanno dato al mondo della musica. A te cosa piacerebbe lasciare come artista, cosa ti piacerebbe che la gente scrivesse su di te tra 80 anni?

Michele: Essere riuscito a fare da ponte tra quello che c’era di buono una volta e quello che ci può essere di buono oggi. Non essere catalogato in un periodo particolare, aver rispettato le parti della Musica (come il suono) che sono importanti. Ripensandoci non sono stato forse abbastanza coraggioso da fare il visionario quando avevo quei 15 anni, non mi sono mai ribellato troppo e non ho sperimentato come forse avrei dovuto. Lo sto facendo ora. Spesso in passato le mie soluzioni musicali sono state cervellotiche, adesso voglio riuscire a dire più cose con meno parole e note. Possiamo dire anche molto, ma sarà sempre chi ascolta a raccogliere l’eredità di ciò che fai.

Long Live Rock’n’Roll: Qual è la cosa che ti darebbe più fastidio leggere su di te?

Michele: Sai, in realtà sono d’accordo su tutte le cose negative che scrivono su di me. Ma è anche vero che a me piace fare a modo mio, sono una persona complessa, non potrei mai fare i pezzi alla Nirvana. Bisogna vedere che forma hanno le note, quanto sono profonde, che colore hanno… Non vorrei mai che dicessero che non prendevo sul serio la Musica perché facevo l’asino sul palco “lui fa il pagliaccio, lui fa cabaret…” cose sentite ormai anni fa… Ai tempi avevo voglia di divertirmi così, e questo a volte ha fatto sì che il mio lavoro non fosse preso abbastanza sul serio…

Long Live Rock’n’Roll: Immaginiamo per un momento di trovarci alla cerimonia dei Grammy Awards e che tu sia il vincitore assoluto della serata. Chi vorresti ringraziare, e cosa diresti da un palco con una risonanza così globale a proposito della musica della tua epoca?

Michele: Ringrazio i miei genitori, tutte le persone che hanno suonato con me (magari non proprio tutte… ma molte), tutti quelli che mi hanno dato la possibilità di lavorare e di imparare. Poi penso che direi una cosa che forse suona male… ma ringrazio davvero me stesso, perché a conti fatti se avessi dovuto ascoltare gli altri nella mia vita non avrei fatto un cazzo. Purtroppo io abito in un paese di 6 mila abitanti, dove appena cerchi di far qualcosa scatta il “chi ti credi di essere”? E invece io ci ho provato ed è andata bene grazie alla mia passione, perché anche nei momenti più difficili della mia carriera non mi ha mai abbandonato… La passione di imparare, di capire…Ringrazierei certi artisti come Maurizio Solieri, Eric Martin dei MR BIG che mi ha insegnato moltissime cose senza saperlo. Ho sempre cercato di imparare da quelli che a mio parere erano veri, ho provato a diventarlo anch’ io. La mia epoca? Io vivo ancora nel 1985 come in Ritorno al Futuro…

Prima di salutarci Michele mi racconta un po’ “off topic” un bell’aneddoto che la dice lunga su quel che io considero “amare qualcosa”, e come non rendervi partecipi, vale davvero la pena starlo ad ascoltare.

Michele: Ti voglio raccontare questa cosa: ho suonato per molto tempo le tastiere, ma dopo il tour con Tozzi ho smesso, perché volevo fare i miei pezzi e dedicarmi al canto. Insomma, tre anni fa mi trovai alle prese col fare le tastiere del mio disco solista, che comprendeva una serie di cover e una serie di pezzi nuovi e le delegai ai miei tastieristi… Nonostante fossero dei mostri a livello esecutivo, sembrava non riuscissero a capire quello che volevo, a darmi quello che cercavo… Probabilmente è colpa mia. Alla fine mi ritrovai a prendere in mano la situazione. Rianimai mie vecchie tastiere rimettendole a nuovo una per una e la cosa mi costò un sacco di soldi, di tempo e di passione. Sono tornato a fare il tastierista quasi per caso e ne sono davvero molto felice.

Saluto e ringrazio Michele che sorride fino alla fine, dopo un’ora abbondante di chiacchiere intrise di buonumore…e vi dirò che mi sembra di aver trovato la chiave di tutta questa interessante conversazione…A tutti voi che sognate grandi palchi, dischi validi e ottimi colleghi…rimanga tra noi, la parola magica è “passione”. A quanto pare funziona bene per arrivare lontano, e per essere sicuri di non sbagliare, portatevi tenacia, professionalità e cuore, perché i sogni non si avverano con la bacchetta magica o sperando in un miracolo, si costruiscono anche quando sembrano sciupati e inutili, pezzo dopo pezzo, proprio come ha fatto Michele con le sue amate tastiere.

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